"Mio padre si chiama Achille e non mi parla": questa storia comincia così, con un dialogo interrotto tra un padre e una figlia. Achille è stato un padre carismatico, con cui Ilaria da ragazza ha condiviso passioni, idee sulla vita e sul mondo, ma anche liti feroci e grandi silenzi. Fino a quando, senza un motivo scatenante o una colpa evidente, il silenzio ha inghiottito tutto. Achille ha smesso di cercarla, di rispondere alle sue telefonate e alle sue lettere. Forse, ha deciso di smettere di esserle padre.
Ma Ilaria non vuole smettere di essere figlia, ha bisogno di una spiegazione, di capire dove si è aperta la prima crepa. Perciò, con l'aiuto, reticente, del resto della famiglia, prova a ripercorrere la loro storia e la vita del padre, a ricostruirne per frammenti l'identità. È il suo modo per continuare a parlargli, a frequentarlo, ma anche un rituale per allenarsi alla di un padre, della giovinezza, del passato e di un figlio adolescente che sta crescendo in fretta e che giorno dopo giorno le tiene sempre meno la mano e crede sempre meno alle sue invenzioni e alle sue parole.
Contemporaneamente, quasi per caso, durante la pandemia Ilaria comincia a praticare la boxe. E un giorno, non certo per caso, si ricorda che anche il padre tirava di boxe, anzi era piuttosto bravo. Tanti anni prima le ha persino regalato un paio di guantoni. Non può che essere un forse il padre la sta allenando in assenza per renderla più forte? Così, un po' credendoci davvero, un po' perché è una scrittrice e l'occasione narrativa è irresistibile, lo invita a una sfida sul ring. Gli fa sapere giorno e luogo del match e, anche se lui non risponde, una parte di lei spera e crede che si presenterà lo stesso.
E mentre si esercita a dare e ricevere pugni fantasma e consulta allenatori di ogni tipo - ma anche scrittori, scienziati, registi, antenate, sciamane e qualche animale -, raccoglie le forze per salire sul ring e le parole per scrivere pagine emozionanti, comiche e piene di vita. Romanzo autobiografico, indagine filosofica e intima sulla famiglia, l'amore e la nostalgia, Il dolore non esiste è un mantra luminoso per provare a celebrare tutto, anche quello che fa male.
Ilaria Bernardini ha scritto romanzi (Non è niente, I supereroi, Corpo libero, Domenica) e raccolte di racconti (La fine dell’amore, L’inizio di tutte le cose). Il suo ultimo libro è Faremo foresta (Mondadori, 2018). Scrive anche per i giornali, la televisione e il cinema.
Io e Ilaria Bernardini eravamo partire male, nel senso che il primo libro che ho letto Faremo foresta mi aveva fatto cordialmente schifo. Tutto quello che ho letto dopo mi è piaciuto molto. Questo libro ha delle idee molto interessanti, la sua solita scrittura da sceneggiatrice che ti fa leggere e vedere perfettamente i luoghi e gli attori, e un bel finale che capita raramente. Una storia di trama che nasce da un dolore, che non esiste. Una storia di un padre e di una figlia che non sono più tali perché il padre decide di non parlare alla figlia, mai, da anni e anni, per poi invece avere un rapporto con il nipote, figlio di lei. Detto così fa schifo, ma il modo in cui viene raccontato è onesto, duro e anche incredibile per certi versi.
“Certo, mio padre non mi parla ma va be’ il dolore non esiste. Sorrido a più non posso, annuisco a più non posso.”
Ilaria Bernardini nel suo nuovo romanzo “Il dolore non esiste” investiga il rapporto padre - figlia: nel racconto autobiografico cerca di dare un senso al suo rapporto con un padre vivente, ma perennemente assente. Allora per ricostruire il rapporto si inventa un match di boxe, per affrontarlo faccia a faccia.
“Mi alleno. Uno dopo l’altro ritrovo i sentieri di sempre e ogni giorno mi spingo più avanti nel bosco e ne scopro di nuovi. Per terra a volte trovo dei serpenti morti. Piccoli, innocui, ma sono pur sempre serpenti e sono pur sempre morti. A volte, all’improvviso, ho paura. Di essere sola. Di stare male. Di tutto questo spazio. Altre, apro varchi inesplorati e torno a casa con le braccia segnate dai rovi. Mentre corro ascolto ancora i podcast e gli audiolibri e tutto ancora mi parla di noi e di padri e di figlie, come per esempio quando sento Paolo Nori che nel suo libro sulla Achmatova, e su sé stesso, parla in un passaggio di sua figlia e legge la poesia di Camillo Sbarbaro che dice “padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche tu fossi un estraneo, per te stesso egualmente t’amerei”.”
Tanti tentativi, tanti approcci che aiutino Ilaria a stare meno male, per cominciare a stare bene, sapendo che suo padre vuole un rapporto con lei così come lei lo vuole con lui.
“Abbasso di nuovo la testa per schivare un suo colpo, per provare un inchino. Per celebrare tutto, anche il dolore. ”
La frase che suo padre le ha sempre ripetuto sin da piccola “Il dolore non esiste” si rivela alla fine in tutta la sua atrocità. Esiste sì, e fa tremendamente male.
La scrittura è incredibilmente intensa, o, almeno, durante la lettura, io mi ricordo di aver pensato così. Sto scrivendo questo commento a distanza di qualche mese e mi accorgo che “Il dolore non esiste” non mi ha lasciato quasi niente. Rimane, comunque, la memoria di una sensazione gradevole, nel suo complesso, e di un romanzo contenutisticamente valido - per carità, niente da dire in merito, è un memoir di Bernardini, ha una completa dignità. Sicuramente, molto interessante il rapporto di figlia che si intreccia in maniera inestricabile con quello di madre, anzi, più che il rapporto, la mancanza del ruolo di figlia e la progressiva perdita di quello di madre - l’autrice costruisce un’intera epica sull’assenza, avvalendosi di uno stile molto immediato: alcune immagini (ricorrono spesso metafore grafiche o simbologie circolari) che, all’inizio, risultano molto tangibili, poi, però, vengono consumate da un’iterazione esagerata ed arrivano sgualcite proprio nel momento in cui ci dovrebbe essere il momento di maggior pathos. A dispetto di un impatto iniziale fortissimo, ripeto, mi dispiace che ora sia così già sfocato nella mia mente. Forse è un po’ come la performance art: ha senso solo nel momento in cui lo leggi.
Tuttavia, c’è anche da dire che (pur a me piacendo il genere letterario in questione) forse la narrativa contemporanea in Italia si sta crogiolando troppo nell’autofiction. Una sequela di scrittori appartenenti alla stessa generazione, provenienti dallo stesso gruppo sociale, con esperienze in comune negli degli stessi ambienti condivisi, finisce inevitabilmente per scrivere la stessa cosa. C’è un limite di volte in cui possa leggere le storie familiari di uno scrittore tiepidamente tormentato, che si confronta con il sistema editoriale in Italia e con la sfida di lavori autoriali alternativi, e continuare a trovarlo anche un minimo interessante. Avranno pure qualcos’altro da dire, oltre che parlare solo di sè stessi; ecco, non è che adesso pretenda che domani Raimo si dedichi ad una fan fiction di GOT o Paolo Giordano mi scriva un dark romance tra un allenatore di NFL e un pinguino imperatore, però, dai, un minimo di sforzo. Anche perché, tra l’altro, il presente ha potenzialità infinite: viviamo in un’epoca in cui esistono così tanti micro-ambienti che le connotazioni che si possono adottare sono innumerevoli - usciamo dallo stesso bacino di vicende e categorie umane trito e ritrito, orsù.
Lo stile dell'autrice è super riconoscibile e amichevole. Sono entrata in empatia con il personaggio dopo 5 righe, e non ho ancora smesso. Per me toccante e profondo.
Sarà che non mi ci rivedo nel personaggio perché fortunatamente con mio padre il rapporto è un po’ diverso, ma ci ho messo UNA VITA a finire questo libro. Una storia non storia, che va mooooolto a rilento e sembra voler dire senza però dire granché. Mi ha lasciata abbastanza indifferente
Mio padre non mi parla più. Da questo inciso parte un lungo soliloquio dell'autrice che parla, o meglio immagina di parlare, al padre che da molti anni non le parla più, che ha scelto consapevolmente di renderli due estranei. A un certo punto dell'esistenza sua e di alcune delle sue sorelle e fratelli il padre Achille ha smesso di parlare ad alcuni di loro. Senza un motivo, senza che fosse successo niente di particolare. Gli altri membri della famiglia si parlano tra di loro, hanno addirittura una chat in comune, e più ancora il figlio di Ilaria parla e vede il nonno per il quale però questa figlia è ormai come se non esistesse. Quanta invidia prova Ilaria per quel figlio che vive una figura, suo padre, che a lei manca così tanto. Achille evidentemente non soffre per questa figlia persa, ma Ilaria continua a sentirsi figlia di suo padre, e nel corso del libro cercherà di capire da dove sia nata la situazione di silenzio nel quale vivono, perchè a lei quel padre manca tantissimo. Ilaria è stata avviata alla boxe proprio dal padre che le aveva anzi regalato un bel paio di guantoni. Li ritrova e decide di invitarlo, insieme a parenti, amici e conoscenti, ad un incontro di boxe che possa sancire una ripresa dei rapporti. Si prepara ad un grande evento. Inutile dire che il padre non solo non risponderà come sempre al messaggio (i suoi messaggi non hanno neanche la spunta della lettura) ma non si presenterà neanche. Ilaria inizia però ad allenarsi, a preparare tutto meticolosamente e con costanza per quella giornata, manda gli inviti. L'allenamento è puntuale e preciso tra pugni nel vuoto, e immaginari. E intanto, nel corso della lunga conversazione con se stessa, ripercorre parti della sua infanzia e poi tutto il periodo successivo permeato da questo grandissimo dolore per aver perso un padre. Cerca di capire, di trovare il momento, l'avvenimento, la causa. Ma tutto rimane chiuso nel non capire il perché. Il romanzo è permeato dal dolore che attraversa l'intera vita di Ilaria a partire da quando Achille non ne ha più fatto parte. Ho ascoltato questo romanzo nella versione letta da Sabrina Impacciatore che, va detto, renderebbe un capolavoro anche l'elenco del telefono. Questo per dire che in realtà il romanzo non è riuscito comunque ad entusiasmarmi (chapeau alla Impacciatore che ne ha trovato una chiave interpretativa davvero particolare). Il tema è chiaro, ma è sempre quello e non ha sviluppi, è come se continuasse ad avvolgersi su se stesso senza trovare una via per fare passi in avanti. Lo stile è sicuramente ricercato, ma non basta. L'argomento è interessante, anche per la scelta di far partire l'analisi da se stessi e della mancanza che si prova, dall'assunto che "il dolore non esiste", ripetuto come un mantra all'interno del romanzo. Quanto può segnare la mancanza improvvisa di un padre che sceglie di defilarsi dalla sua funzione paterna? Tantissimo, e Ilaria Bernardini ce lo racconta senza veli.
Ilaria, figlia di un padre assente che non le rivolge la parola ormai da anni, cerca disperatamente un contatto con lui e lo fa in tutti i modi: scrivendo di lui, scrivendo a lui, scrivendo ai suoi fratelli per avere notizie,ecc. Per mettere un punto a questa assurda situazione, Ilaria organizza un incontro di box in cui l'avversario è proprio il padre. Gli recapita infiniti inviti, coinvolge persone a lei care e persone che la conoscono superficialmente; si allena e persegue il suo obiettivo con il desiderio e la speranza di riprendere i contatti con questo genitore che non vuole aver nulla a che fare con lei. Il giorno dell'incontro finalmente arriva e con esso anche il giorno della fine di questo inutile sognare e di questo doloroso sperare in un riavvicinamento. Il libro è, dunque, un insieme di pensieri dell'autrice; è un mix di emozioni che fatica a tradurre in parole e un miscuglio di sentimenti contrastanti. Da un lato vi è l'amore infinito di una figlia e, dall'altro, la rabbia e il bisogno di ricevere delle risposte. L'odioso silenzio del padre è un elemento molto disturbante e questo permette al lettore di empatizzare con i sentimenti, seppur ambivalenti, della protagonista. La continua lotta che la stessa decide di portare avanti può essere intesa come una metafora per ogni battaglia che la vita regala: occorre sempre combattere, nonostante tutto e tutti, e non lasciar nulla di intentato. Solo dopo, allora, è concesso arrendersi. Nonostante il messaggio stupendo che emerge nel finale, questo breve romanzo è risultato un pochino noioso e ridondante; la monotonia e l'assenza di situazioni che alterano il corso della narrazione rendo il libro un pochino lento. Per tali ragioni non riesco ad apprezzare appieno questa lettura, pur apprezzandone l'originalità e la sincerità.
"Il dolore non esiste" di Ilaria Bernardini Pagg.180
⚠️ATTENZIONE SPOILER ⚠️
Ilaria racconta in questo libro autobiografico il rapporto con il padre. Un padre presente, che ad un certo punto diventa assente, dopo il divorzio dalla madre, lascia tutta la famiglia e improvvisamente non le parla più. Complice il lock down e il ritrovamento di un paio di guantoni da pugile regalati proprio da suo padre, Ilaria inizia a prepararsi per un match con lui. La storia si divide tra riflessioni personali e intime dell' autrice e ricordi, belli e brutti, della sua infanzia assieme ai fratelli e sorelle e il rapporto tra i suoi genitori. Il racconto è veramente intimo e profondo e si muove tra le difficoltà delle relazioni umane. Ilaria ha un figlio adolescente, Nico, che è in rapporto con il nonno e lei cerca di capire e avere informazioni da lui sul nonno. Il padre così lontano è comunque sempre nei suoi pensieri. Alla fine si sfideranno o no a guantoni? Finale stupendo, molto commovente! Bellissimo libro. Analisi accurata del rapporto interrotto tra padre e figlia di come questo può causare sofferenza profonda, sentimenti contrastanti e volontà di recuperare. Questo libro mi ha veramente emozionato, perché io ho un bellissimo rapporto con mio padre e vivere durante la lettura questi sentimenti assieme l' autrice è stato veramente tosto. Coraggiosa anche a mettere a nudo così intimamente non solo se stessa ma anche il resto della sua famiglia.
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Ho adorato l'espediente narrativo dell'incontro sul ring con il padre assente. E sarà che mi sono tanto immedesimata, sarà che ogni tanto i libri lenti e lagnosi sono il mio modo per crogiolarmi, ma tant'è che a me questo libro è piaciuto molto.
L'ho trovato doloroso e travolgente. Ilaria, la protagonista vuole dare un senso al vuoto lasciato dalle trasformazioni dei rapporti, delle persone, degli amori. Si crogiola nella punizione del padre assente, solo da lei, non dagli altri figli e ruota tutto attorno alla ricerca della colpa originaria. Doloroso davvero.
Il padre di Ilaria, diceva sempre che "il dolore non esiste" e lei accoglie questa frase come un mantra, ma purtroppo il dolore di cui soffre avvolge ogni parola, ogni sua scelta: il dolore esiste e lei ne è avvolta. Il romanzo lancia un messaggio molto forte, ovvero il desiderio di riscatto, di essere vista di nuovo, la forza di andare avanti.
Ho come la sensazione di aver letto un libro molto intimo, ma così tanto che è chiaro che il vero destinatario di queste parole non siamo noi lettori.
La scrittura ha fatto del dolore bellezza, e il merito principale del libro sta in questo. Per il resto, è difficile definirlo un romanzo. A metà tra memoir e diario personale, con la differenza che la narrazione è solo parzialmente, vagamente cronologica e gran parte delle riflessioni sembrano bloccate in un presente lunghissimo in cui le cose succedono nel cuore e nella testa della protagonista molto più che all’esterno. Il libro è un’ intima lettera d’amore al padre, una grande manipolazione pubblica per raggiungere uno scopo e un destinatario personale. Spero che sia servito, e che il padre dell’autrice abbia smesso di rifiutarsi di parlarle, dopo averlo letto.
Doloroso e travolgente nella ricerca del senso al vuoto lasciato dalle trasformazioni dei rapporti, delle persone, degli amori. La punizione del padre assente, solo da lei, non dagli altri figli e la ricerca della colpa originaria.
Un po’ lagnosetta eh. D’altronde però lo sono anche io quindi in tante cose mi sono rivista. Ho spesso avuto l’impressione di stare leggendo il diario segreto di una sconosciuta di nascosto. Quindi boh, alcune cose, forse effettivamente ha ragione il padre, sarebbe meglio tenerle per sé.
Di questo libro praticamente non mi è piaciuto niente a parte il titolo che mi ha tratta in inganno. La scrittura, la storia e l'argomento mi hanno annoiata e non mi hanno per nulla coinvolta.
“Il dolore non esiste” di Ilaria Bernardini è un romanzo che, in realtà, è intriso di dolore. Ilaria racconta di come il padre abbia smesso di parlarle, non è scomparso però dalla sua vita, fa il bravo nonno con il nipote, sente la moglie e le altre figlie, ma Ilaria no, offeso da ciò che ha raccontato della famiglia nel libro precedente smette, semplicemente, di parlarle, di considerarla. Ilaria in questo libro cerca un po’ di ricostruire la figura del padre, rivive un po’ la sua infanzia e cerca di capire come questa possa averlo portato a essere l’uomo che è, rivive i momenti passati insieme, cerca di diventare un po’ come lui avvicinandosi alla boxe, invitandolo a un match l’uno contro l’altro, lui non risponde mai all’invito, ma lei coinvolge l’intera famiglia nei preparativi. Ilaria un po’ fa tenerezza nella sua ricerca disperata di avere un contatto con il padre, nel fingere che vada tutto bene, dall’altra però risulta un po’ ossessionata da questa figura che ormai si è allontanata e che in questo momento non è interessata a tornare. Il padre di Ilaria diceva sempre che il dolore non esiste e lei accoglie questa frase come un mantra, ma purtroppo il dolore di cui soffre avvolge ogni parola, ogni sua scelta, il dolore esiste e lei ne è avvolta. Il romanzo lancia un messaggio molto forte (il desiderio di riscatto, di essere vista di nuovo, la forza di andare avanti), ma nonostante i capitoli brevi mi è risultato piuttosto statico e ridondante, senza grandi punti di spicco nella narrazione o nel susseguirsi degli eventi. Ho come la sensazione di aver letto un libro molto intimo, ma così tanto che è chiaro che il vero destinatario di queste parole non siamo noi lettori.
Not entirely convinced about this book since it was a bit repetitive and I found it a bit slow at times. I wish there would have been more pace and more points of view in the narrative. Overall, solid read!