Un impiegato, un imbianchino, un disoccupato, un barista. Una villetta vicino a Roma. Una ragazza, arrivata lì col miraggio di un posto di lavoro. Invece i quattro la stuprano a turno, due volte, poi la riportano a casa, sicuri del suo silenzio. Gabriella parla, e i suoi violentatori finiscono in tribunale, sono condannati ma con la concessione della libertà provvisoria. Per loro non è successo quasi niente. Gabriella, che durante il processo è stata descritta dagli avvocati degli aggressori quasi come una prostituta, non potrà mai più essere la stessa.
Non si può dire che sia un "bel" libro: è il resoconto di uno stupro, delle conseguenze, del processo e di come tutto ciò è vissuto dalla vittima e dalla sua famiglia. Però è un "buon" libro perché senza abbandonarsi all'emotività (perdoniamo all'autrice qualche espressione troppo enfatica) fa capire cosa passa per la testa della giovanissima protagonista. Gli eventi sono degli anni 80 ma temo che l'insegnamento sia ancora valido.
"Il termine latino stuprum con cui viene definita la violenza carnale ha anche un altro significato, quello di onta, disonore, vergogna. Ma disonore per chi? Onta per chi? Vergogna per chi? Sempre per la donna stuprata, mai per lo stupratore.
Ho trovato questo libro su una bancarella, quando ancora si poteva. Un titolo inequivocabile, una copertina un po' troppo sensazionalistica, nel senso deteriore. Sfogliando qualche pagina, però, ho capito che avevo di fronte una storia vera raccontata senza fronzoli, senza la presenza ingombrante e inutile dell'autrice. In piena zona "A sangue freddo", per capirci.
Mi sono immerso nella lettura, nella storia di una donna, Gabriella, stuprata da 4 uomini in una casa di campagna, e del relativo processo. Leggevo in questi giorni che spesso ci riempiamo di storie di dolore, dei racconti delle vittime e degli ultimi per sentirci migliori, per una catarsi personale e tutto sommato abbastanza inutile. Non so se questo è il mio caso, non credo neanche sia il punto. Quello che veramente mi ha colpito, di questo libro scritto nel 1983, è di come certi commenti, certi modi di intendere la donna, il sesso, la sopraffazione, la violenza siano rimasti identici malgrado i 37 anni di differenza, malgrado il #metoo, malgrado le campagne di sensibilizzazione, malgrado la malriposta fiducia nel progresso.
Riporto qualche estratto, preso a caso: potrebbe essere scritto a proposito di tanti casi di oggi, quelli su cui ci indigniamo sui social e contro i soliti direttori dei soliti giornali, e poi ce ne dimentichiamo il giorno dopo.
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Ma anche nei casi più gravi, in cui l'identità dello stupratore era nota e l'autore del delitto facilmente rintracciabile, Superti s'era trovato di fronte a uomini stupiti che la legge li potesse perseguire penalmente perché "s'erano un po' divertiti". Non avevano quasi mai coscienza di quel che avevano fatto e l'arresto sembrava loro un capriccio, il ghiribizzo d'una legge balzana e della quale non comprendevano le ragioni. Nessuno mai aveva tentato di nascondersi, nessuno s'era mai dato alla latitanza. Si faceva arrestare come fossero innocenti, continuando a domandarsi con una sincerità che non aveva niente di fasullo che c'entrava la galera con quello che avevano fatto.
Uno di quelli che sono stati con te, Claudio, lo conosco bene, non è giusto che stia in galera. Che t'è venuto in mente di volerlo rovinare così". Gabriella s'era sentita subito invadere da una rabbia calda, che le avvampava la testa: "loro hanno rovinato me. Potevano pensarci prima". Rossano aveva proseguito senza badarle, come seguisse il filo dei suoi pensieri: "si doveva sposare tra un mese e la ragazza è disperata: era tutto pronto, anche la casa avevano arredato". Gabriella alzò il viso senza guardare e senza gridare minacciò "guarda che se insisti ancora denuncio anche te". Per tutta risposta ebbe un'alzata di spalle "tanto lo sapevo da sempre che eri una troia".
"Schifo. So' le donne, oggi, che fanno schifo. Mio figlio non ha fatto niente di male. Non l'ha mica ammazzata, sta ragazza. S'è andato a divertì. E pure a lei gli andava, sennò con mio figlio non ci sarebbe mica uscita, che lui è sposato e ha pure un ragazzino. Quella..."
Che strana la solidarietà della gente: "io l'avrei fatta nera di botte" era il commento più diffuso. Era come se Gabriella se la fosse voluta, quella brutta avventura.
Non si può recensire un libro che parla di una storia vera, di una vioenza subita. Il messaggio che vuole trasmettere l'autrice e la protagonista di questa orribile Vicenza è importantissimo ancora oggi: da leggere assolutamente.