«Vittima com'è di una disperata follia di annientamento e di distruzione, Antigone non ama nessuno, cosí come non ama sé il suo solo e vero amore è la morte».
In una rilettura controcorrente della piú celebre figura tragica della classicità, Eva Cantarella smonta pezzo per pezzo le basi su cui si fonda il mito di Antigone.
Per la sua determinazione a dare sepoltura al fratello Polinice, violando la legge cittadina per obbedire a una legge non scritta, Antigone ha rappresentato nei secoli il modello insuperato di chi si oppone a un regime tirannico, di chi reagisce di fronte ai diritti calpestati e negati, di ogni donna in lotta contro il potere maschile. Ma questa figura che sembra racchiudere in sé ogni virtú non corrisponde al personaggio cui Sofocle ha dedicato l'omonima tragedia oltre 2500 anni fa. Ed è esplorando la distanza tra mito e personaggio che Eva Cantarella mette in luce lati sorprendentemente negativi dell'eroina da tutti osannata e arriva a contestare il ruolo di despota attribuito a Creonte, protagonista di una drammatica vicenda umana e politica che lo rende una figura non meno interessante e non meno tragica. Proprio come in un'orazione, portando prove a sostegno della propria tesi e confutando gli argomenti di potenziali avversari, la piú grande studiosa italiana di diritto greco traccia un profilo di Antigone spiazzante e inevitabilmente divisivo.
Eva Cantarella (born 1936 in Rome) is an Italian classicist. She is professor of Roman law and ancient Greek law at the University of Milan, and has served as Dean of the Law School at the University of Camerino.
Cantarella is known for examining ancient law by relating it to modern legal issues through law and society perspective. She has researched subjects involving the legal and social history of sexuality, women's conditions, criminal law and capital punishment.
She has written many books, which have been translated into several languages, including English, French, German and Spanish. Cantarella is also editor of Dike - International Journal of Greek Law and a member of several editorial boards such as Apollo - Bollettino dei Musei provinciali del Salernitano; Dioniso; Crime, Histoire et Societés; Revista des estudios latinos; and CADMO - Revista de História Antiga (University of Lisbon).
Cantarella has been professor of Roman law and ancient Greek law at the University of Milan, Italy. She has been dean of the Law School of the University of Camerino. She has also taught and given lectures at many universities in Europe and the United States. She has been appointed Global Professor at New York University School of Law.
She was awarded the Grand Officer of the Order of Merit of the Italian Republic in 2002 by President Ciampi.
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Roma 28 novembre 1936. Grecista. Laureata in Legge, specializzata a Berkeley (Usa) e Heidelberg (Germania). Figlia del grande grecista Raffaele. «Fin da bambina amavo il mondo greco, perché in casa sentivo parlare di personaggi mitologi, dell’Odissea... Ma all’Università mi rifiutai di iscrivermi alla facoltà dove insegnava mio padre. Mi imbarazzava l’idea di essere la figlia del Professore. Così studiai Legge, laureandomi con una tesi sul diritto romano antico e poi dedicandomi, per conto mio, al diritto greco». Insegna Istituzioni di diritto romano e Diritto greco alla Statale di Milano. Ha insegnato anche a Austin e alla New York City University. Nel 2002 fu nominata da Ciampi Grand’Ufficiale della Repubblica. L’anno successivo vinse il premio Bagutta con il libro Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto. Ha dedicato una parte dei suoi studi alle donne dell’antichità (per esempio Tacita muta, la donna nella città antica, Editori Riuniti, e Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli) e sull’erotismo nell’antichità (La bisessualità nel mondo antico, Editori riuniti). Bei saggi su Pompei: Pompei. I volti dell’amore (Mondadori), e Un giorno a Pompei (Electa) e il suo ultimo libro Pompei è viva (Feltrinelli 2013). Nel 2008 tra coloro che raccolsero l’appello di Angelo D’Orsi per mostrare solidarietà ai 67 docenti di fisica della Sapienza una cui lettera aveva fatto saltare l’invito a Benedetto XVI per l’inaugurazione dell’anno accademico (vedi Marcello Cini). Femminista della prima ora, comunista, in prima linea nelle battaglie per divorzio e aborto. «Non sono contraria a scendere in piazza. In una fase in cui siamo tutti incatenati agli schermi, la parola pubblica sarebbe la vera novità» (a Maria Laura Rodotà nel 2009) [Corriere della Sera, 15/9/2009]
Vi giuro, io questo piccolo saggio pensavo di odiarlo. E invece, quelle 0,15 stelle in meno se l’è meritate solo per il prezzo – decisamente troppo elevato – perché per il resto l’ho divorato. Io, amantissima di Antigone – o dell’idea che avevo di lei, formatasi per un travisamento dovuto alle migliaia di interpretazioni a opera di letterati e filosofi diversi da Sofocle – mi sono trovata faccia a faccia con una verità che dentro di me già conoscevo: Antigone è profondamente egoista, Antigone è profondamente lontana dall’umanità che le attribuiscono tutti, Antigone è profondamente fredda.
Quando la Cantarella mette nero su bianco queste asserzioni, ho sentito qualcosa di doloroso dentro di me: mi sono sempre rivista in Antigone, nel suo senso di giustizia, nel suo archetipo. Ed è lì che ho capito: Antigone è così conosciuta e amata da essere diventata un archetipo, una figura ideale, cristallizzata nell’eternità; appare come una donna generosa, molto più giusta che legale, una vittoria contro la tirannide – così, del resto, la vedevano Alfieri ed Hegel – come il padrone che domina il servo, libera da qualsiasi catena (sovrastruttura sociale), profondamente tragica e infelice. E se ad Antigone, quella vera, quella sofoclea, vanno attribuite sì un’invidiabile determinazione, sì una profondissima “philadelphìa” (amore fraterno) nei riguardi di Polinice (il fratello insepolto), ciò non si può dire della sua generosità, del suo amore. No, Antigone non conosce il verbo “agapào” (“amare incondizionatamente”); no, Antigone non sa nemmeno lontanamente cosa sia la “pietas” (valore senza dubbio latino, ma che qui vuole essere un concetto universale). E no, Antigone non è un personaggio tragico. La Cantarella non è così diretta nell’asserirlo, del resto è una professionista. Ma io non sono Eva Cantarella.
Per analizzare il personaggio di Antigone, bisogna assolutamente chiamare in causa altre tre figure del dramma: Ismene, Emone e Creonte. Ismene è una delle mie donne tragiche preferite: il suo nome ha la stessa radice di “histor”, “testimone”, e infatti lei è l’unica superstite della più grande tragedia di tutti i tempi, l’unica sopravvissuta dei figli di Edipo, l’erede di una famiglia sfasciata. Ismene ama: Ismene è premurosa nei riguardi della sorella maggiore, che vuole proteggere dalla morte e dalle leggi di Creonte. Ismene desidera morire con Antigone quando ella viene condannata. Cosa riceve lei dalla maggiore? Due risposte freddissime: quando Ismene vuole impedirle di seppellire Polinice per non mettersi nei guai, Antigone la accusa di essere “complice” dei dettami di Creonte; quando Creonte condanna a morte Antigone, Ismene vuole morire con lei, e ancora la sorella maggiore, aridissima, glielo impedisce: la ritiene troppo legata alla vita, e arrogante nel prendersi i meriti di un’azione illegale che non ha commesso. Ismene è nata sola e rimarrà sola sino alla fine dei suoi giorni: lei ama davvero, lei è premurosa, lei darebbe tutto per sua sorella; ciò che riceve in cambio è un muro di ghiaccio, una condanna alla solitudine perpetua, lacrime inespresse. È il non-detto di Sofocle nei riguardi del personaggio di Ismene a renderla, a mio avviso, incredibilmente affascinante, sorella dell’amore, testimone di sofferenza.
Poi c’è Emone, il mio amatissimo Emone. Nessuno si ricorda di lui, dell’amore e dell’affetto che egli prova per la sua fidanzata, Antigone; nessuno spende mai parole per un uomo che decide di uccidersi per la sua donna, sfidando il padre, sputando sulla sua figura intoccabile, pur di morire con lei. Emone è sfacciato, ma è sfacciato per amore; se verso Ismene Antigone ha parole fredde, verso Emone Antigone non ha parole: non un gesto d’affetto, non un pensiero per lui e per la sofferenza che potrebbe provare, nulla di tutto questo. Per Antigone, è come se Emone non fosse il suo promesso sposo, ma il figlio di Creonte, il suo tirannico nemico, e come tale merita di essere evitato. Incredibile la sofferenza di Emone quando vede Antigone impiccata; incredibile il suo coraggio nell’estrarre la spada e nel morire sopra di lei, legato per sempre. Mentre Antigone fugge, Emone la insegue: e più lei vuole rendersi inafferrabile, più lui va alla sua ricerca, finendo per morire con lei. Il loro è un amore unilaterale: Antigone anela alla morte, Emone anela ad Antigone. Ed è per tale ragione, io credo, che è morto anche lui, perché le è stato “fidelis usque ad mortem”.
E infine c’è Creonte, che è sempre stato il mio “villain” preferito, da prima che leggessi il saggio. Tra lui e Antigone, non può che essere lui il personaggio all’interno del quale si concentra tutto lo spirito tragico e il logorante conflitto che è alla base dell’opera. A fronte di una cecità iniziale, cecità (“Ate”) che non si macchia mai di hybris, è sul personaggio di Creonte che si riversa il cataclisma della tragedia, in termini tecnici la “katastrophè”. Nell’archetipo che egli rappresenta per noi, Creonte è l’emblema della tirannide, del padre-padrone, e per lui non si può provare empatia. Ma invero, è lui che perde suo figlio senza alcuna speranza di riappacificazione; è lui che perde sua nipote senza alcuna possibilità di chiarimento; è lui che perde sua moglie senza nemmeno poterle dire addio. Lo spettro della morte vomita su Creonte tutte le sue frustrazioni, riversa su di lui tutti i suoi demoni; è come se Antigone fosse arrivata a punirlo a tal punto, come se la divinità che è sopra tutte, Dike, la Giustizia, si fosse oltraggiata, impegnandosi a renderlo il più infelice fra gli uomini. Lo scontro tragico, che non si esaurisce nel suo sangue, ma in quello delle persone a lui care, è alla base della complessità del suo personaggio, che è molto più di una semplice nemesi, ma rappresenta il vero co-protagonista della tragedia.
Creonte e Antigone sono più simili di quanto possiamo credere: entrambi sono determinati, freddi, duri, testardi, caparbi e integerrimi. Sono l’uno il doppio dell’altro, ma mentre Antigone sa già qual è il suo ultimo desiderio, ovvero quello di morire, Creonte non ne ha la minima consapevolezza. Ed è proprio questo che lo induce alla realizzazione finale – quella di aver perso tutto, di essere solo – interrompendo la tragedia sul suo non-detto, che ci preclude dal sapere quale sia stata la sua fine.
Un libriccino che ha la pretesa di sottoporre il mito di Antigone a una revisione completa del suo significato. Peccato però che rimanga molto, troppo in superficie. A nulla vale il concetto per cui è stato scritto anche per i non "addetti ai lavori": davvero poca sostanza e lo dico con dispiacere, avendo apprezzato l'opera divulgatrice della Cantarella in tanti altri scritti. Condivisibile, invece, la riabilitazione di Creonte, che non è il mostro e zio spietato che la letteratura ci ha tramandato per secoli.
3½ perché la Cantarella come al solito è chiarissima ed esaustiva nelle sue spiegazioni, permettendo a chiunque di entrare nella cultura greca pur sapendone poco e nulla (anche se talvolta, per i più esperti, può essere un difetto). È bellissimo vedere una nuova interpretazione della tragedia sofoclea che pone al centro l'egoismo di Antigone, chiaramente presente nel testo originario, contrapposto a quella che può essere definita la reale tragedia della storia, ossia quella di Creonte. Tuttavia, a tratti l'ho trovato un po' noioso, ma è una questione personale perché, essendo abbastanza pratica della materia, avrei sorvolato molte cose e approfondito altri argomenti che invece vengono solo accennati per “mancanza di spazio”.
Interessante, coinvolgente, si legge in poco; do il massimo anche se non mi trovo del tutto d’accordo con lei. Penso che l’autrice abbia ben inscritte dentro di sé le modalità argomentative giuridiche, dunque mi sono stizzita non poco quando l’ho vista fare riferimento alla vita privata dei personaggi e alle emozioni che presumeva provassero per convalidare la propria tesi circa la leicità dei loro posizionamenti sociali e politici. Resta comunque un saggio ben scritto, ben concepito e organizzato, accessibile a chiunque e densamente stimolante.
Eva Cantarella ha il dono di essere chiara e sintetica. In questo saggio riporta la figura di Antigone e degli altri personaggi della tragedia greca alle sue origini, sfrondandola dei significati moderni. Il titolo forse è più provocatorio che reale.
menzione d'onore per gli spettacoli teatrali menzionati alla fine, come l'Antigone di Inua Allams o Antigone in Amazzonia di Milo Rau. libro ottimo come punto di partenza per approfondire.
Un nuovo modo di aprirsi alla tragedia di Sofocle! Concordo perfettamente con la narrazione dell'autrice, c'è ampio margine per riflettere... Si legge in un lampo e ti rimane dentro.
Titolo e sottotitolo già dicono tutto: l'autrice fa un'operazione filologica, recuperando il carattere di Antigone com'è scritto nella tragedia di Sofocle. Carattere che, nel corso dei 2500 anni dalla sua prima rappresentazione - e soprattutto ad opera del Romanticismo- si è trasformato in una Antigone paladina dei diritti umani contro la politica, rappresentata da Creonte che la condanna a morte in nome delle leggi della polis. In realtà, questa Antigone è un mito, secondo Cantarella, un travisamento del personaggio scritto da Sofocle. E Creonte non è quel malvagio che ci è stato tramandato nei secoli, ma per Cantarella è un autentico personaggio tragico, ancora più di Antigone: Creonte, che incarna la legge della polis e ne è custode, condanna a morte Antigone che ha trasgredito la legge, dando sepoltura a suo fratello Polinice, considerato un nemico della patria. Qui non si fa influenzare dal suo interesse privato: infatti non solo Antigone è sua nipote ma, per di più, è anche la fidanzata di suo figlio. Ma a causa di questa condanna, suo figlio si suiciderà, costringendo Creonte a vivere l'orrore delle conseguenze che le sue decisioni pubbliche hanno provocato.
"Perché i caratteri del personaggio venissero ricondotti su binari meno idealizzati e meno contraddittori con la realtà dei fatti era necessario non solo che passasse del tempo, ma anche, e soprattutto, che alle voci maschili si aggiungessero quelle femminili delle studiose che, anni più tardi, avrebbero preso a porre l'accento sulla fondamentale alterità del femminile dal politico [...]".
Interessante lettura, tanti i temi che collegano la tragedia alla storia della Grecia antica e alla contemporaneità. Un tuffo non tanto nella scoperta della mentalità greca antica ma anche nella "duplice" visione di una stessa storia. Come sempre una retorica perfetta e incalzante. In generale un libro che fa riflettere e regala qualche spunto di discussione. Consigliato.
Un'interpretazione della nota tragedia sofoclea in un linguaggio chiarissimo e accessibile. Alla fine nomina l'Antigone di Valeria Parella: l'ho letto e lo consiglio!
L'ho trovato un interessante esercizio retorico nel quale Cantarella spiega le ragioni della sua posizione "contro" Antigone. Mi è piaciuto il tono semplice e chiaro, la spiegazione di contesto, personaggi, per un pubblico largo senza però essere troppo banale, non per colleghi ma abbastanza per (ex)studenti del liceo se non proprio del classico. Riprende la storia, i personaggi, il contesto e li inquadra e analizza. Interessante la riflessione sul mito di Antigone oltre la figura letteraria di Sofocle. Forse un po'buttati lì i riusi contemporanei nei mass media (cita personaggi che faranno invecchiare il libro velocemente come Carola Rakete). Ma nel complesso lettura piacevole sulla quale spero ragionerò.
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