Il saggio parte bene, con l'ottima analisi dell'annichilente Nuova Cancelleria del Terzo Reich e le altre architetture progettate da Albert Speer per Hitler; continua altrettanto bene con la descrizione della visione ideologica che Stalin aveva dell’architettura e l'iter del progetto stile "torta di matrimonio" per il mastodontico Palazzo dei Soviet, sempre con una meditata alternanza tra fatti storici e aneddoti, garantendo così un tono assai vivace alla narrazione.
Poi, lo sciagurato autore decide improvvidamente di valicar le Alpi, e qui cominciano le dolenti note.
Sostenere che le architetture fasciste siano più gradevoli alla vista rispetto a quelle naziste e comuniste perché Mussolini fu un dittatore meno sanguinario di Hitler e Stalin è una teoria quantomai bislacca, in primo luogo perché trovo che una classifica di crudeltà tirannica sia non solo incredibilmente oziosa, ma pure irrispettosa nei confronti di chi quelle dittature le ha subite, e definire il Ventennio fascista un "Regime da operetta" denota una scarsa conoscenza della Storia, a cui si somma evidentemente anche una scarsa conoscenza della Storia dell'Architettura perché forse l'Autore non lo sa, ma l'architettura tedesca è sempre stata funerea, anche ai tempi del kaiser, così come l'architettura russa è sempre stata pacchiana, anche ai tempi degli zar.
Le proporzioni invece, che sono quella cosa che rende un edificio gradevole all'occhio umano, sono da sempre prerogativa dell’architettura italiana; Vitruvio, Francesco di Giorgio Martini, Leon Battista Alberti, Vignola, Palladio, Serlio, difficile ignorarli tutti; gli italiani sono maestri nelle proporzioni, e Piacentini non fa eccezione. Le sue opere furono senz'altro spesso sgraziate e magniloquenti al pari di quelle realizzate dai suoi colleghi operanti nelle dittature d'oltralpe, ma grazie all'uso delle proporzioni le architetture piacentiniane sono connotate da un'aura metafisica, del tutto assente nei progetti approvati da Hitler e Stalin.
Dopo di ciò, il saggio continua la sua cavalcata trionfale fra le simbologie architettoniche del potere attraverso la Cina maoista, i dominî britannici, la Turchia di Atatürk, la Persia dell'ultimo scià, la Francia di Mitterand, fino all'America dei Rockefeller e dei vari presidenti; materia senza dubbio interessantissima, ma il tarlo che l'Autore abbia usato la stessa superficialità dimostrata per l’architettura italiana (che conosco meglio) anche per le opere sparse nel resto del Mondo rimane una fastidiosa costante fino alla fine del libro.
Anche perché, quando l'occhio indagatore si posa nuovamente sul Bel Paese, e nello specifico sulla Torino di Gianni Agnelli, l'Autore si esibisce di nuovo in una serie di uscite infelici che dimostrano ancora una volta tutto il suo pressappochismo.
Ed all'appello mancano a mio modesto avviso diversi casi esemplari di luoghi ideati da grandi potenti del XX Secolo che vollero imprimere il loro marchio al mondo, come ad esempio (per citare due casi agli antipodi) lo sventramento urbanistico di Bucarest per l'edificazione dell'immenso palazzo del dittatore rumeno Ceaușescu, o i due parchi a tema -di cui solo uno poi effettivamente realizzato- ideati da Walt Disney.
Come se non bastasse, a mano a mano che le architetture trattate si fanno più recenti, la tendenza al pettegolezzo prende una deriva incontrollata, facendo così scemare di molto l'interesse per la lettura.