La prima volta che sentii la parola “niezi” fu a Shanghai, nell’estate del 1982, sussurrata di notte tra i sentieri del campus universitario. “Sai che è uscito un romanzo sui ragazzi gay di Taipei? Si intitola ‘niezi’”. Notizia a quei tempi clamorosa, eppure certa perché proveniente da uno studente americano che come me aveva conosciuto il mondo gay ben nascosto nella Taipei fine anni Settanta.
Del libro allora, e fu così per molto tempo, fisicamente non c’era traccia, nel senso che non c’era modo di averlo. La settimana prima, per spiegare il clima, alla biblioteca di Shanghai ero riuscito ad avere per qualche ora tra le mani un’edizione del classico della narrativa omosessuale antica, “La manica tagliata”; un librone polveroso, non aperto da anni, marchiato da un bollino giallo, che in Cina è il colore non dei romanzi polizieschi ma di quelli erotici. Il giorno dopo il volume già non c’era più, era in restauro fino a chissà quando mi disse il bibliotecario con aria di disprezzo. Figurarsi, un occidentale che ficcava il naso tra i libri proibiti, nelle mutande sporche del popolo cinese in un certo senso.
E allora di “Niezi”, romanzo taiwanese sull’omosessualità ci rimaneva solo quel suono, il cui significato però non era molto chiaro. Già, perché nell’entusiasmo iniziale nessuno aveva capito di che “niezi” si parlasse. “Zi” stava sicuramente per “ragazzo, giovane uomo”; ma quel “nie”? Il cinese ha quattro toni per distinguere i pochi suoni che utilizza, e questo maledetto “nie” sembrava proprio un quarto tono: secco, netto, che non permetteva repliche, quasi un’esclamazione.
“Ma che cazzo di ideogramma è?” Scusate, ma la frase era proprio quella. D’altra parte stiamo parlando di parole, con le quali – è noto – è consigliabile non scherzare. (Per inciso, un articolo recente di Daniele Barbieri sul manifesto elenca molte parole italiane che vengono dagli “odiati” arabi; una di queste è proprio “cazzo”, etimologia che chiunque, donna o uomo, abbia avuto a che fare sessualmente con uomini arabi difficilmente metterà in dubbio). Che con le parole sia meglio non scherzare non è solo un modo di dire, soprattutto quando hai a che fare con il cinese. Persino Ezra Pound, rimettendo mano al classico di Ernest Fenollosa sugli ideogrammi cinesi come mezzo di poesia, si dimostrò molto più cauto del solito: io – dice Pound – ho solo sistemato qualche frase qua e là. In realtà non era vero, lo si capisce dalle note puntigliose aggiunte al testo originale, ma persino lui preferiva far finta di aver preso gli ideogrammi con le pinze.
Memori di Ezra Pound, quindi con la dovuta cautela, cominciammo a spulciare tutti i dizionari che avevamo, da quelli compilati dai gesuiti al Dizionario Nuova Cina, quello con la citazione di Mao in rosso in seconda di copertina. Tra noi studenti, quel “nie” non lo conosceva nessuno. Andavamo per esclusione.
“Tenere un asciugamano”… “i ragazzi con l’asciugamano”, improbabile, sembrava il titolo di un video porno della Falcon Studios su uno spogliatoio di San Francisco.
“Criminale”… “giovani criminali”, esagerato: pensando ai teneri e docili ragazzetti taiwanesi era da escludere.
“Terra cotta al sole”… “ragazzi di terracotta”, ma in che senso?
“Perverso”… “ragazzi perversi”, doveva essere proprio questo! Era un ideogramma strano, composto da una collina con dell’erba sopra (che nell’antichità chissà perché indicava il peccato, la colpa); e poi sotto, schiacciato, quasi deformato dalla colpa-collina che gli stava in testa, c’era il simbolo di un ragazzo,. “Ragazzi perversi”, era perfetto, ci fu un attimo di soddisfazione, perché a vent’anni chi non vorrebbe essere perverso (e magari anche polimorfo)?
Pacificatici con il titolo, solo parecchio tempo dopo riuscimmo a mettere le mani sul romanzo proibito, nella sua versione inglese “Crystal Boys”, ragazzi di cristallo. Stavolta il titolo aveva senso perché nel gergo gay di Taiwan i giovani si chiamavano tra loro proprio “ragazzi vetro”, trasparenti, invisibili.
Sono passati vent’anni e adesso, ignaro di tutta la straziante storia del titolo, anche il lettore italiano può leggere questo libro proibito e a suo modo storico, pubblicato da Stile Libero Einaudi nella versione come sempre impeccabile di Maria Rita Masci, traduttrice tra l’altro di Acheng. L’autore è Bai Xianyong (più noto come Kenneth Pai), classe 1937, figlio di uno dei più potenti generali del Kuomintang fuggito a Taiwan dopo la vittoria dei comunisti cinesi.
Il titolo italiano, niente di perverso né di cristallino, è “Il maestro della notte”, riferimento al personaggio che governa e protegge questa tribù di ragazzi omosessuali. Nati a Taiwan, un paese “invisibile”, inesistente sul piano diplomatico, essi stessi invisibili, inesistenti agli occhi dei più. “Nel nostro regno è sempre notte, la luce del sole non arriva mai. Appena spunta l’alba, infatti, il nostro regno si nasconde, poiché è uno stato completamente fuori dalla legge”. Inizia così, “Il maestro della notte”, con un’affermazione al tempo stesso inattaccabile e falsa.
Falsa perché frutto di quella mitologia che purtroppo (lo disse una volta e poi mai più Mario Mieli – teorico del movimento transgender italiano – durante un convegno sull’omosessualità, tenuto niente meno che in Campidoglio) rimane una delle “malattie infantili” della cultura gay mondiale. Una visione mitologica che trasforma gesti quotidiani e anche banali, dal guardarsi negli occhi al fare all’amore, in qualcosa di eroico, di temerario e che ha dato vita a gran parte della stessa letteratura gay contemporanea. Eppure la descrizione è indiscutibile, assolutamente esatta, perché entrare in quel regno (parola di uno che questa mitologia gay l’ha sempre fuggita) era davvero qualcosa di speciale.
La “tribù” di adolescenti le cui vicende vengono raccontate nel libro, si raccoglieva infatti in un piccolo parco al centro di Taipei, New Park chiamato così (in inglese) anche dai cinesi, che d’altra parte a pochi metri avevano chiamato uno stradone Roosevelt Avenue. Fuggendo dal perenne traffico di motorini nel caldo soffocante anche di notte, si passava per un ponticello costruito sopra un minuscolo lago munito di pagoda al centro e coperto di fiori di loto, al di là del quale ti accoglieva nella penombra questa schiera di piccoli elfi, ammiccanti e affamati di amore e di sesso. Una roba da “Signore degli anelli” gay, insomma.
Rileggerlo oggi fa un certo effetto, non solo per il tempo passato ma soprattutto pensando a tutti i libri e film taiwanesi sulla “gioventù bruciata” più o meno gay. Basta citare “Il fiume” di Tsai Ming-liang. Se nel romanzo di Bai Xianyong il padre cattivo del protagonista lo allontana da casa senza possibilità di perdono, padre e figlio del film di Tsai Ming-liang si incontrano e fanno sesso, senza riconoscersi, al buio di una sauna. Anche da “Crystal Boys” è stato tratto un film, “Outsiders” del 1986, e soprattutto nel 2003 una serie tv prodotta dalla Taiwan Public Television, una sorta di “Queer as folk” cinese. Un libro “storico”, ma non un reperto archeologico, un testo ancora vivo. Anche perché (rubo una citazione a Zhang Xiaotao, giovane pittore cinese in mostra in queste settimane a Bologna insieme a 16 suoi coetanei) “questa nostra vita incasinata è, allo stesso tempo, putrida e splendente. In essa, talvolta, marciume e splendore diventano una cosa sola”.