Nelle notti di vedetta, illuminate dalla brace di una cicca, Jezebel sa che le risposte possono arrivare solo dal vento. La forza, l’intensità del soffio, sono messaggi degli antenati, indicazioni per comprendere come muoversi tra ingiustizie, violenza, soprusi ma anche gioie quotidiane, sogni, ambizioni. Nel pieno del ventennio fasci sta la ragazza scopre fin da giovane quanto sia difficile sopravvivere: anche se in quei luoghi è nata, anche se lì sono cresciuti i suoi antenati, non mancano abusi e vessazioni; su tutti, quello di chiamare alle armi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, gli uomini sinti per farne carne da battaglia. In questo contesto Jezebel decide di unirsi alla lotta partigiana, per difendere la sua gente, nella speranza di far parte di un gruppo che possa mettere fine all’orrore della guerra. La storia di Jezebel è il canto di un popolo inascoltato, tenuto ai margini, su cui mai si volge lo sguardo. Una sola richiesta ci viene fatta dalla ragazza nelle prime pagine, da subito, e per l’ennesima volta, di non voltarci dall’altra parte, di non chiudere nuovamente gli occhi.
Mi sono trovata per caso alla presentazione di questo libro, a Più libri più liberi: tutte le sale dove sarei voluta andare, durante quell’ora di presentazione, erano pienissime. Ero lì per caso, pensavo. Era la voce del vento silenziosa che mi chiamava ad essere presente lì e non altrove.
“Uno scrigno di parole rotte. Un involucro spesso. Una pellicola sotto la quale si muovono lava, carne e cenere, un po' opaca come gli amuleti in quarzo e grano, un po' trasparente perché non più profonda di uno sguardo. Presente e lontana, lontana secoli.
Rido di fronte al plotone d'esecuzione, e tutto diventa un turbine, tutto diventa una miriade di petali nel vento.”
L’età di questa giovane non deve trarre in inganno: ha solo ventisette anni, ma dentro di lei ha tutta la saggezza di un popolo, il popolo Sinti, che non ha ancora ricevuto il riconoscimento come minoranza linguistica.
Questo romanzo è il romanzo del riscatto di un intero popolo. È il canto dell’amore di una nipote per i suoi nonni. È il mezzo attraverso cui ricuce le ferite di suo padre. È un libro delle risposte che possono arrivare solo attraverso il vento.
L’autrice con tutta la forza del suo racconto ci fa scoprire che ci sono giornate della memoria che non riguardano solo gli orrori perpetrati agli ebrei; ci sono giornate della memoria che riguardano tutte le minoranze che ancora non hanno avuto la forza necessaria per far venire allo scoperto i vari genocidi
“Così noi siamo al primo inverno, ci stringiamo alla famiglia, e così sarà per sempre, ogni sinto che cammini sulla terra. Per sempre. Soffia sul fuoco, una fiamma si spegne. «Per sempre».”
Questa è anche la storia della resistenza: la protagonista Jezebel durante la Seconda Guerra Mondiale si unirà alla lotta partigiana per difendere il suo popolo.
“Ai partigiani rom e sinti perché il loro doppio sacrificio ci guidi ancora e ci scaldi nelle notti più gelide.”
Una bellissima scoperta.
“Il vento non si ferma. Sposto gli occhi il tempo di un bacio, di un'offesa, di un sorriso. Li sposto perché voglio vivere, perché c'è troppa luce in questo mattino che io non vedrò, perché ogni muscolo del mio corpo rimane teso, asciutto, smania per ballare un'ultima volta intorno al fuoco.”
Che libro. Una storia familiare, una storia partigiana, una storia di radici e sangue, storia che si intreccia alla Storia e diventa canto dell'intero popolo sinti la cui voce è stata rimossa e negata insieme al ruolo giocato durante la Resistenza. Le storie dei partigiani e delle partigiane sinti e rom, perseguitat3 dal regime per la loro sola esistenza e comunque in prima linea a combattere per la libertà, sono state dopo la guerra volutamente dimenticate e silenziate. L’autrice arricchisce il racconto della Resistenza di queste voci imprescindibili e al tempo stesso racconta la storia della sua famiglia riuscendo a rendere la narrazione sia politica che personale in modo intenso, lirico e viscerale.
Questo è senza dubbio uno di quei libri che aiutano ad aprire la mente. Approfondire la cultura Rom e Sinti si è rivelato affascinante e per questo mi sento di essere grato alla Errani. Di questa cultura non conoscevo il profondo misticismo, il legame con la natura, l'origine geografica, il rapporto viscerale con il leggendario...tutte informazioni che mi hanno aiutato a chiarire una serie di domande che - vuoi per pigrizia emotiva, vuoi per la società che non invita di certo a farlo - non sapevo neppure di dovermi porre. L'immagine svilente tracciata dai fatti di cronaca si è senza dubbio arricchita di più livelli e grande spessore, grazie a questa lettura.
Il mio problema in generale è stato con lo stile di scrittura. Decisamente non il mio. Troppo lirico, troppo disperato, troppo impegnato nella ricerca spasmodica dell'emozione. I fatti sono già fortissimi - è impossibile non empatizzare -, dunque perché calcare la mano per spingere a tutti i costi alle lacrime? A volte per ogni riga di azioni ne seguono anche cinque o sei di figure retoriche, immagini tra il dolce e lo straziato, petali di rose turbinanti, fiamme ardenti, fulmini roboanti, anime sofferenti, nuvole sfuggenti, ecc ecc ecc. Il tutto alla lunga risulta affettato e noioso, al punto che alcuni passaggi si ha quasi l'impressione di averli già letti due o tre volte nei capitoli precedenti. Non dico sia sbagliato - mai lo farei -, solo che prediligo stili più ariosi e meno teatrali. "La figlia del ferro" della Cereda penso possa essere un buon esempio, sempre a proposito di resistenza e di figura femminile resiliente.
Una lettura che tutto sommato sono felice di aver fatto.
Una scrittura poetica e straziante, la storia di una famiglia che è anche la storia di un popolo. Su alcune pagine soffia un vento caldo, ma sopratutto un vento che intona canti e parole che le trasporta e le mescola tra questo e altri mondi. Un mondo che avvicina a noi un popolo troppo spesso vittima di pregiudizi e paure, perché diverso..perché più libero!
"Questa guerra non è mia. È un randagio con gli occhi di cenere che prende i figli della terra e li sbrana. Non finirà mai. Non per noi che non chiediamo niente, per la colpa degli altri cresciuta come un cancro dentro il nostro sangue. Non per me."
La cultura sinti mi ha sempre affascinata. Questo libro parla di sinti al tempo della seconda guerra mondiale parla di famiglia amicizia e sopravvivenza
Questa piccola gemma, trovata per caso e fresca di stampa in una libreria l'anno scorso, mi ha tenuto compagnia per tutta l'estate. Inutile dire che non ho mai versato tante lacrime per un libro prima di "Prima che chiudiate gli occhi". Storia apprezzatissima soprattutto perché rischia di venir dimenticata, tralasciata, tenuta da parte: da questa trasudano un vigore e una forza di vivere formidabili, la volontà di riscattare la propria libertà e sputare in faccia agli abusi stessi. Uno stile travolgente, devastante e a tratti quasi onirico che sa come farti accapponare la pelle. Fiamma ti entra dentro, se hai orecchie abbastanza attente da udire quello che il vento dice. Lettura consigliatissima, mi sento di dire doverosa.
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