Scritto benissimo da Pietro Dal Prà, il libro riesce a raggiungere il risultato auspicato da Ondra nelle righe che scrive in apertura, cioè ispirare e trasmettere i valori di libertà che lui ha sempre trovato nell'arrampicata. Le storie raccontate sono incredibili, storie di un successo assoluto da parte di un atleta unico. Ma forse, proprio per contrasto, emerge anche con forza la bellezza di quei racconti che invece sono caratterizzati dalla sofferenza, dalla ristrettezza, dai limiti (Patxi Usobiaga, Chris Sharma su La Dura Dura, i genitori di Ondra). Lettura consigliata a tutti gli appassionati.
Rimango con la mia perplessità iniziale, sul perché fare una biografia di un atleta di soli 31 anni che ha probabilmente ancora tanto da dare, ma in ogni caso Dal Prà si svela un abile narratore. La storia di Adam è ed è raccontata in modo appassionante, ripercorrere i suoi successi e quindi il progredire dell'arrampicata sportiva negli ultimi 20 anni è emozionante per chi fa parte di quel mondo ed è cresciuto sportivamente con lui. Spero che in futuro se ne farà un'altra più completa, ma rimane comunque un ottimo testo, indubbiamente da leggere per gli appassionati.
Adam Ondra, ceco di Brno, “l’enfant prodige” più longevo del mondo dell’arrampicata, nel senso che il suo astro ascendente non si è affatto fermato dopo la sua infanzia, è nato nel 1993. Questo non è un dettaglio da poco, per diversi motivi: quello più ludico è pensare che questa dev’essere stata un’annata magica per i super climbers perché ha dato i natali anche agli altri (pochissimi) 9c come Stefano Ghisolfi, Alex Megos e Seb Bouin. Figlio di genitori appassionati di arrampicata, e che la praticano da sempre e ad ogni fine settimana, Adam inizia quindi prestissimo a muovere i primi passi in parete, rivelandosi immediatamente per quello che gli americani definirebbero un “natural”. Facilitato da un setting famigliare molto favorevole a questo sport (e a genitori che hanno accolto e molto sostenuto il talento del figlio), Adam, che frequenta ancora le elementari, nel suo tempo libero (a cui si aggiungono tutti i weekend, con qualsiasi tempo), scala. Scala. Scala. A vista, per di più: la sua passione di sempre. E il suo grado lievita. I genitori (che indiscutibilmente in apparenza sono molto understated, ma all’atto pratico non sono certo rimasti con le mani in mano per quanto concerne la promozione del figlio in questo ambito) contattano la rivista di arrampicata più prestigiosa del paese e organizzano un’intervista al piccolo Adam (settenne o ottenne, non ricordo esattamente: lo confesso, ho perso il conto dei record) che ha chiuso il suo primo 7c. E non è che l’inizio. A 13 anni, scala il suo primo 9a, Silbergeier; a 14 fa il suo 9a+ lavorato e 8c a vista, a 17 anni fa il 9b lavorato e l’8c di boulder, a 18 è la volta dell’8c+ a vista (prima solo Patxi Usobiaga era riuscito a farlo), a 19 fa il suo primo 9a flash, traccia la sua prima via (in Norvegia, a Flatanger) Change, 9b+, a 23 anni fa prima ripetizione in libera della Dawn Wall su El Capitan e a 24 anni traccia il primo 9c della storia: Silence (sempre in Norvegia, a Flatanger). Può bastare? Forse per me e per voi basta e avanza, ma non per Adam, sempre alla ricerca di migliorare sé stesso. In altre parole, a tutto quello che ho scritto qui sopra, dovete aggiungere: gare di coppa del mondo (nel 2009 vince quella di lead; 2010 vince quella di lead E di boulder – prima volta nella storia dell’arrampicata; nel 2014 diventa campione del mondo di boulder – una disciplina, detto così, per inciso, che non lo sconfifferava poi così tanto perché l’ha sempre trovato troppo “corto” rispetto alla bellezza di una via lunga su roccia. Mi chiedo: e se invece gli fosse piaciuto tanto, il boulder?), le olimpiadi, una maturità, una laurea triennale in economia, un matrimonio e un bimbetto, il piccolo Hugo. È diventato proprietario di una piccola palestra e ha una sua agenzia che si occupa di sportivi e chissà cos’altro ha al fuoco. Oggi, 2023, Adam ha 30 anni. Sì, lo capisco: è necessario fare una pausa, prendersi un bel respiro, prima di continuare a leggere. Ora che ci siamo un attimo ripresi e che abbiamo colto perché Adam venga definito “il più grande climber di tutti i tempi”, parliamo invece del bel libro, scritto quasi a due mani con Pietro Dal Pra. Spiego il “quasi”: la struttura (magistrale) del libro è suddivisa in tre parti che corrispondono alle tre fasi principali della vita di Ondra (gli esordi – il primo decennio, che lascia sbigottiti; la fase delle gare, quella che gli ha portato la notorietà al grande pubblico – molto appassionante; infine il passaggio da ragazzo a giovane uomo: coinvolgente) e ogni parte è suddivisa a sua volta in capitoli che prendono spunto da una via importante o una vittoria nelle gare, condivise col lettore con un mix abbastanza equilibrato tra la descrizione dell’impresa (forse un pelino lunghe e dettagliate, quindi molto tecniche, per un pubblico che è alle prime armi con l’arrampicata ma che ricordano molto gli articoli da rivista specializzata – e che quindi invece saranno la gioia degli appassionati) e il percorso di vita di Adam in parallelo. I capitoli sono scritti di pugno di Pietro, mentre in conclusione c’è una parte scritta da Adam, a chiosa di quanto scritto. In questo senso “quasi” a due mani: il grosso del lavoro è stato fatto da Pietro Dal Pra. Importante è adesso mettere sotto la lente d’ingrandimento anche questo aspetto del libro perché merita un elogio sincero. Pietro Dal Pra nella vita non fa lo scrittore e accingersi nell’impresa di scrivere la biografia di qualcuno è notevole per non dire enorme e “Pierin” (così lo chiama Adam, detto "Adamino” dal Dal Pra) supera la prova a pieni voti. La scelta è ricaduta su di lui, invece che su di un professionista della scrittura per un motivo preciso ed importante: i due si sono conosciuti tramite La Sportiva, sponsor di entrambi nonché azienda per cui Pietro collabora nell’elaborazione delle scarpette di arrampicata. La guida alpina vicentina, membro degli Scoiattoli di Cortina, ha un passato simile a quello di Adam: anche lui ha cominciato a scalare in giovanissima età, riportando risultati rimarchevoli. Di fatto, è il prestigioso brand trentino a metterli in contatto e i due iniziano a scalare insieme (e ovviamente fanno cose tostissime): un uomo maturo e un giovane teenager, Yoda e Luke Skywalker. Simili anche per indole (sono entrambi molto riservati in ambito emotivo e nell’arrampicata lasciano fiorire tutta una parte di sentimenti e riflessioni che condividono con poche parole ma molta profondità – come vedremo alla fine del libro), iniziano un percorso anche (e/o soprattutto?) umano duraturo, in cui il maestro Jedi non perde mai di vista il suo giovane apprendista, né il ragazzo il suo insegnante. Il libro infatti si chiude a cerchio, col matrimonio di Adam: tra gli invitati Pietro – il quale era convinto che in loco avrebbe trovato il gotha dell’arrampicata mondiale mentre invece scopre di essere stato uno dei pochissimi eletti al di fuori della cerchia famigliare, a riprova (se ne avessimo avuto bisogno) del profondo legame che si è instaurato tra i due. La biografia si chiude confermando la struttura magistrale del libro: apre una porta nuova, quella della paternità di Adam che lo porterà (e noi insieme a lui, chissà) verso nuovi traguardi. A libro chiuso una cosa sola mi è mancata, nient’affatto attribuibile né al suo autore né credo nemmeno ad Adam: un percorso personale più scavato, un percorso che ha conosciuto anche momenti “down” impegnativi – perché è soprattutto qui che si vede la profondità e lo spessore umano di una persona. L’ho messo a fuoco leggendo del “duello” tra Adam e Patxi Usobiaga alle gare: il climber basco, con la sua storia che sembrava cavalcare un otto volante, mi stava coinvolgendo di più della traiettoria in costante ascesa del climber ceco a tal punto che ho pensato che sarebbe bellissimo se Patxi volesse raccontare il suo percorso. Già, perché per chi segue con passione i suoi beniamini è importante conoscere anche gli aspetti difficili delle loro vite perché se ne riceve coraggio ed ispirazione per superare i propri. Adam o non ha voluto soffermarvicisi (per indole?) oppure non ne ha incontrati di particolarmente incisivi. È lo stile della scalata di Adam che ci dà l’indizio: da una parte non gli piacciono le vie “scavate” (gioco di parole servito su di un piatto d’argento), dall’altra (lo ripete spesso) non capisce chi lavora una via a lungo: per lui è bellissimo scalare a vista. Adam, del resto, ha iniziato a scalare da bambino: tutto era gioco e com’è proprio di quella fascia d’età, il gioco è bello se è attivo, se ci si muove. Il lavorare una via inteso come un lavoro su di sé non può essere còlto in quella fascia d’età. Eppure questo è uno degli aspetti più belli e più preziosi che regala l’arrampicata – si leggano a confronto, le profonde riflessioni di Stefano Ghisolfi, primo (ed unico, al momento) ripetitore al mondo di Change (la prima via chiodata di Adam) quando appunto si è cimentato in questa via, la più difficile che abbia mai fatto. Ora, da un punto di vista sportivo, scalare “a vista” è indiscutibilmente un challenge allettante e che va còlto come sfida ma anche il lavorare una via ha un grande valore, soprattutto umano che Adam sembra non accogliere veramente, nemmeno in età adulta: non gliene si può fare una colpa, ognuno è fatto com’è fatto, ma quest’aspetto di Ondra che rifugge un po’ un confronto con sé stesso trova conferma nel completo disinteresse da parte di questo grandissimo performer nella disciplina del free solo, espressione massima e sublime dell’affrontare sé stessi (lungi dallo spronare Adam a cimentarsi: per quanto affascinante, trovo il free solo sempre molto pericoloso. Adam va benissimo così com’è!) Concludo comunque affermando che si tratta di un lavoro veramente ben fatto, da qualsiasi punto di vista, e che ha due grandi pregi: innanzi tutto è il primo, l’unico testo in italiano (e credo al mondo) che ci racconti di Adam Ondra al di là dei suoi palmarès (a meno che non vi siano pubblicazioni in ceco), il climber più grande di tutti i tempi e che con l’Italia e il suo autore ha un legame molto sentito; il secondo è che si tratta di un testo che si può vedere in prospettiva: quando tra vent’anni ci saranno persone che si chiederanno chi sia (stato) Adam Ondra, potranno trovare in questo testo un ritratto completo di questo atleta prodigioso. Altro elemento non da poco e conferma il valore a tutto tondo di questo lavoro.