Eretici, irresponsabili, gli eroi di questa Storia stupefacente della scienza di Alessandro Paolucci sono scienziati che hanno cercato di andare continuamente oltre la realtà apparente, superare il muro della percezione e svelare i misteri dell’universo. Per compiere questa incredibile impresa hanno fatto uso di sostanze allucinogene – oppio, hashish, ketamina, gas esilaranti, funghi – ogni volta che ne hanno vista l’utilità, affrontando enormi rischi e cacciandosi ripetutamente nei guai. Sempre consapevoli che nella scienza essere immacolati non conta affatto. Come in ogni storia di supereroi, infatti, i protagonisti non sono mai tutti d’un pezzo. In queste pagine prendono i nomi di Avicenna, Benjamin Franklin, Kary Mullis, Francis Crick e Oliver hanno dubbi, incertezze, tentazioni e per scoprire quello che ancora non è stato scoperto devono osare, arrivare fin dove non ci si può più fermare, e andare fino in fondo. Oltre ogni immaginazione.
Entusiasmante. Scorrevole, si legge molto velocemente in quanto l'autore ha la bravura di portare subito il lettore nel centro della vicenda. Trattandosi si un libro divulgativo il taglio dato è giusto, anche se mi sarebbe piaciuto un approfondimento sulle sostanze trattate dal punto di vista chimico.
Bello e interessante. Ho apprezzato soprattutto i capitoli iniziali (Avicenna) e quello sull'LSD. Molte cose che non sapevo ma di cui alcune poco interessanti
Partendo da Avicenna e Paracelso, fruitori di oppio come farmaco naturale, così come Benjamin Franklin, che lo assumeva per curare la gotta, passando per Albert Hofmann il padre scopritore del LSD e continuando con Carl Sagan, scrittore divulgatore ed astrofisico che trovava nella marijuana ispirazioni ed intuizioni. Ancora, Kary Mullis e Francis Crick Nobel per la chimica ma anche psiconauti, e poi lo psicanalista Lilly che si aiutava con ketamina, il più prolifico matematico di sempre Erdős che trovava nelle anfetamine un boost intellettuale così anche Oliver Sacks, che non si limitava solo a questa ma a tutto lo spettro di droghe che si presentasse a lui.
Il quesito che questo libro mi lascia, al pari del suo gemello diverso “storia stupefacente della filosofia” è: fino a che punto si debbono o possono “condannare” moralmente/eticamente per il loro uso di sostanze scienziati di questa caratura che hanno favorito enormemente il progresso scientifico?
Non è tanto lo strumento in sé (in questo caso la droga) ma l’utilizzo che si fa di questo strumento: un coltello dato ad uno chef permette di realizzare prelibatezze, date ad un criminale permette di compiere un omicidio. Questa rottura rispetto il nostro schema concettuale (magari invischiato dal condizionamento sociale/politico) o semplicemente una scarsa se non nulla conoscenza sull’ argomento ci ha portato a stigmatizzare qualcosa che, *se ben utilizzato*, potrebbe elevare il nostro livello di conoscenza, coscienza ed introspezione a livelli impensabili.