Emile è nato a Parigi ed è ebreo da chissà quante generazioni. Non ricorda il giorno in cui ha iniziato ad avere paura, ma da quel giorno non ha più smesso. Quando è arrivato ad Auschwitz, nel settembre del 1942, non immaginava che sopravvivere a quell'inferno sarebbe stato peggio che morirci. Alberto ha iniziato una nuova vita. Il suo passato nei servizi segreti è ormai alle spalle, per quanto possa esserlo un'esistenza di quel tipo. Perché lui è il migliore, e qualcuno se n'è accorto, tanto da offrirgli un incarico inatteso: la sorveglianza di un uomo molto anziano e molto ricco la cui vita è in pericolo, e non solo per il cancro che lo sta consumando. A unire le loro storie un quaderno azzurro, a cui è affidata una verità che non tutti hanno il coraggio di guardare in faccia. E un'ossessione, che rende schiavi in attesa di poter rendere liberi. Un romanzo sulla vendetta e sul perdono. Che non sempre sono sulle facce opposte della medaglia.
Tralasciando il valore in quanto commemorazione di un periodo così vergognoso per il genere umano, il libro mi è risultato lento e noioso da leggere. Non amo i “gialli” – se si può definire così – e la parte del diario del periodo nei campi di concentramento manca di “verve” letteraria e di una approfondita descrizione della situazione. Quindi così e così... se non ci si vuole deprimere troppo con scrittori dell’anima come Wiesel o con dettagliati saggi storici va bene: sempre meglio che far finta che non sia mai accaduto. Interessante se pur limitato il paragone con le guerre odierne e la morale odierna.