È un libro postumo. Lo ricorda Giammei, in nota di curatela, e se ne scusa più volte Murgia, consapevole del progressivo e rapido esaurirsi delle sue risorse. Poiché a lei è mancato il tempo e il curatore ha optato, come è giusto, per un intervento conservativo con poche innovazioni personali, in Dare la vita manca quella coerenza precisa, tagliente e circolare a cui Murgia ci aveva abituato nei suoi precedenti pamphlet.
Si avverte che la prospettiva finale sull'opera, quella conclusiva, non è stata la sua: laddove il rispetto filologico ha imposto al massimo un paio di punti, tra i pur spesso compiuti scampoli testuali, lei per certo sarebbe intervenuta per legare di più le parti e per rendere più fluido il passaggio da una riflessione all'altra, così che su quello scorrere leggero si incidesse il pensiero. Non è una critica questa.
Riconoscere la sua assenza, in questo non-finito così lontano dal suo modo acuto di manovrare le frasi, mi ha commosso: mi ha intenerito la sua tenacia, questa convinzione così radicata nel proprio messaggio da voler impiegare davvero fino all'ultimo la sua vita per piantare questo seme. Poco importa se in quelle ultime pagine dettate manca la sua meticolosa, quasi esegetica, attenzione per la Parola - dall'etimologia al simbolismo, dalla pronuncia all’intenzione -; poco importa se distrutta dal dolore le è sembrato più incisivo ricorrere a una parolaccia piuttosto che a un'ulteriore trappola logica.
È toccante, e potente, questa impellenza di lottare ancora, in e nonostante la morte.
Per ignoranza, poiché all’epoca non aveva ancora deciso di rendere pubblica la sua vita privata, avevo accolto la sua decisione di definirsi queer in modo tiepido. Mi sembrava una scelta facile, la sua, una rivendicazione ingiusta, persino un’appropriazione indebita. Mi dicevo che doveva essere una banalità per lei, e un po’ la odiavo per questo, sicura nella sua bolla di affetti e di privilegio, decidere per sé questa parola. Sapevo che era ingiusto, da parte mia, e che non spettava a me valutare il suo queer: eppure non riuscivo ad accettare, per invidia o gelosia, che sulla sua bocca risultasse così semplice quel grumo con cui io ho dovuto fare a pugni per troppo tempo.
Nel corso dell’ultimo anno, ovviamente, ho capito d’essere in errore. Murgia ci ha mostrato la fatica, attiva e costante, che le è costato costruirsi la sua famiglia, nonostante le norme della nostra società. Ho visto la dedizione, ho percepito la grande umanità della sua apertura assoluta, del suo mettersi a disposizione, del suo dare la vita (alla grande comunità figliale che le se è raccolta attorno, sì, ma anche la propria stessa per la sua lotta politica).
Il privilegio se lo è preso, con forza e caparbietà, venendo dal niente. Lei che ha più volte rinnegato il viaggio dell'eroe di tanta letteratura e mitologia, è diventata eroina a suo modo, seguendo nuovi paradigmi e nuove idee. Facendo casino.
La porzione sulla GPA, quella conclusiva, è lucida e rigorosa, per certi versi quasi neutrale e indigesta: rivendica, sostanzialmente, che chi è al governo governi e legiferi.
Con la prima parte di questo testo, invece, mi ha impartito l’ennesima, e spero non ultima lezione [confido nelle molte carte che si è lasciata alle spalle e in Giammei]: alla fine lei, per cui avevo alzato un sopracciglio confuso e giudicante, mi ha restituito su carta la definizione di queer che sento più vicina alla mia. "Queer è abitare sulla soglia delle identità".
Murgia generosa. Spero che nel posto in cui sei arrivata, se ne hai coscienza, tu mi abbia perdonato.
Se è così, non dovrei più scrivere nulla. Sai che a volte nello sconforto di quello che ci circonda, alzo gli occhi e ti cerco. A volte ti invoco, per raccogliere le forze, in un gesto che rubo alla religione e che rendo blasfemia: tienimi una mano sulla testa, ti dico, come diceva mia nonna. Non capisco, davvero, il perché di questo affetto.
Forse è perché tante volte hai saputo dire al momento giusto quello che io avevo bisogno di sentire.
Come oggi, mentre ti leggevo ad alta voce, solo in casa, nel capitolo Al queer non si comanda.
Ho pianto come un bambino. Ne avevo bisogno.
Grazie.
“A chi amo, a chi scelgo, voglio offrire una sola rassicurazione: quella di non dover mai fingere di non essere chi è”