Il romanzo nazional-popolare anomalo rispetto al contesto
Quando nel 1888 Il cappello del prete fu pubblicato a Milano da Treves, dopo che nell’anno precedente la sua pubblicazione a puntate sui quotidiani L’Italia di Milano e Il Corriere di Napoli aveva registrato un grande successo, Emilio De Marchi si sentì in dovere di anteporgli una breve Avvertenza, nella quale metteva in chiaro il carattere del romanzo. In essa l’autore rivendica con orgoglio come esso sia un romanzo d’appendice: Ritengo utile riportarne l’incipit, del resto molto citato.
”Questo non è un romanzo sperimentale, tutt’altro, ma un romanzo d’esperimento, e come tale vuol essere preso.
Due ragioni mossero l’autore a scriverlo.
La prima per provare se sia proprio necessario andare in Francia a prendere il romanzo detto d’appendice, con quel beneficio del senso morale e del senso comune che ognuno sa; o se invece, con un poco di buona volontà, non si possa provvedere da noi largamente e con più giudizio ai semplici desideri del gran pubblico.
La seconda ragione fu per esperimentare quanto di vitale e di onesto e di logico esiste in questo gran pubblico così spesso calunniato e proclamato come una bestia vorace che si pasce solo di incongruenze, di sozzure, di carni ignude, e alla quale i giornali a centomila copie credono necessario di servire di truogolo”.
Non meno significativa è la lapidaria frase finale: ”L’arte è cosa divina; ma non è male, di tanto in tanto, scrivere anche per i lettori”.
Molti sono gli elementi di interesse racchiusi in queste poche frasi. Il primo è il richiamo ai romanzi d’appendice francesi. All’epoca nel nostro Paese la letteratura d’appendice, nata tardivamente sulla scia del feuilleton francese, era egemonizzata dalle traduzioni di romanzi di scrittori d’oltralpe, sia contemporanei sia della generazione precedente, quali i due Dumas, Ponson du Terrail, Sue, solo per citare i maggiori, mentre scarsa era la produzione nazionale: il successo di scrittori come Francesco Mastriani e Carolina Invernizio, agli inizi della carriera, rappresentavano di fatto un’eccezione.
Significativo è anche l’intento di fornire al grande pubblico un prodotto letterario diverso. Nella triade incongruenze, sozzure, carni ignude De Marchi esplicita una critica radicale sia alla qualità artistica delle opere d’appendice solitamente pubblicate, sia al loro contenuto, che spesso faceva leva sugli istinti più bassi dei lettori. A ciò lo scrittore milanese contrapporrà una funzione morale, quasi pedagogica della letteratura, di stampo tardomanzoniano, che si evidenzierà soprattutto nelle sue successive opere maggiori, quali Demetrio Pianelli, Arabella e Giacomo l’idealista, ma che - come si vedrà - è presente, sia pure in forma più sotterranea, anche in questo romanzo. Sotto questa luce risulta chiara la presa di distanza dal romanzo sperimentale, nella quale si può individuare una critica alla letteratura di stampo naturalista - tradotta in Italia nel verismo - che si limita a osservare e riportare impersonalmente i fatti, senza che l’autore intervenga per trarre una morale da ciò che scrive.
Infine, sintomatica è a mio modo di vedere la quantificazione della larga diffusione della letteratura d’appendice con i giornali a centomila copie. Nulla come quest’ordine di grandezza, in un paese di alcune decine di milioni di abitanti, può dare l’idea dell’arretratezza culturale del Paese, nel quale la lettura è ancora fenomeno elitario, appannaggio di fatto delle classi abbienti, essendo il tasso di analfabetismo ancora molto alto, soprattutto se confrontato con altri paesi europei: nel 1880 in Italia la percentuale degli analfabeti era del 47,5% (!), contro il 17% in Francia, il 14% in Gran Bretagna e il 2% nei due imperi centrali.
Emilio De Marchi nacque a Milano nel 1851, in una famiglia della piccola borghesia. Presto orfano di padre, crebbe sotto l'influsso dell’energica madre. Insegnante di materie letterarie prima nei licei e quindi presso l’Accademia Scientifico-Letteraria, fu attivo nella vita sociale milanese, ricoprendo incarichi di prestigio in numerosi istituti filantropici; fu anche consigliere comunale. Era profondamente cattolico e moderato, tanto da lasciare la direzione di una rivista letteraria che aveva fondato quando l’editore decise di fonderla con un’altra rivista di ispirazione radicale. Di salute malferma, soprattutto dopo la prematura perdita di una figlia, morì – non ancora cinquantenne – nel 1901.
Letterariamente, esordì negli anni ‘70 con alcune novelle e due romanzi, nei quali si sente l’influsso della stagione della scapigliatura, da cui comunque si distaccò presto. Solo dopo una decina d’anni - durante i quali si dedicò alla novellistica, a pubblicazioni pedagogiche per ragazzi, ad una elegante traduzione delle fiabe di La Fontaine ed alla saggistica letteraria – uscì Il cappello del prete, che come detto fu un grande successo editoriale. Con Demetrio Pianelli, del 1890, considerato il suo capolavoro, inizia il ciclo dei Ritratti e costumi di vita milanese, nel quale l’ascendenza manzoniana assume tratti dostoevskijani, non scevri da un sapiente uso del tono ironico. Il ciclo, composto oltre che dai tre romanzi maggiori anche dall’ultimo della sua produzione, Col fuoco non si scherza, è ambientato nel mondo della piccola borghesia lombarda, e presenta - con risultati artistici invero altalenanti – una serie di personaggi vinti dalla vita e dalla crudeltà dei meccanismi sociali.
I romanzi di De Marchi posteriori a Il cappello del prete ebbero scarsa fortuna di pubblico e di critica: oltre che agli indubbi limiti espressivi della sua opera, ciò si può forse attribuire al fatto che, in un’epoca in cui il panorama cultural-letterario italiano era dominato ormai dall’estetismo dannunziano e dal verismo, il moralismo pedagogico dell’autore milanese appariva probabilmente superato. L’autore soffrì tale insuccesso, sia per ragioni commerciali, sia perché convinto fautore di una letteratura popolare, come evidenzia la già citata Avvertenza ed anche indirettamente la scrittura di volumi di prose in dialetto milanese, tra i quali il più noto è Milanin Milanon, uscito postumo.
Il cappello del prete è quindi un romanzo in qualche modo anomalo nella produzione dell’autore, sia per l’ambientazione napoletana, sia per la trama noir sia infine perché come detto fu l’unica sua opera di grande successo, che si è rinnovato nel tempo: ancora oggi ne sono disponibili in libreria una decina di edizioni, e nel 1970 la RAI ne trasse un pregevole sceneggiato televisivo, per la regia di Sandro Bolchi, molto aderente al libro e con attori di prim’ordine, tra i quali Luigi Vannucchi, Franco Sportelli (che sarebbe morto di lì a poco), Angela Luce e un giovane Bruno Cirino.
La trama del romanzo è nota, ma è utile riassumerne i tratti principali, e soprattutto delineare la personalità del protagonista, il barone Carlo Coriolano di Santafusca, detto ’u barone. Egli è l’ultimo rampollo di una antica casata napoletana ormai decaduta. All’epoca dei fatti, ambientati tra l’aprile e il maggio di uno degli anni ‘70 del XIX secolo, ha quarantacinque anni; a suo tempo ha combattuto i Borboni ed è ora sommerso dai debiti, accumulati per il gioco e le donne. È ateo e in gioventù è stato seguace delle teorie razionaliste e anarchiche di un teorico francese, il dott. Panterre (nome che forse richiama il materialismo), cui ancora si ispira la sua weltanschauung. A Napoli vive ormai in un modesto appartamento di via Speranzella, accudito dalla fedele Maddalena, la vecchia domestica ultimo resto dell’antica servitù dei Santafusca. Possiede, nel paesino poco fuori città che porta il suo nome, villa Santafusca, grande ed un tempo splendida dimora barocca, ormai in rovina e spoglia di tutti i suoi arredi, impegnati o venduti. Anche alla villa è rimasto un solo servitore, l’ormai vecchio e malandato Salvatore.
Quando riceve da un istituto ecclesiastico la cartella di pagamento di un debito di quindicimila lire, con la minaccia, in caso di mancato saldo entro quindici giorni, di adire le vie legali, vede davanti a sé lo spettro del carcere e del disonore. Dopo aver brevemente meditato il suicidio decide che l’unica possibilità che gli resta è vendere la villa, e pensa a don Cirillo, detto ’u prevete, che già aveva manifestato interesse per un suo acquisto. Don Cirillo è un anziano sacerdote tanto ricco quanto avaro. Presta denaro ad usura e si dice preveda le uscite del lotto, avendo fama di negromante tra il popolino, che lo ferma continuamente per chiedergli li nummeri; pochi mesi prima è stato sequestrato da una banda di camorristi, cui ha dovuto fornire un terno, che è uscito. Non ne può più di questa situazione e vorrebbe acquistare Villa Santafusca per pochi soldi, approfittando dello stato di necessità del barone, per rivenderla all’arcivescovado, in cerca di un grande edificio in cui realizzare un collegio, al fine di lasciare Napoli e ritirarsi nella quiete della campagna, lontano per sempre dai questuanti e dalla sua fama di indovino. Offre pertanto a Santafusca trentamila lire, sapendo di poterne avere almeno centomila dall’arcivescovado.
I due si accordano perché il prete venga alla villa il giovedì successivo per vedere la proprietà e concludere l’affare: Don Cirillo confida al barone che nell’occasione lascerà Napoli per sempre e farà perdere le sue tracce a tutti, per trovare finalmente la pace. Nei giorni successivi il barone si convince che per risolvere definitivamente i suoi problemi finanziari è necessario uccidere il prete, visto che presumibilmente giungerà alla villa con tutti i suoi averi: il luogo è deserto e nessuno sa che Don Cirillo si recherà a Santafusca. Il giovedì, allontanato Salvatore con un pretesto, con la scusa di far visitare a Don Cirillo la proprietà lo attira in un cortile appartato e lo uccide a sprangate, seppellendolo nel fondo di una cisterna abbandonata. La perfezione del delitto sarà però rovinata da un oggetto particolare: il cappello di Don Cirillo, che il barone non recupera dal luogo del misfatto. Saranno proprio la storia di questo cappello e le sue peripezie a far emergere la verità sulla fine di Don Cirillo, che inizialmente si ritiene scomparso di sua volontà.
Molti hanno definito questo romanzo un giallo, ma a mio avviso in senso tecnico è più appropriato chiamarlo noir, in quanto il colpevole è noto da subito ed il delitto viene dettagliatamente descritto nel quarto capitolo, mentre i successivi ventuno sono dedicati alle vicende che portano la giustizia alla scoperta del delitto e al precipitare dei sentimenti del barone dall’iniziale assoluta tranquillità alla confessione finale dinanzi al giudice.
Il cappello del prete è sicuramente un’opera piacevole da leggere ancora oggi, nella quale l’intreccio poliziesco è molto ben congegnato, e non vi sono incongruenze o forzature degne di nota (personalmente ho rilevato solo una piccola incongruenza, non tale però da rendere improbabile la vicenda). I due personaggi principali, ma anche altri comprimari, sono ben tratteggiati, e l’autore non lesina di impiegare nei loro confronti il registro ironico, anche se si può certamente dire che alcuni di loro a tratti scadono nel macchiettismo. Del resto, il milanese De Marchi, avventuratosi per quest’opera nell’esotico e a lui praticamente sconosciuto territorio napoletano, non può che pagarne lo scotto, nei termini di una rappresentazione fortemente stereotipata in particolare del popolo e dei luoghi. È da notare come l’autore, pur come detto profondamente cattolico, non esiti a connotare il personaggio di un sacerdote come usuraio, avido, avaro e ipocrita, anche se a Don Cirillo fa da contraltare la figura di Don Antonio, il parroco di Santafusca che grazie alla sua rettitudine morale e ai suoi scrupoli di buon cristiano avrà grande, anche se inconsapevole, parte nell’emersione della verità.
Dicevo sopra che il romanzo, pur essendo in qualche modo anomalo nella produzione di De Marchi, contiene una sotterranea vena del suo usuale pedagogismo cristiano, che si può percepire nella caratterizzazione del barone, ateo e miscredente, il quale dalla sua filosofia trae la giustificazione morale del delitto, ritenendo che l’uomo sia una nullità di fronte al cosmo e che la vita di un uomo equivalga a quella di una lucertola. Durante tutto il romanzo, a fronte dell’emergere sempre più incalzante ed angosciante della possibilità che il delitto venga scoperto, Santafusca si appella al razionalismo assoluto del suo pensiero per convincersi che ciò non è possibile, ed è significativo che il drammatico epilogo giunga in un capitolo chiamato dall’autore Il castigo la cui chiosa è questa: ”Il barone era stato tradito e punito dalla sua stessa coscienza”.
Al di là del valore letterario intrinseco del romanzo, ritengo che il suo maggiore interesse stia proprio nei suoi elementi di originalità rispetto al panorama letterario italiano dell’epoca, orgogliosamente rivendicati dall’autore nell’Avvertenza. L’opera rappresenta infatti una notevole eccezione a quella mancanza di una letteratura nazional-popolare che avrebbe alcuni decenni dopo costituito il cuore della critica gramsciana alla vita letteraria italiana e al ruolo degli intellettuali, come spia dell’arretratezza culturale del paese. Nei Quaderni del carcere Gramsci dedica una splendida pagina proprio alla letteratura d’appendice, considerando grave la mancanza di una sua espressione nazionale; così si esprime il pensatore comunista, commentando un saggio del critico francese Paul Nizan: ”Inoltre, il Nizan non sa porre la quistione della così detta «letteratura popolare», cioè della fortuna che ha in mezzo alle masse popolari la letteratura d’appendice (avventurosa, poliziesca, gialla, ecc.), fortuna che è aiutata dal cinematografo e dal giornale. Eppure, è questa quistione che rappresenta la parte maggiore del problema di una nuova letteratura [italiana] in quanto espressione di un rinnovamento intellettuale e morale: perché solo dai lettori della letteratura d’appendice si può selezionare il pubblico sufficiente e necessario per creare la base culturale della nuova letteratura. Mi pare che il problema sia questo: come creare un corpo di letterati che artisticamente stia alla letteratura d’appendice come Dostoevskij stava a Sue e a Soulié o come Chesterton, nel romanzo poliziesco, sta a Conan Doyle e a Wallace, ecc.? Bisogna a questo scopo abbandonare molti pregiudizi, ma specialmente occorre pensare che non sì può avere il monopolio non solo, ma che si ha di contro una formidabile organizzazione d’interessi editoriali”.
In questo contesto asfittico, analizzato da Gramsci con una estrema lucidità accompagnata da un umanesimo scevro da ogni snobismo letterario, un’opera come Il cappello del prete, al pari di quelle di Mastriani, rappresentano l’eccezione che non sarebbe riuscita a fare della giovane Italia un paese dotato di una letteratura moderna, essendo drammaticamente arretrata la sua base sociale.