«Io non lo so quello che voglio» ho detto così a Ilaria Maria Dondi, prima di un altro fiume di parole che credo di aver pronunciato agitata e che comprendeva il caos che ho in testa in questo momento della mia vita.
Onestamente è un momento che si protrae da quasi sei anni, da quando col mio ex fidanzato ero sicura avremmo avuto dei figli entro i 28 anni - e per chiarezza, sono anche sicura di aver pensato, in un tempo remoto della mia innocente e immaginevole infanzia, che esattamente quella era l’età giusta per averne, come se d’incanto, ad un passo dai trenta, sarei rimasta incinta per ovvietà contrattuale.
A 27 ci siamo lasciati.
Da quando ho iniziato a maturare questo pensiero mi sono sentita in ritardo da subito, con l’ansia di dover arrivare, di scavallare questo obbligo legato al mio essere una ragazza in età fertile, e una volta superata l’età di “16 anni e incinta” in cui la maternità viene descritta come una favola tanto dolorosa quanto preziosa e speciale, essere incinta è una cosa normale. Non esserlo, pure. Ma fino ad un certo punto.
Nel mio essere fruitrice assidua dei social network, sono circondata da foto di piedini, shooting, pancioni, ecografie, baby shower, pance che si muovono, cani che leccano neonati, fiocchi rosa, torte blu, gender reveal, annunci speciali, fagiolini nelle pance, ragazze della mia età e pure più giovani che nella “gara alla gravidanza” sono arrivate prima, reel con donne in attesa dell’esito dei propri test di gravidanza. Più li guardo, più percepisco la mia stortura e sento i miei piani di ragazzina infrangersi senza che abbia fatto niente per realizzarli. Ma sono gli stessi piani di adesso? Poco importa alla mia irrazionalità: il senso di aver deluso la Giulia che voleva laurearsi (e non lo ha fatto), sposarsi da giovane (e non lo ha fatto), avere figli da particolarmente giovane (e non lo ha fatto) mi pervade in ogni centimetro di pelle.
Più li guardo più mi convinco, alla veneranda età (si fa per dire, ma così la percepisco io) di 31 anni, che io SONO IN RITARDO.
Io! Sempre puntuale - o meglio, in anticipo - sui tempi! Sempre cinque minuti avanti perché rincorrere mi ha sempre fatto venire il fiatone al solo pensiero SONO IN RITARDO.
E non sono sono in ritardo, ma ho un ritardo consistente su tutti i fronti: sono da sola, emotivamente molto instabile, scarsamente adatta alla mia stessa serena sopravvivenza, figuriamoci di un altro essere vivente.
E se il mio futuro e ipotetico compagno non volesse figli ma io sì? E se io mi accorgessi di non volerne? E se non fossimo una coppia fertile? E se per caso mi rendessi conto che sto meglio da sola? E se in questo caso volessi un figlio? E se arrivassi allo scadere del mio “orologio biologico” col desiderio di maternità, impossibilità ad averla? E se facessi figli per paura di pentirmi del contrario e diventassi una madre di merda? E se incontrassi delle difficoltà? E se la mia non fosse una gravidanza instagrammabile come quelle dalle quali sono sommersa? E se da una scelta possibile si trasformasse in rimpianto? E se avere figli mi rendesse felice? E se non averne mi rendesse più felice? E se avere figli mi rendesse ancora più felice?
Ho sempre avuto la certezza che avrei avuto dei figli (meglio se due), come l’autrice scrive all’inizio di questo saggio, e mi ritrovo non solo a non averne nei tempi che avevo previsto, deciso, dato per scontati, ma a sgretolare consapevolmente - e nervosamente - questa certezza a suon di domande.
Questo saggio non parla solo delle donne senza figli, parla anche di quelle con figli, parla delle difficoltà di averne, di non averne, di non poterne avere, di non volerne avere, della società in cui siamo incastrate e che ci mette in condizioni di rispettare delle aspettative che pendono sulla nostra testa. Parla di violenze, di aborti, di donne mostruose e del grande cappello a cilindro che è il patriarcato, da cui escono tutte le cose che ho scritto adesso.
Io in queste parole in croce parlo solo di questo aspetto perché è questo che mi fa girare la testa, è quello che mi riguarda ora in prima persona, che mi scava dentro, che mi stritola e mi impaurisce più di ogni altra cosa al mondo; questo mio punto di vista privilegiato non potrà mai rendere il vero merito a questo saggio, ma vi assicuro che chiunque lo legga potrà trovarvi un porto sicuro inclusivo e catartico.
Volevo condividere con voi la splendida dedica di Ilaria Maria Dondi, ma ho deciso all’ultimo di tenerla per me come un gioiello prezioso.
Prometto a me stessa che la rileggerò e rileggerò le sue pagine quando e se ne sentirò bisogno.
Nel frattempo ringrazio lei e le persone con cui ho condiviso parole e paure liberamente.