E finalmente mi sono decisa a leggere Vitaliano Trevisan e ho deciso di cominciare dalla Trilogia di Thomas che c0ntiene al suo interno tanti universi.
All'inizio ho provato un po' i brividi nel leggere il primo volume della Trilogia, "Un mondo meraviglioso": mi è sembrato di essere catapultata indietro nel tempo, al 2004/2005, quando vivevo a Vicenza. E con gli occhi di Vitaliano ho ripercorso quei luoghi vicentini che sono stati per un po' di tempo anche i miei.
E lui ha ragione nell'affermare che la scrittura è sempre un conto in sospeso con la morte o con quel passato che è morto, in un certo senso: "E mentre mi disponevo a leggere per l’ennesima volta quell’articolo, capii. Non c’è niente da fare, pensai, la scrittura ha sempre un conto in sospeso con la morte. Sempre. Chiusi il giornale e lo misi da parte. Trassi dalla tasca il taccuino e la penna e, senza por tempo in mezzo, errore che commetto fin troppo spesso, iniziai a scrivere."
Dalle sue pagine emerge tanto disincanto e anche sfiducia nei confronti delle istituzioni: il mondo delle istituzioni è complesso e intricato così come lo è quello dei legami famigliari.
"Tenuto conto che, com’è noto, siamo tutti sparati nello spazio a una velocità folle, i pensieri di cui sopra sembrano meno assurdi, e non è questo il punto, né si può ridurre il tutto alla questione della velocità."
Accanto alla complessità dei legami famigliari, Trevisan affronta anche il tema della solitudice, da cui l'uomo può uscire se sperimenta il dono dell'amicizia
"Con lui mi sentivo sicuro, completo, funzionale, come se, solo accanto a lui, io avessi il mio posto nel mondo. Strano sentimento, sentirsi cosí legati a una persona, e sentire ogni giorno il bisogno di vederla, di poterle parlare, di fare qualcosa insieme. La sensazione di non essere soli, di avere qualcuno, una persona che ci accetta per quello che siamo, e viene da noi accettata per quello che è, una persona di cui ci possiamo fidare: un amico."
Scrive Emanuele Trevi nella postfazione
"Sia nel Mondo meraviglioso che nei Quindicimila passi (il cui sottotitolo è Un resoconto) il racconto di Thomas sembra sbattere contro le pareti di uno spazio chiuso: un pensiero che non può arrestarsi, un pensiero-tortura prigioniero nella caverna dell’identità. È pur vero che nel primo romanzo Thomas affida alla scrittura la sua percezione paranoica dello spazio in cui si aggira senza meta e senza pace: e viene evocata anche l’ombra leggera di un lettore, «Davide», sia all’inizio che alla fine. Ma a prevalere è comunque un sentimento irrimediabile di solitudine, che se da un lato è la sorgente del continuo rimuginare del protagonista, dall’altro si traduce plasticamente (come un correlativo oggettivo della vita interiore) nell’atto del camminare, preponderante in entrambi i romanzi."
Vitaliano Trevisan è stato un autore complesso, che non ha riscosso in vita il successo che meritava. Un autore da leggere, rileggere e studiare.
"Ancora una volta, il monologare di Thomas non mette ordine nel caos, è la manifestazione di uno stato d’emergenza senza rimedio, una cattiva infinità. L’unica durata possibile non è piú quella di una trama, potremmo semmai dire che consiste in un decorso, come lo attribuiremmo piú a una malattia che a un atto linguistico. Certo, non è escluso che in questo movimento, che assomiglia molto a quello proverbiale della falena intorno al fuoco, finisca intrappolata, come in una rete a strascico, anche la parola «fine». A patto però che non si tratti (e «non può essere un caso») dell’ultima parola, bensí della «penultima». Perché l’ultima non può che essere «io»: l’origine di tutte le altre parole e insieme l’ultima eco che ripetendosi si smorza e viene riassorbita nel silenzio."