Fare il nodo ai lacci delle scarpe, colorare dentro i contorni, lavare bene i denti (anche quelli in fondo), salire scale sempre nuove senza stringere per forza il corrimano. E poi: avere lo sguardo lungo, separare l'ansia dal pericolo vero, vincere, perdere, aspettare, agire, confidarsi, farsi valere, rassegnarsi. A dover imparare tutto ciò, in questo romanzo colmo d'energia e dal potere medicamentoso, sono una donna e il suo bambino. Lei ha l'esperienza, mentre lui per capire mira all'essenziale; lei ha occhi pronti a cogliere ogni spigolo, mentre lui da dietro gli occhiali le insegna a leggere il mondo a due dimensioni. Davanti a loro si stagliano tutti gli ostacoli possibili, e per fronteggiarli hanno a disposizione molta paura e altrettante armi. La paura è quella di non farcela, e le armi a ben guardare sono le stesse della letteratura: nominare le cose, percorrerle, trasfigurarle, lasciarle andare. Tenendosi per mano - ma chi reggendo chi è difficile dirlo - si muovono tra fisioterapisti e burocrati, insegnanti e compagni di classe, barcollando o danzando, ma sempre stringendo nel pugno una parola difficile che comincia per «H», e che sembra impossibile far germogliare. Perché se hai tatuato addosso il numero 104 - quello della legge sulla disabilità - e vivi in un mondo «che non ha proprio la forma della promessa», mettere un passo dopo l'altro diventa ogni giorno piú difficile. Ma c'è chi prima di loro e insieme a loro ha solcato lo stesso mare impetuoso, facendosi le stesse domande: «Stiamo tornando indietro o andando avanti? Quando si è in navigazione da tanti anni si perde la rotta». Tempo di imparare è un libro scritto in prima persona, in cui «io» e «tu» diventano un'unica cosa: «irriducibili l'uno all'altro, eppure intercambiabili». La voce di Valeria Parrella - intima, abissale - dice il momento in cui la relazione tra ogni genitore e ogni figlio si strappa, il binomio si scompone, e ci si guarda da lontano: per intero.
Valeria Parrella is an Italian author. In 2005, her collection of short stories For Grace Received was shortlisted for the Premio Strega and won the Premio Renato Fucini. In 2020, she was shortlisted for the Premio Lattes Grinzane. In 2008 she published her first novel, Lo spazio bianco, which won the Premio Letterario Basilicata. She has written several other short stories and novels, she collaborates with the newspaper La Repubblica and the magazines L'Espresso and Grazia.
Il percorso di una madre alle prese con l’handicap del figlio, il suo confronto col quotidiano, la scuola, i dottori. Il romanzo racconta bene la rabbia e la frustrazione, il rifiuto istintivo del genitore il cui figlio è diverso dagli altri, e lascia la sua protagonista quando questa sta finalmente imparando a convivere con la condizione del bambino.
È breve di una brevità data non solo dall'esiguo numero di pagine, ma anche da una struttura che spezza continuamente la narrazione, con capitoli di due-tre pagine che mettono rapidamente a fuoco un centro sempre attinente al tema del libro. Nonostante la forte costruzione stilistica, la prosa conserva un effetto di immediatezza che conferisce al testo una certa liquidità, senza la quale non sarebbe altrettanto godibile.
Ambientazione napoletana un filo diversa dai soliti cliché. Vicenda d'ispirazione autobiografica, ma non è autofiction o memoir (polemica in proposito su Rivista Studio firmata da Cristiano De Majo).
“Ma tutti, prima o poi tutti si trovano a fare i conti quando incontrano questa parola qui veramente: quando si trovano a dover dire o tacere, asserire o negare la disabilità, perché essa colpisce l’essere umano dove meno se l’aspettava e dove più fa male: nell’Essere e nell’Umano.”
All’università ti insegnano tante cose: come funziona il corpo umano, quali sono i protocolli post – operatori, come pianificare un piano riabilitativo con obiettivi a breve, medio e lungo termine…ma è quando inizi a lavorare che impari veramente. Impari, ogni giorno, dalla forza che ogni paziente investe nel cercare di superare le difficoltà quotidiane, impari che ognuno ha una storia che influenzerà il percorso di guarigione, impari ad avere paziente, che il recupero non avviene in un giorno e ogni piccolo miglioramento è una gioia.
La disabilità, sia essa per un breve, medio o lunghissimo termine è sempre una sfida, per chi la vive, per chi sta accanto a chi la vive e per chi, come me, prende parte al processo di elaborazione, lotta e accettazione.
Valeria Parrella descrive la relazione di una madre con il figlio disabile in modo vero, reale, con gioie e frustrazioni. Cosa è giusto fare? Spronare? Proteggere? Prendere decisioni è difficile. Leggiamo di una madre che cerca nuove forme di comunicazione, che si apre all’ignoto per imparare a sentire con il cuore e per azzerare le distanze con tenacia e resilienza verso un mondo di cui deve mettere insieme i pezzi. Creare una rete di solidarietà, adattarsi ad ogni piccolo cambiamento, cercare di tenere tutto in equilibrio per accogliere un “io” diverso dal nostro che ci può insegnare tanto, perché di fatto “la disabilità è una delle possibilità della vita”.
Questo è uno di quei libri - rari, per fortuna - che sembrano nati per starmi sulle palle. Uno di quei libri in cui si sceglie un argomento non facile ma di sicuro effetto, e lo si subordina completamente allo stile. Risultato: tutto fumo e niente arrosto. Il romanzo - che vorrebbe raccontare la storia toccante di una madre che deve letteralmente crescere insieme al figlio disabile, trovare il suo posto nel mondo per lei e per lui, combattere contro una burocrazia spesso nemica e contro medici fin troppo "inumani" - si tramuta in nient'altro che un esercizio di stile e uno sfoggio gratuito di erudizione. Santa pace, quanta presunzione trapela dalle sue righe! La figura di Arturo, il bambino, appare evanescente e appena percettibile. Questo è probabilmente voluto dall'autrice, ma contribuisce all'effetto "straniante" dell'intero romanzo: non si riesce a mettere a fuoco il rapporto fra lui e la madre. O meglio, ci si riesce razionalmente ma ben poco col cuore, che è la più grave mancanza di questo libro. Si capisce dove la Parrella voglia andare a parare, ma questo non è sufficiente quando manca l'anima. La narrazione tocca sì qualche bella punta, specie intorno agli ultimi capitoli, ma il romanzo è per buona parte di una freddezza - e di una distanza - imbarazzanti. Finto e artefatto. La scrittura in sé e per sé è anche bella: inutilmente pomposa, del tutto fine a se stessa e inadatta al tipo di storia narrata, ma a modo suo bella. Concordo con chi dice che la Parrella scrive "troppo", per una che ha urgenza di raccontare. Qui non c'è alcuna urgenza se non l'urgenza di avere un pubblico, o meglio l'urgenza di pianificare a tavolino un romanzo nato per far parlare di sé. Volevo leggere "Lo spazio bianco" ma non so proprio se avrò voglia di farmi fregare di nuovo. E lo so, vado controcorrente. Ma ci vado ben volentieri.
🖌”Ci ho messo tempo a capire e ce ne vorrà per sempre. Capire tu dove fossi, dietro quale lettera della parola disabilità ti stessi nascondendo, con quale ti fossi armato per portare avanti la tua vita, in un mondo che non ha proprio la forma della promessa”. - Tempo di imparare - - Valeria Parrella . - . - 🧬🧬🧬🧬🧬🧬🧬🧬🧬 - Arturo è un bimbo, una splendida creatura che vive sul bordo delle parole. Un essere libero da rigide sinapsi, uno spirito della Tribù dei Disabili. . Lei, la madre, ci racconta, si racconta come si faccia, ad ogni passo, a perdere pezzi d’armatura. . In Fondo a tutte le parole c’è la struttura del DOLORE. . 🖌”Il dolore è liquido figlio: in me, un liquido che non riesce a venire fuori. Sto là a galleggiare, ricaccio indietro il pensiero”. . . In questo monologo le frasi implodono, la rabbia risucchia le sfumature e ci si trova crudelmente nudi al cospetto di un mostro che divora la Bellezza del Futuro. . 🖋Lettura potente, che trascina il lettore in un abisso senza appello, unico appiglio: l’accettazione incondizionata . Sono forti e dirompenti le emozioni che trasmette questa Storia, molteplici le riflessioni che sono sorte nel gruppo di @psicoleggimi , sicuramente il Titolo più Forte letto insieme, finora. 🖋La scelta dell’Autrice, di un linguaggio spigoloso, scandito da verbi all’infinito, come se servissero per allontanare da se l’angoscia, acuisce la sensazione di essere esclusi da questo colloquio così intimo; di assistere alla strenua lotta di una madre che combatte con se stessa ed i propri fantasmi. 🌈 Consigliato a chi vuole guardare in faccia il dolore e la rabbia che attraversa una madre, nel suo cammino verso l’accettazione della Disabilità.
Una madre, un figlio disabile grave: vite dure, complicate assai… come le parole che Valeria Parrella usa per raccontarle, tanto complicate da risultare a volte criptiche, tanto dure, appena arrivano, da scuotere forte, e trafiggere. “La disabilità” - di un bambino, poi! - “colpisce l’essere umano dove meno se l’aspettava e dove fa più male: nell’Essere e nell’Umano”. E un figlio disabile, si sa, è una famiglia disabile, in perenne navigazione su una rotta instabile, fatta di strappi al timone. Ci vuole tanta forza, e tanto “tempo di imparare”… a navigare alla meglio, a convivere con l’handicap cercando equilibri accettabili, valorizzando i progressi anche minimi, fonte di conforto e speranza, arrivando magari a godere di gioie inattese, e bellissime...
Il racconto e le riflessioni di una madre che affronta la disabilità del figlio, la diversità reale e percepita e l’ingresso nel mondo della scuola, tra la voglia di fidarsi e affidarsi e la normale diffidenza verso gli insegnanti e le figure di supporto. Mi è piaciuto che la Parrella abbia dato voce anche ai sentimenti negativi legittimi, uscendo fuori dalla retorica melensa e irreale dei “bambini speciali”. Ho trovato però il libro breve, non solo nel numero di pagine, ma proprio mozzato nel racconto. La protagonista lancia un pensiero, una riflessione, un’emozione ma poi la tronca senza portarla a compimento. Mi sarebbe piaciuto leggere di più, scendere un po’ più in profondità.
"La disabilità è una possibilità della vita, e quando ne acquistiamo consapevolezza dopo un poco impariamo a sentirla in maniera naturale, istintivamente. Ma l'incapacità di mettersi davanti il problema: questa cosa qui genera l'handicap e rende gli uomini miseri, e io e te figlio, a questa abiezione non ci dovremo mai chinare."
Un libro muy conmovedor que pone en discusión la "discapacidad", cuestionandola desde la raíz. Esta narración abandona la idea de acondicionar a personas en situaciones específicas a la "normalidad" y contrargumenta que somos nosotros quienes debemos entrar en su mundo para comprenderlo.
Molto belli i contenuti. L’autrice ti fa sentire la sofferenza di una madre, di una famiglia, alle prese con l’handicap del figlio. Lo stile di scrittura, però, non incontra il mio gusto. I continui riferimenti alla cultura classica, ad esempio, lo hanno reso, ovviamente a mio parere, poco scorrevole. Nonostante questo, sicuramente è una buona lettura
Per me questo sta diventando l’anno di Valeria Parrella. Sarà che sto scoprendo, un romanzo dopo l’altro, tutta la sua intelligenza, la delicatezza che la contraddistingue. Tempo di imparare è un urlo a bassa voce, che racconta il dolore e la guerra di una madre e lo fa con un approccio discreto, una scrittura netta e fortemente reale.
La scrittura espressiva, quasi lirica, dell'autrice coinvolge il lettore in una storia di nascita e di cambiamento, di lotte sociali e umane, ma soprattutto d'amore materno. Il tema della disabilità è trattato con autenticità e passione, senza luoghi comuni. Tempo di imparare (ad essere madre) è un romanzo intimo, dove la narrazione in prima persona regala un'intensa vicinanza emotiva.
Valeria Parrella ci racconta con il suo modo schietto, sentimentale ma mai patetico cosa significa essere madre di un bambino disabile. La frustrazione, la bellezza ma anche quell’amore prepotente e totalizzante che solo i figli ti fanno provare
Letto d ‘un fiato. Una mamma che si misura quotidianamente con la disabilità del figlio e che riesce a trovare ,attraverso strade tortuose e dolorose, una dimensione per accettare la situazione è per riuscire a convivere con un bambino che desiderava standard e che invece è special.
Scrittura delicata per un argomento sensibile. Un libro da cui emergono le gioie, i dolori e la forza di chi è diverso, di chi si adatta in continuazione difronte alle difficoltà. Un libro che insegna che è sempre tempo di imparare e che si è in continua evoluzione.
Non leggevo V. Parrella da Spazio Bianco. Racconta il non raccontabile di una disabilita, dal punto di vista della madre. Che bella scrittura, ma oscura, come non volesse farci capire tutto, o forse sono io
In prima persona il modo di una mamma di figlio disabile senza sentimentalismi solo con una lucida e rabbiosa scrittura che fa però cogliere pienamente il senso dell’amare
Complicado de comprender para un nivel básico de italiano. Pero con mucho esfuerzo, lo he acabado La historia es bella y dura, la narración poética y acogedora. He aprendido mucho con este libro
E quando per troppo tempo si nega il dolore a sé, poi si riserva lo stesso trattamento agli altri. E lì nasce una cancrena segreta. Non è colpa di nessuno: né c'è da essere bravi alunni, per avere un odio carsico che ti scorre dentro mentre vorresti solo il contrario.
Una storia incantevole. Dolce e tenera. Una storia fatta di amarezze, frustazioni ma anche di felicità e di conquiste. La storia di persone speciali, nel vero senso della parola. Il protagonista principale di questa storia, tutta narrata in prima persona dall'autrice, è Arturo. Arturo è un bambino portatore di handicap. La sua vita si svolge tra medici, psicomotricisti, logopedisti, psicologi e svariate altre figure operanti nell'ambito sanitario che lo seguono e lo valutano, per usare un termine tecnico. Inizialmente la madre si trova a dover affrontare, più volte, le mille preoccupazioni inerenti il futuro di quel suo figlio speciale. Poi arriva l'inizio della scuola e la madre si rende conto che il figlio, pur non esprimendosi a parole, si fa capire, fosse anche solo attraverso uno sguardo o un'occhiata, come quando, al termine delle lezioni quel primo giorno di scuola, giunto all'inizio della scala, lui cieco da un occhio e quindi bisognoso di calcolare bene le distanze in luoghi che non conosce bene, si gira verso l'insegnante e questa capisce, da quella breve e semplice occhiata, la necessità del bambino e, senza bisogno di dire una sola parola, lo prende per mano e lo riconduce dalla sua mamma. All'interno della scuola Arturo trova compagni specialissimi; bambini che lo aspettano quando al lunedì egli entra due ore dopo perchè si deve sottoporre in quelle due ore a fisioterapia, che gli tengono il posto nel banco e quel posto al banco è la metafora del posto di Arturo nel Mondo. E poi ci sono i genitori dei compagni di scuola di Arturo, i quali accompagnano e danno man forte alla madre di Arturo il giorno che si reca dal Dirigente scolastico affinchè egli interceda e si adoperi affinchè Arturo abbia la giusta integrazione nelle ore di sostegno e lo fanno perchè Arturo è compagno di scuola dei nostri figli. E tra questi genitori non ci sono solamente gli altri genitori di bambini speciali, i genitori membri effettivi del cosiddetto "Gruppo Boh", ma anche genitori con figli "normali" che sono lì, "chi prendendo permessi chi spostando appuntamenti" per spirito di solidarietà verso la madre di un compagno di scuola dei propri figli come ho detto poco fa. Un romanzo, una storia di vita, da leggere per commuoversi e riflettere.
Tema forte ed importante, storia d'impatto, ma assenza totale di anima: questo, secondo la mia esperienza di lettura, contraddistingue il romanzo della Parrella.