Occhei, tre stelle a Renato non si negano.
Non potrei scendere al di sotto di tale soglia: il cuore mi piangerebbe troppo; anche se, va detto, quest'autobiografia è un po' striminzita, e da lui mi sarei aspettato qualche aneddoto in più, un po' più di ciccia.
Insomma, meno automobili, motoscafi ed elicotteri e più aneddoti, cinema, cabaret, battute nonsense; più Cochi, più Jannacci, più Dario Fo, più Derby. Tutta roba che c'è, e però condensata in troppo poco spazio - taaac! come l'appartamento del "Ragazzo di campagna" -, il che, ecco, ti fa pensare a una bella occasione sprecata.
Bellina poi l'idea, per l'appunto, dell'Artemio contemporaneo posto in chiusura, a risollevare un poco le sorti del tutto; sebbene, e lo dico sapendo di dover di romper le scatole a ogni costo, giacché questa è la sede ove farlo, pure quella poteva esser tranquillamente evitata (o, al limite, comunque, integrata) e sostituita dagli elementi di cui sopra e non sarebbero, a mio avviso, bastate seicento pagine per raccontare le vicissitudini di un vero protagonista del nostro spettacolo, e mica solo del cinema, per il quale ha girato una quarantina di film.
Ma ti voglio benone lo stesso, Renato, va' tranquillo. Magari nei prossimi giorni recupero qualcosa di tuo che mi sono perso. Perché, dai, è bello sapere d'avere ancora un film con Pozzetto da vedere. Del libro, al contrario, se ne può fare anche a meno. Ma ormai l'ho letto - taaac.