Di Charlotte Link, autrice tedesca molto amata per i suoi thriller psicologici, avevo già letto il bel “Oltre le apparenze” e pensavo, con “Nobody” di ritrovare lo stesso mistero e le stesse atmosfere.
Tanto più che la trama si presenta come un cioccolatino invitante, pronto da scartare. Un assassinio avvenuto in una località dello Yorkshire, un fatto increscioso che spunta dal passato e che, per decenni, è stato tenuto segreto, una rosa di possibili colpevoli. La brughiera inglese, le fattorie, l’indagine. Poco sangue, molti dialoghi, la polizia che pare brancolare ma che poi alla fine si dimostrerà risolutiva. Insomma, tutto molto british.
Cosa non mi è piaciuto? I personaggi femminili, innanzitutto. Stereotipate (la bella divorziata, la sfigata che indossa calzettoni e legge romanzetti rosa e che nessun uomo si calcola, la vecchia impicciona, la sposa felice con marito e due cani) e un po’ antipatiche per l’insistenza con cui, per buona parte del romanzo, insistono nel criticare e mettere il becco nell’imminente matrimonio di una di loro. Noiose, ripetitive, poco plausibili anche. Certo, nel finale la Link si riscatta facendoci ammirare, con un colpo di scena, il potente ritratto psicologico che si cela dietro uno di questi profili, e forse capiamo un po’ di più queste dinamiche. O forse no, e ci rendiamo conto che, proprio per il colpo di scena finale, avrebbe dovuto dedicare alla costruzione psicologica di questi personaggi femminili più cura e meno ripetizione. Insomma, no, qualcosa non è andato, qualcosa fa storcere il naso.
In secondo luogo, la sottotrama che arriva dal passato e che vede protagonista il Nobody del titolo, alla fine pare risolversi in un pugno di mosche, senza legami con la trama principale e col movente dell’assassino. Perché? E’ la parte che ho letto con più curiosità, ma che attinenza ha poi con la risoluzione dell’omicidio? L’unico aspetto che trama e sottotrama hanno in comune è il tema dell’abbandono, fisico e psicologico da una parte dell’assassino, e dall’altro della vittima (Nobody), ma la sensazione resta quella di aver letto un romanzo a cui è mancato un collante, un’identità, una storia gialla vera e propria.
Infine, i dialoghi. Troppi, troppi, troppi! Questa volta, ahimè, ho avuto prurito da Elizabeth George! Ma perché infarcire un thriller (seppur psicologico) di chiacchere, chiacchere e chiacchere? Allungano le pagine e stancano il lettore! E si confermano un difetto tipico da autrici di thriller, più che di autori (ripeto, l’esempio lampante è quello della George). Con 200 pagine in meno Charlotte Link avrebbe fatto di “Nobody” un romanzo migliore, più incisivo!
In conclusione, galleggio fra i pro e i contro di una vicenda che comunque si è fatta leggere con gradevolezza.
Che fare, con Charlotte Link? Abbandonarla dopo due romanzi, o concedermi quello che potrebbe essere il suo pezzo forte? (se c’è?)