Il primo Nori ha qualche incertezza, e in certi momenti sembra più un flusso caotico che un romanzo vero e proprio. Però dentro c’è già tutto ciò che rende Nori Nori: la lingua viva, l’ironia sgangherata, le associazioni imprevedibili, quella capacità di raccontare il niente come fosse importante.
Learco Ferrari è un alter ego buffo e malinconico, che osserva il mondo con un’attenzione disarmata. Alcune pagine fanno ridere davvero, altre sorprendono per una malinconia sottile che arriva senza avvisare.
Non il suo libro migliore, ma un esordio divertente, vitale e molto piacevole: perfetto per entrare (o rientrare) nel mondo di Paolo Nori.
Da piccoli io e Mario avevamo una ammirazione incondizionata per quelli che avevano due o tre anni più di noi. Quello che facevano loro era ben fatto, non solo le cose come fiondare e andare al cinema da soli, ma anche cose come spostarsi da una camera all’altra. O star fuori dal bar o star dentro al bar. Quando uno di due anni più grande andava fuori dal bar, sentivamo subito che in quel momento quella era la cosa giusta da fare, e andavamo fuori anche noi. Quando eravamo lì sul marciapiede e vedevamo quello più vecchio che stava fumando, Mario mi diceva Dammi una sigaretta, io gli dicevo Le vendono. Lui mi diceva Dài, spaccaballe, che devo fumare, io gliela davo, ne accendevo una anch’io e fumavamo. Poi quello più grande spegneva la sigaretta e tornava dentro e Mario spegneva la sigaretta che aveva appena acceso e entrava nel bar. Io non sapevo cosa fare, che mi dispiaceva per la sigaretta. Però, a rigor di logica, bisognava andar dentro. Poi mi ricordavo che si poteva fumare anche dentro al bar, entravo e dicevo Mario, sei una testa di cazzo.