Sono ancora commossa mentre scrivo di questo romanzo pieno di poesia, di bellezza, di umanità e d’amore. Virdimura: “forte come le mura che cingono Catania. Verde come il muschio che affiora dal duro” . Un nome strano, che mai si è visto tra le figlie di Rachele, ma suo padre Urìa non se ne cura perché per lui il nome va desunto dai segni e anche perché aveva promesso alla madre di non scegliere un nome casuale, senza destino. E così la bambina dai capelli color del fuoco, diventa Virdimura e cresce libera, seguendo gli insegnamenti dell’amato padre che è un dutturi, così che, piano, piano, anche lei diventa medichessa.
E non importa se è vietato, se non è consentito esercitare l’arte medica né tra gli ebrei né tra i cristiani: Urìa e la figlia curano chiunque ne abbia bisogno, senza chiedere nulla in cambio, consapevoli di rispondere ad un’esigenza, ad un richiamo, alla necessità di dare sollievo o conforto nell’ultimo passaggio.
Non sarà facile e troppo spesso- per paura, ignoranza o invidia ( o l’insieme delle tre cose)- Urìa e Virdimura verranno attaccati, osteggiati, accusati di stregoneria, imprigionati, maltrattati. Ma ogni volta si ricomincia. Anche quando la ragazza si ritroverà sola, senza sapere se il padre è stato portato via o ucciso.
Anche quando verrà portata davanti ad un tribunale con l’accusa di meretricio, anche quando arriverà la peste. Anche alla fine, quando dopo una vita passata a rattoppare, purgare, sfebbrare, guarire o accompagnare, dovrà presentarsi davanti alla Commissione medica presieduta dal Dienchelele per dimostrare di essere in grado di curare.
Prima di dimostrare le sue conoscenze, le sue abilità, Virdimura racconta di sé, di chi è stata :
“Lo capisco. Non eravate pronti ad ascoltarmi. Non l’ho fatto per distrarvi dalla disamina delle mie competenze, augusti doctori.(….). l’ho fatto perché sappiate che il curare nasce continuamente dalla nostra storia. E che nessuno può medicarsi se non forza il limite del nostro passato. L’ho fatto perché sappiate che siamo – noi tutti- figli di un racconto. È da lì, da quella haggadah – quella narrazione- che si inizia a guarire. È lì che si scopre quale sia la nostra ferita.”
E alla fine dimostrerà le sue capacità e otterrà la licenza per praticare l’arte medica, prima donna a cui viene accordata. è il 1376. E aprirà la strada alle future donne medico.
L’autrice scrive a fine libro: “ nel raccontare la sua storia ho cercato quindi di trattenere il suo ricordo e di continuare a sentirla viva. Di vederla ancora guarire, amare, tornare”. Per me ci è riuscita, in pieno.
E per questo il mio voto è 5 stelle: ho amato ogni riga di questo romanzo, ho amato lo stile, la scelta della narrazione in prima persona, il sentimento che vive tra queste pagine.
È pieno di bellezza, poesia, verità e gentilezza- i valori di Urìa, e non solo-, è pieno di personaggi che entrano nel cuore, chi prepotentemente, chi in punta di piedi e ,alla fine, attraverso un lettera e un filo di lana.
Mi è piaciuto davvero tantissimo e lo consiglio a chi ama le biografie romanzate e i libri pieni di scrittura “poetica”.
Buone letture e alla prossima!