Fuoco ancestrale
E quando mi ricapiterà di addentrarmi nel bianco della tundra in pieno inverno... di trovare riparo nel Čum - tipica tenda dei nenec, nomadi siberiani - di bere tè bollente con i vicini, di osservare le donne ravvivare il fuoco, di ascoltarle mentre implorano il fuoco di proteggere i loro figli, di stupirmi nel percepire la risposta del fuoco. Quando mai mi ricapiterà di osservare, nascosta tra gli alberi, gli uomini nenec cacciare la volpe argentata, viaggiare a bordo di slitte trainate dalla squadra di renne che hanno allevato negli anni e rispettato come figlie.
Gli eventi in questo romanzo sono ridotti all'osso; eppure, quando ho chiuso il libro, mi è sembrato di essere rientrata da un lungo viaggio ai confini del mondo conosciuto. Un viaggio ancestrale, alla ricerca delle radici più remote, dove il rispetto della natura, degli animali e delle tradizioni nenec è motivo di sopravvivenza per quel piccolo e isolato microcosmo nomade.
È un libro sulla solidarietà all'interno della comunità ma anche sulla solitudine. La solitudine del giovane Aleska, combattuto tra l'adesione alle tradizioni che costituiscono il suo nucleo più profondo, e il desiderio, naturale e legittimo, di andare oltre i confini della tundra, di raggiungere l'amata Ilne che ha invece fatto una scelta di rottura con il popolo nenec.
Ma è anche la solitudine del vecchio Petko, padre di Ilne, che, rimasto solo, non trova più ragione di essere all'interno della comunità; dovrà rinnovare se stesso e il patto con la vita per trovare un nuovo centro:
"A un tratto si sentì triste e chissà perché desiderò essere un albero, non un albero giovane, spensierato, ma uno dal tronco possente, piegato dai venti del nord, con rami-braccia e radici-ricordi nascoste nelle profondità della terra. Nel cuore della notte, con l'anima sofferente, avrebbe frusciato dolcemente per non inquietare gli altri con il suo triste canto e nessuno si sarebbe accorto che non era un albero, ma un vecchio solitario>>.
Sono due solitudini, quella del giovane che ha perso l'amata e quella del vecchio che ha perso la figlia, che non comunicano, che si perdono nel bianco lattiginoso della neve; troveranno una soluzione ciascuno contemplando se stesso e i segnali della natura circostante.
E poi c'è la forza della madre del giovane che deve tenere vivo ad ogni costo il focolare e che quindi costringe il figlio a sposare una donna che lui non ama. È l'ennesima solitudine narrata: quella della ragazza non vista dal marito, costretta a un matrimonio umiliante.
Può sembrere tutto molto triste; eppure ognuno dei personaggi evolverà e sarà pronto ad accogliere la nuova primavera in arrivo.
Anna Nerkagi, autrice che non conoscevo, è una nenec; racconta del suo popolo che porta nel cuore e al quale ha fatto ritorno da adulta, dopo che l'autorità sovietica la allontanava dalla famiglia quando era ancora piccola. La sua scrittura è poetica, lirica. I temi trattati ancestrali, eterni. È la donna, secondo la cultura nenec, la responsabile del fuoco necessario alla sopravvivenza.
Non vedo grandi differenze con le nostre tradizioni, dove la nostra cultura, che chiamiamo patriarcale, è custodita e si mantiene viva con il fattivo, e non sempre consapevole, contributo delle donne.