Dopo aver narrato le gesta di Riccardo da Malarocca, torna Lorenzo Manara con il secondo romanzo che si immerge nei putridi acquitrini dell'Italia medievale.
Leone di Forteschio è un cavalier poeta che vaga per le paludi marce in cerca di gloria. Fiammetta, la signora di Ranacchio, gli assegna il compito di portare i carri pieni di morti al cospetto del vescovo, perché le terre di Ranacchio son ormai piene di sepolture, l'odore della morte si sente ovunque ma l'arcidiacono non vuole saperne di smettere di mandare carri pieni di defunti, anche se non c'è più spazio per seppellirli.
A seguire Leone per le terre sudicie e ammorbate ci sarà un'intera schiera di "non morti" che poco a poco prenderanno a cuore la sua canzone, storpiata e usata come inno per insorgere contro l'oppressore.
Leone è un protagonista davvero umano e con il quale è facile empatizzare. Sbaglia molto, viene frainteso, a volte si arrende troppo presto ma cerca di rialzarsi, ogni volta, dal fango in cui è caduto (e non solo metaforicamente).
Il libro è scritto con stile scorrevole e limpido, i personaggi sono memorabili. Ma la cosa che mi è piaciuta di più è il senso profondo del titolo. Leone si trova a comporre pochi versi di fretta, perché è in pericolo di vita, e non ne è soddisfatto. La canzone parla di sangue e di morti, mentre lui avrebbe voluto narrare di ben altre cose, più nobili, come i capelli lucenti della signora di Ranacchio...
Eppure, anche se i versi che ha composto non gli garbano, il popolo li ama. Il popolo li canta, ne fa il proprio inno, e li rende strumenti di sacrificio supremo contro il tiranno. Ecco quindi che l'artista deve fare pace con la propria arte, anche se non è del tutto soddisfatto. Perché, in fondo, se piace al popolo, ha comunque raggiunto il suo scopo.
Questo non è l'unico concetto profondo nascosto in questo libro. Vi consiglio di leggerlo per scoprire altre sfumature di un passato che credevamo perduto e che, grazie alle suggestioni dell'autore, ora possiamo rivivere.