„Wie viel Blut muss noch vergossen werden, bis wir einsehen, dass der Frieden unsere einzige Option ist?“ – so David Grossmans Appell bei der Münchner Sicherheitskonferenz, mit allen Kräften für den Frieden im Nahen Osten einzutreten. Sein neues Buch warnt eindringlich vor der Eskalation der Gewalt und macht sich für eine Zweistaatenlösung stark. Der Kampf zwischen denen, die Verzweiflung und Hass säen, und denen, die ein menschenwürdiges Leben führen wollen, muss auf beiden Seiten beendet werden. Auch nach dem Massaker der Hamas am 7. Oktober 2023 meldet Grossman sich zu Wort und gibt den Mut zu einem neuen Anfang nicht auf. Dieser Band versammelt seine wichtigsten aktuellen Beiträge vor und nach dem „Schwarzen Schabbat“.
Leading Israeli novelist David Grossman (b. 1954, Jerusalem) studied philosophy and drama at the Hebrew University of Jerusalem, and later worked as an editor and broadcaster at Israel Radio. Grossman has written seven novels, a play, a number of short stories and novellas, and a number of books for children and youth. He has also published several books of non-fiction, including interviews with Palestinians and Israeli Arabs. Among Grossman`s many literary awards: the Valumbrosa Prize (Italy), the Eliette von Karajan Prize (Austria), the Nelly Sachs Prize (1991), the Premio Grinzane and the Premio Mondelo for The Zig-Zag Kid (Italy, 1996), the Vittorio de Sica Prize (Italy), the Juliet Club Prize, the Marsh Award for Children`s Literature in Translation (UK, 1998), the Buxtehude Bulle (Germany, 2001), the Sapir Prize for Someone to Run With (2001), the Bialik Prize (2004), the Koret Jewish Book Award (USA, 2006), the Premio per la Pace e l`Azione Umanitaria 2006 (City of Rome/Italy), Onorificenza della Stella Solidarita Italiana 2007, Premio Ischia - International Award for Journalism 2007, the Geschwister Scholl Prize (Germany), the Emet Prize (Israel, 2007)and the Albatross Prize (Germany, 2009). He has also been awarded the Chevalier de l`Ordre des Arts et Belles Lettres (France, 1998) and an Honorary Doctorate by Florence University (2008). In 2007, his novels The Book of Internal Grammar and See Under: Love were named among the ten most important books since the creation of the State of Israel. His books have been translated into over 25 languages.
Questa è una raccolta di otto interventi di David Grossman sul rapporto tra Israele e la Palestina. Ognuno dei due popoli sta portando avanti una guerra senza sosta, solo per affermare la propria vittoria sull'altro Stato, ma ogni spada è un'arma a doppio taglio e ad avere la peggio sono sempre più deboli, da ambo le parti (donne, anziani, bambini, persone fragili):
“Permettetemi di dedicare le mie parole ai bambini che vivono in Israele nelle zone in prossimità di Gaza, e a tutti i bambini che hanno vissuto sulla pelle e nell’anima l’ultima guerra. La smania di ognuna delle parti in guerra di “incidere nelle coscienze” la propria vittoria ha creato migliaia di piccole sconfitte.”
I governanti continueranno a parlare alla pancia dei rispettivi popoli, pur di portare avanti questa carneficina: “È facile indovinare che i politici sfrutteranno le angosce e la diffidenza, il razzismo e la brama di vendetta. Gli istinti più bassi che hanno fatto capolino nella realtà israeliana diventeranno il combustibile della prossima campagna elettorale e i sobillatori avranno vita più facile che mai.”
Netanyahu ha le sue colpe che, ahimé, non ammetterà mai...: “Netanyahu sostiene che la sua vittoria alle ultime elezioni – con un margine di 30.000 voti – lo autorizza a mettere in atto ciò che lui definisce “riforma”, e, come si è detto, in linea di principio ha ragione. Ma una mossa tanto radicale, che avrebbe conseguenze enormi sulla vita dei cittadini israeliani, non può essere attuata con un colpo di mano.”
Molti israeliani definiscono il rapporto con i palestinesi in un modo specifico; lo chiamano “La situazione.” “Questo è il termine con cui noi israeliani definiamo il nostro rapporto con i palestinesi: un’emorragia che va avanti da decenni con infinite guerre, operazioni militari, occupazione, resistenza all’occupazione, creazione di insediamenti, scompiglio (in tutti i sensi) di confini, terrorismo.”
Israele può continuare a definirsi uno Stato democratico? “Questa sempre più grave “situazione” suscita l’interrogativo se Israele abbia il diritto di definirsi una “democrazia”. Un regime di occupazione non può infatti essere democratico. Semplicemente non può. La democrazia scaturisce dalla profonda convinzione che tutti gli esseri umani nascono uguali e a nessuno è negato il diritto di decidere del proprio destino. Anni di occupazione e di umiliazione possono invece creare tra gli occupanti la sensazione che esista una sorta di gerarchia del valore della vita umana. ”
David Grossman invita tutti a percorrere l'unica strada vera che entrambi gli Stati devono perseguire: la pace. Soprattutto dopo gli eventi del 7 ottobre 2023
“Eravate e siete persone, integre. Che dicono ciò che hanno nel cuore. Che perseguono la pace, il bene. Spesso anche quello del nemico. Molte prove ci attendono. Alcune le stiamo già vivendo. Stiamo dando prova di uno spirito civile meraviglioso e creativo. Di travolgente solidarietà. Di massiccia mobilitazione nel riparare ciò che lo Stato ha rovinato. Ancora oggi, anche dopo tutto quello che è successo, c’è la sensazione che da qui, insieme a voi, abitanti delle città, dei paesi, dei kibbutz e dei moshav, sarà possibile costruire un nuovo Stato, per la seconda volta. Con voi, con le vostre forze, con il vostro coraggio, possiamo ricominciare da capo, dall’inizio.”
Questa raccolta di interventi, per lo più articoli apparsi su Repubblica, che si conclude con il grido di dolore successivo al 7 ottobre 2023 è una testimonianza significativa del pensiero di questo autore. Israeliano convinto, innamorato del suo paese, non manca di criticare ciò che lui trova ingiusto nelle scelte della sua leadership. Parla di dittatura creata da Netanyahu, di un paese tenuto in scacco da una minoranza di fanatici. Riflette (da qui il titolo del libro) sulla mostruosa ipoteca sul futuro prodotta da quasi 60 anni di oppressione del popolo palestinese. Denuncia l'ingiustizia e illiceità degli insediamenti.
Nell'articolo del 12 ottobre usa parole dure: «Quello che accade adesso è la materializzazione del prezzo che Israele paga per essersi lasciato sedurre per anni da una leadership corrotta che lo ha trascinato sempre più in basso (...) che è stata disposta a mettere a repentaglio l'esistenza del Paese pur di evitare che il primo ministro finisse in prigione». In quello del 17 novembre si augura che il suo popolo non si abbrutisca.
Con profondo dolore ribadisce la sua speranza: che un giorno i due popoli possano vivere in pace, coltivando ciascuno le proprie tradizioni. Giorno che purtroppo sembra sempre più lontano.
A parte il valore che gli conferisce il momento presente, il testo presenta i limiti di una raccolta di articoli, mancando di organicità e di conclusioni riepilogative. Queste ultime forse l'editore avrebbe potuto chiederle all'autore e avrebbero potuto dare un altro spessore al libro.
In a situation that seems as hopeless as the one in Gaza at the moment, it is good and important to remind yourself of the simple truths: Peace is the only option. This collection of speeches by reknown Israelian author David Grossman doesn't point out groundbreaking new thoughts. But it is a reminder that even amidst that catastrophe, there are people with a clear view and a strong heart ready to fight against the radicals, to fight for these simple truths that are so hard to make happen. And that gives me a glimpse of hope.
Una raccolta di discorsi accorati e sempre importanti da conoscere. Ma, c’è un “MA” grande come una casa.
Lui sa, ne ha parlato, ammette che Israele è uno stato di occupazione, conosce le atrocità che perpetua da decenni nei confronti dei palestinesi, non può ignorare il dolore e le sofferenze che infligge quotidianamente ad ogni singola persona palestinese, eppure quando si arriva al 7 ottobre sembra che parli di un attacco terroristico nato dal nulla, arrivato a sorpresa.
Certo, lui è israeliano, oltre che ebreo e ovviamente quella giornata è e sarà un momento tragico nella storia della sua nazione, ma non si può decontestualizzare totalmente. Nè si può slegare da ciò che è accaduto dal giorno successivo per i 15 mesi successivi (e oltre). (Il testo è stato comunque pubblicato 4 mesi dopo e i crimini di guerra sono iniziati subito)
È surreale che lui si aspetti, dai palestinesi della Cisgiordania, che si dissocino dalle atrocità di Hamas, che si comportino in modo “umano ed etico”, quando LO STATO di cui lui fa parte, quindi non dei “cani sciolti”, ma proprio dei membri del governo, dal giorno 8 ottobre praticamente hanno iniziato a parlare di annientamento di un popolo, a paragonare gli abitanti di Gaza a degli animali, a colpire donne, bambini, personale sanitario, membri delle ong, giornalisti, chiese, moschee, scuole, accampamenti di fortuna con le sempre più ridicole scuse di stanare fantomatici membri di Hamas.
La sua frase: “Chi saremo quando risorgeremo dalle nostre ceneri e torneremo alle nostre vite… Quanti quanti non sono più tra noi… Chi saremo, che persone saremo dopo questi giorni, dopo aver visto quello che abbiamo visto. Da dove si può ripartire dopo la perdita di tante cose in cui credevamo, di cui eravamo sicuri.” Mi ha colpita molto perché è perfetta anche riferita ai superstiti di Gaza, a chi è detenuto senza motivo nelle carceri israeliane da mesi o anni, agli abitanti perseguitati della Cisgiordania.
Certamente è una situazione difficile e dolorosa per tutti, ma è anche impossibile non considerare chi è davvero la parte più forte, il fronte che ha letteralmente in mano il destino dell’avversario e può fare ciò che vuole e in questo momento sta commettendo dei crimini contro l’umanità e perpetrando quello che l’Onu considera alla stregua di un genocidio.
Wenn man sich überlegt, dass dieses Büchlein eines der ersten war, dass nach dem 07. Oktober in Deutschland erschienen ist, braucht man sich nicht über die deutsche Betrachtung des israelisch-arabischen Konflikts wundern.
Nicht nur haben nur 2 der 7 Texte überhaupt etwas mit dem 07. Oktober zutun. Besonders absurd wird es, dass die besetzten Gebiete als die abolut größte Friedensverhinderung dargestellt werden (S.7f., 22ff., 27ff., 43) und das der Antisemitismus nur einmal im gesamten Text vorkommt. Doch zu früh gefreut; der Antisemitismus wird nur ins Feld geführt, um die rechten Israelis als neue Antisemiten und die Palästinenser als Art neue Juden hinzustellen: "Jahre der Besetzung und Unterwerfung drohen im Besatzer das Gefühl auszulösen, der Wert des Menschen ließe sich nach einer Stufenleiter bemessen. Die Eroberten werden irgendwann als von Natur aus minderwertig eingeschätzt, als minderwertig geschaffen." Jetzt kommt es:
"Die Erniedrigung entspricht offenbar ihrem Wesen, man darf sie getrost ihrer natürlichen Menschenrechte berauben, ihre Werte und Wünsche verspotten - nicht anders sahen und sehen Antisemiten die Juden." (32)
An anderer Stelle wird davon gesprochen, dass Israel dabei ist "eigenständig" an seiner Auflösung zu arbeiten. Nachdem der Autor auf den 07. Oktober zu sprechen kommt (und nachdem er sich 3 Seiten über Israels Schuld mit seiner Politik der letzten Jahre zum quasi Verantwortlichen des genozidalen Massakers macht), muss er dennoch fast pflichtschuldig sagen, dass "bei aller Wut auf Netanjahu [...] die Gräueltaten dieser Tage [...] nicht Israel zuzuschreiben" (43) sind. Außer die üblichen Floskeln über das Leid was nun ertragen werden muss und dass der vom Autor begehrte Dialog zwischen Israel und den Palästinensern und die ersehnte Zweistaatenlösung in weite ferne rückt, hat er nichts zu sagen. Die Palästinenser (und die Hamas mit ihrem offen propagiertem Antisemitismus) sind keine Subjekte in diesem Konflikt, sondern rein passive Opfer. Der Konflikt sei ein rein nationalstaatlicher, der durch gerechte Grenzen zu beenden sei ("Da die Lösung quasi bereitliegt" (10)). Diese Geschichte hören die Deutschen sehr gerne, weshalb solche Bücher in windeseile hier erscheinen.
S.44: „Welche Art Mensch werden wir sein, wenn wir gesehen haben, was zu sehen war? Von wo aus sollen wir von vorn anfangen? Was wird noch möglich sein, nachdem so viel von dem, an das wir glaubten, auf das wir vertrauten, zerstört und verloren ist?“
Una raccolta di otto interventi scritti da David Grossman, due dei quali pubblicati dopo il 7 ottobre 2023, giorno dell'orribile attacco di Hamas nel sud di Israele. Grossman, che conosce bene l'orrore della guerra avendo perso anni fa un figlio sotto le armi, è sempre stato un uomo di pace, convinto che la soluzione per il Medio Oriente sia quella della convivenza di due popoli, uno accanto all'altro, quello israeliano e quello palestinese.
Grossman racconta nei primi sei articoli la situazione interna politica di Israele prima dell'attuale guerra: molto lucido, oppositore del primo ministro Netanyahu che, per propri interessi, ha sferrato, a colpi di discusse riforme, forti attacchi ai principi costituzionali dell'unica democrazia della Regione. L'ultimo governo Netanyahu poggia su una risicata maggioranza dei partiti più di destra e conservatori del panorama politico israeliano: tra le varie accuse mosse al Primo Ministro c'è anche quella di non aver saputo difendere Israele dagli attacchi di Hamas e di aver ostacolato con tutti i mezzi, per tutti gli anni in cui è stato al potere, la stipula di un accordo valido per la convivenza con i Palestinesi.
Grossman racconta il lutto e lo choc vissuto dall'intero popolo di Israele, analizza i sentimenti e descrive in modo dettagliato la situazione interna del Paese dopo il peggiore giorno nella sua storia, una Nazione giovane e dinamica, sorta quasi per miracolo grazie al coraggio e alla puntigliosità dopo i lutti della seconda guerra mondiale. La nascita e lo sviluppo di Israele sono stati una scommessa vinta fino al 7 ottobre: da quel momento tutte le certezze verso il futuro sono cadute e questa è la più grande paura sentita da ognuno degli abitanti del Paese. Nulla è più scontato né tanto meno certo nella vita dei propri figli, nipoti. L'attacco di Hamas, che ha nel suo statuto la cancellazione dello Stato di Israele, e la conseguente tragica e orribile guerra nella Striscia di Gaza, hanno dato vita, secondo l'autore, a un turbine di odio da entrambe le parti che si protrarrà per decenni. Grossman è convinto invece che l'unica via per una convivenza civile e sicura per entrambe le popolazioni sia quella che porta alla pace, tramite il dialogo e con grande coraggio da entrambe le parti, come già è avvenuto in passato. Il coraggio consiste nel sedersi al tavolo del negoziato con il nemico e superare le distanze. Non è possibile, secondo l'autore, firmare trattati di collaborazione tra Israele con alcuni Stati Arabi - gli accordi di Abramo - escludendo i Palestinesi: non è possibile fare finta che il problema non esista. È necessario dare chance alla pace per un futuro possibile. Non si può sempre vivere nella disperazione o nell'apatia. L'autore si rifà quindi all'espressione ebraica "Tikkun Olam", un concetto antico, vecchio più di duemila anni. "Tikkun Olam" descrive un aspetto essenziale dell'identità ebraica: l'aspirazione e l'impegno a fare del bene, a migliorare il mondo, a provare un senso di responsabilità morale verso chiunque, ebrei e non ebrei, verso un ideale di giustizia sociale e di qualità dell'ambiente".
Es fällt sofort auf, wie krampfhaft das Wort "Palästina" vermieden wird – ein Detail, das sich wie ein roter Faden durch das Buch zieht. Stattdessen wird eine Erzählung aufgebaut, die suggeriert, dass der Konflikt ein unausweichliches Schicksal sei, dass "beide Seiten" gleichermaßen leiden und der Hass angeblich grundlos existiert.
Die Palästinenser werden in einem Licht dargestellt, das sie beinahe zur Wurzel allen Übels macht. Gleichzeitig wird immer wieder betont, dass Israel die palästinensischen Gebiete, wie die Westbank, besetzt. Der Begriff 'Besatzung' taucht häufig auf – und doch scheint niemand die Ironie darin zu erkennen: Man spricht über Besatzung, ohne zu verstehen, welchen massiven Schaden sie der palästinensischen Bevölkerung zufügt.
Es gäbe noch viele weitere Punkte, die meine Abneigung gegenüber diesem Buch begründen, aber dies sind einige der zentralen.
Non ci siamo proprio. E dire che da uno scrittore dal calibro di Grossman mi aspettavo un po' più di onestà. Parlare di pace senza MAI parlare della sofferenza dei palestinesi, uccisi a migliaia, della Nakba, del regime di occupazione israeliano, della situazione a Gaza, reso negli ultimi anni un vero e proprio campo di concentramento, è, per usare in eufemismo, semplicemente disonesto. Dire, nell'ultimo capitolo, che quella che stanno combattendo gli israeliani è una guerra imposta, dopo gli eventi del 7 ottobre, significa tralasciare consapevolmente 75 anni di storia e di violenze inflitte al popolo palestinese.
Una raccolta di articoli editi e il discorso tenuto ad Amsterdam in occasione della consegna del premio Erasmus. Operazione editoriale non certo inedita, ma almeno permette di conservare in un volumetto ben rilegato le riflessioni di quel grande scrittore che è David Grossman. Perché dalla guerra si deve uscire, anche se sempre più difficile appare perseguire i valori del dialogo, della tolleranza e di quell'umanesimo laico che si oppone al fanatismo religioso e all'odio razziale.
Un piccolo saggio che raccoglie vari interventi molto contestualizzati da parte di David Grossman. La sua scrittura concisa ed asciutta non si perde in dettagli ma delinea una situazione di non ritorno e si interroga sulla natura dello Stato e su l futuro di tutti noi e soprattutto dei bambini. Tutti i bambini, perché loro sono il futuro.
Una piccola ma preziosa raccolta di articoli per non cedere al cinismo e alla disperazione, perché se non possiamo cambiare il mondo però possiamo impedire che il mondo con il suo carico di dolore e meschinità ci cambi, in peggio