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Cos’è la filosofia indiana?

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La filosofia, come è generalmente ritenuto, parla greco, tedesco, inglese, francese, italiano, ma secondo molti non parla egiziano, babilonese o sanscrito. Nella storia della filosofia, così come era intesa da un pensiero europeo ansioso di rivendicare l’esclusività delle proprie origini greche, all’India fu interdetto un posto di elezione nel campo dell’indagine critica tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo. Da allora, generazioni di studiosi delle tradizioni intellettuali nell’Asia meridionale hanno richiesto invano la revisione di un processo istruito ingiustamente contro un intero universo filosofico ai più del tutto sconosciuto. Dimostrando la totale infondatezza dei cliché che l’Occidente ha sempre riservato all’antica India, supposta troppo immersa nella sua religiosità per dare spazio alla formalità del pensiero filosofico, Vincent Eltschinger e Isabelle Ratié rivolgono l’attenzione non tanto alle tradizioni dottrinali indiane codificate, quanto a una serie di temi filosofici fondamentali che mostrano in tutta la loro ricchezza e varietà l’impresa razionale di problematizzazione, argomentazione logica e ricerca della verità che si fece strada nei primi mille anni della nostra era nell’Asia meridionale. L’accento posto su alcuni punti di cristallizzazione del dibattito indiano – il sé, l’idealismo, l’altro, la conoscenza, l’autorità, il linguaggio, la semantica, Dio, lo spazio e il tempo – costituisce la vera originalità dell’opera, che offre una comprensione della filosofia indiana per quello che fu nel suo contesto, senza cercare indebiti confronti con le altre filosofie, per non privarla del suo significato, della sua forza, della sua specificità e del suo fascino.

432 pages, Paperback

Published November 28, 2023

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Vincent Eltschinger

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Profile Image for Yupa.
889 reviews136 followers
January 5, 2024
Non è un'introduzione alla filosofia dell'India e non è una storia della filosofia dell'India, anche se il libro contiene una seconda parte, molto più breve della prima, con una cronistoria succinta del pensiero del subcontinente indiano.
È un libro che invece va per temi, e mostra come il pensiero e i pensatori indiani abbiano affrontato, scontrandosi tra di loro e disputando nei secoli, attorno a quelle che possono essere considerate alcune questioni classiche del pensiero, che vanno al di là dei confini nazionali o culturali: la persistenza dell'io nel tempo, l'esistenza del Mondo esterno all'io, il rapporto con il divino, e così via.
Tutto questo l'ha affrontato anche l'India tramite un approccio che può essere definito filosofico in senso largo, ovvero tramite l'applicazione della ragione con metodo razionale alle questioni fondamentali della conoscenza.
E allora poco importa se l'India, come sottolinea il libro stesso, non ha mai avuto una disciplina autonoma chiamata "filosofia". Ma d'altra parte anche in Europa questo nome ha designato cose molto diverse, a volte diversissime, nel corso dei secoli e con rapporti sempre mutevoli con gli altri rami del sapere, che siano la religione o le scienze empiriche.
E allora poco importa se in Grecia la filosofia, come abbiamo imparato a conoscerla, sia sorta in circostanze storiche e
sociali molto precise, quella della polis con la sua tendenza (comunque limitata, va ricordato) a riconoscere l'uguaglianza tra i cittadini. Perché anche in India, anche in un ambiente storico e sociale fortemente diverso da quello greco, la tendenza ad applicare il pensiero al pensiero stesso si è comunque manifestata e ha dato ricchi frutti, e questo perché, alla fine, il cervello umano resta lo stesso per tutti, a prescindere da latitudini e longitudini, e a quanto pare non servono necessariamente le stesse identiche condizioni, quelle della Grecia classica, perché questo cervello si metta in moto e scopra il piacere di dialogare coi suoi simili.
In questo libro troviamo così un'altra filosofia che è comunque sempre filosofia, con tutte le sue contorsioni, con la sua ossessione per le sottigliezze, con la sua estenuante e apparentemente inconcludente tendenza a mettere tutto in discussione o pronta ad armarsi di ogni dispositivo concettuale pur di difendere le posizioni più care ai diversi pensatori.
Troviamo soprattutto una realtà, quella indiana, che proprio come quella della tradizione del pensiero che si chiama occidentale, non è affatto un blocco omogeneo ma, anzi, è incredibilmente vario al proprio interno, con posizioni anche del tutto inconciliabili tra loro, e quindi impossibile da sussumere sotto etichette generalizzanti.
Il libro è così un'utilissimo strumento da contrapporre a chi immagini rigide opposizioni binarie tra un occidente fatto unicamente così e un oriente fatto unicamente cosà, del tutto omogenei al loro interno e contrapposti all'esterno, e che magari si siano mantenuti incredibilmente sempre se stessi nel corso dei millenni. Un libro da contrapporre sia a chi declama la superiorità di un occidente che, solo, avrebbe scoperto la razionalità contro un oriente ancora perso nelle nebbie di religione, misticismo e spiritualità, sia chi al contrario voglia vedere in queste ultime una via superiore e perduta che l'oriente avrebbe da insegnare a un occidente ammalato di arido razionalismo.
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