Laura ha sei anni quando i suoi genitori decidono di trasferirsi dal loro quartiere residenziale di Roma Nord al Laurentino 38, esperimento presto fallito di edilizia popolare a sud della capitale, uno dei luoghi più malfamati d’Italia. Perché i loro figli devono stare a contatto con la “vita vera”, non devono“crescere nella bambagia”. E la vita vera è lì ad accoglierli, tra eroinomani che si trascinano sofferenti e ragazzini delle medie pronti a squagliarti la faccia sulla fiamma di una candela. Laura prova a mimetizzarsi, a cantare con gli altri «Un due tre viva Pinochet». Ma, come ogni maschera, anche la sua cade, e dovrà pagare il conto per quel tentativo di fingersi quello che non era.
Anni dopo, grazie a un documentario scoprirà che fine hanno fatto i persecutori che tanto l’avevano terrorizzata. Da lì potrà ricostruire la sua storia e quella della sua famiglia, cercare di capire da cosa viene quel senso di inadeguatezza che ancora oggi, che ha un lavoro che le piace e una figlia che ama, non la abbandona. La sensazione che ci sia ancora chi è pronto a smascherarla e fargliela pagare.
Con il suo romanzo di esordio Laura Buffoni entra a far parte del gruppo di scrittrici contemporanee che hanno fatto della propria biografia, con i suoi grandi traumi e le sue gioie piccole e fondamentali, letteratura, da Rachel Cusk a Dolly Alderton, da Lena Dunham a Joan Didion.
Un giorno ti dirò tutto coniuga sapientemente pagine drammatiche e scene esilaranti, realismo e situazioni surreali. È un romanzo fatto di amore, di dolore, di memoria, di speranza, una meditazione sul fallimento e su come sopravvivergli, con o senza riscatto.
"Le dirò che non è importante stare al centro perché si può diventare bersaglio, e che non sempre si può essere amati ma si può almeno provare ad amare. Le dirò che sono fallibile e che, proprio come i miei genitori prima di me, ho fatto un sacco di sbagli. Che un giorno morirò, di non volermene per questo. Le dirò che la felicità non è un diritto, ma che è un diritto di tutti cercarla sempre, in questo strano posto dove siamo capitati per caso, per un terrificante, meraviglioso errore del cosmo."
Partito benone, perché quella periferia tra le periferie che fa da sfondo ma direi quasi da protagonista alla storia, il temibile Laurentino 38 di Roma Sud, mi ha immediatamente riportata all'altrettanto degradato Campo dell'Oro nel folgorante "Mai stati innocenti", il romanzo dell'esordiente Gargiullo recensito qualche anno fa, con la sua Civitavecchia più cruda e brutale.
La fortunata simmetria, purtroppo, si risolve tutta qui.
Dopo una prima parte interessante di flashback in cui la protagonista ci accompagna con sè in una storia autobiografica fatta di violenza e crudeltà gratuite durante la sua adolescenza nel quartiere-ghetto in cui si era tarsferita con la famiglia, si apre infatti una seconda parte che sinceramente fatico a capire.
In una serie di capitoli brevi e frettolosi, l'autrice si rivolge direttamente al lettore e chiama in causa sua figlia per metterla in guardia dai pericoli di una vita ai margini e per giustificare la genesi del suo profondo senso di inadeguatezza, di un tormento interiore che neanche in età adulta la abbandona a fronte di un'adolescenza tanto segnata dalle brutture della vita di quartiere.
Che dire, alla prima parte del romanzo avrei dato un tre e mezzo/quattro, alla seconda manco un due, la matematica non è il mio forte ma insomma va così.
Giuduzio tecnico finale: CBCR (Cresci Bene Che Ripasso).
mi aspettavo di meglio. è partito in maniera molto interessante ma è andato a sfociare nella depressione più assoluta. questo lo ha rallentato molto e magari con qualche scena un po' più felice e un po' meno malinconica l'avrei preferito. purtroppo non si possono accontentare tutti i lettori, sicuramente qualcuno lo apprezzerà più di me.
Una lettura per me doppiamente interessante perché sviluppa una serie di riflessioni essenziali, a volte scomode ma sempre profonde su tematiche comuni a molte donne della mia generazione, in particolare sulle nostre insicutezze e fallimenti. Ho particolarmente amato l'epilogo e tutta la riflessione sulla maternità, nella quale mi sono riconosciuta in ogni virgola. L'altra considerazione, più personale, è che conosco l'autrice. Non siamo amiche, ma ci siamo incrociate nel corso degli anni in situazioni pubbliche ed è sorprendente avere accesso al mondo interiore e immaginario delle persone che conosciamo solo di vista. Non conoscevo la sua storia e ne sono rimasta molto colpita. Consigliatissimo a tutte le persone che amano i romanzi introspettivi.