Una scrittura che io ho trovato spinosa, legnosa: ma è odorosa, profuma. Di legno d’olivo, di salice, di sorbo, di rosa, di vite, di leccio, di pini d’Aleppo, di mandorlo, di tutti gli alberi che Biamonti nomina. Una scrittura molto costruita, forse fin troppo, al punto che ho percepito le impalcature: ma sono come quelle impalcature di tubi innocenti con i ponteggi per gli esperti di restauro davanti agli affreschi, sembrano farne parte, diventano belle. Scrittura scabra. Carsica, per quanto sottende, nasconde, elude e lascia intuire.
Non sempre, però, non tutto è così. Il personaggio di Veronique, antica e giovane insieme, nell’insistenza per il suo seno, per la sua bellezza, mi appare un po’ fuori luogo, ogni tanto questa donna sembra uscita da un film di Citto Maselli. L’occhio verso i personaggi femminili rimarca sempre la loro avvenenza, quando c’è, e si porta dietro echi di senilità. Certe vaghezze sembrano civettuole, di maniera. I personaggi paiono tutti anelare al silenzio, e forse perciò tendono a parlare con frasi lapidarie, ma, parlano tanto, il dialogo è intenso.
San Biagio della Cima dove è nato Francesco Biamonti (1928 – 2001) che debuttò romanziere a 55 anni.
Ciò nonostante, è una comunità che conquista, vien voglia di farne parte: suonano di tempra umana nodosa, aspra, tuttavia accogliente, aperta pur se legata alla terra, tollerante pur se contadina. Saggezza d’esperienza, profondità d’esistenza, valori temprati dal vento, nutriti dalla pioggia, rafforzati dal sole.
La rosa a sei punte, o rosa celtica, detta anche fiore dei pastori, che si trova spesso incisa sulle case della zona.
Muretti a secco, pietraie, ciottoli, crete bianche, vanghe e zappe, aroma di ginestre lentischi rosmarino, stelle ferme come pietre. Biamonti dei paesaggi, del mare e della campagna, dei monti e delle colline coglie prima di tutto l’aspetto di pace irrequieta, la bellezza dei colori dell’inverno. Luoghi che s’accendono di colori reali, ma sono immaginari: Argela, Vairara, Vallone del Gorgo, Passo del Cardellino… sono posti che non esistono, da immaginarsi sopracosta della via Aurelia, sopra e lontano dalla riva chiassosa del mare, in quell’estrema Liguria che va a diventare Francia.
Alpi Marittime
Una terra di nessuno dove le genti passano, attraversano, come ombre, accendono un fuoco per scaldarsi, e al mattino non ci sono più, di loro è rimasta solo la cenere, via, diretti verso una frontiera che non è confine, cercando di evitare le guardie, e ancor di più i nemici di sempre (per esempio, gli arabi per i migranti curdi, e sempre gli arabi per i neri d’Africa).
Leonardo ha una certa età, come la maggior parte della gente che popola queste pagine, soprattutto se di genere maschile: e questa età certo non è più giovane. Zoppica, si regge a un bastone, ma non è per il tempo accumulato: prima che inizi la storia gli hanno sparato, lui dice con un fucile a mirino telescopico.
Il pittore Ennio Morlotti (1910-1992) fu grande amico di Biamonti. Eugenio, il pittore in questo romanzo, dipinge un quadro che viene descritto come questo qui sopra, per il quale Veronique posa nuda, ma i corpi son dipinti d’argilla.
Una ragazzina curda s’è rotta una gamba, la moglie del medico l’accudisce, la prende in casa. Una notte qualcuno la rapisce, e uccide il nonno. Leonardo vuole ritrovarla, passa lunghe sezioni di notti appostato sui sentieri a cercarla. Così capisce chi lo ha preso (letteralmente) di mira per sfuggente motivo.
Non gli piaceva interrogare, se non se stesso. E ne aveva di interrogazioni da porsi. E il mare fa il suo giro.
Luca Cambiaso (1527 – 1585), pittore ligure, viene definito da Eugenio, il pittore in questo romanzo, “notevole pittore di notturni”.
Difetti: un sospetto di manierismo nell'eccesso descrittivo e una contrapposizione un po' troppo manichea fra la parca eleganza di gesti e di parole degli anziani e il mondo sguaiato e volgare dei ggiovani d'oggi, signora mia. Detto ciò, l'attenzione, la cura e direi l'amore con cui Biamonti ha scelto e inanellato ogni singola parola, il legame profondo con un territorio scabro e isolato come l'entroterra ligure, che nel suo essere 'di confine' si fa specchio dei limiti e delle solitudini umane, la scelta di narrare per accenni, elusioni, silenzi, danno alla sua prosa quella qualità montaliana, argentea e impalpabile, delle foglie d'ulivo mosse dal vento verso sera.
Un lungo racconto in cui le parole sono più importanti del resto, affascinano il lettore e lo conquistano. Finalmente un libro che soddisfa il gusto e tanto mi basta.
Francesco Biamonti è (era) maestro di atmosfere rarefatte, con la natura della sua Liguria di confine dominante sulle piccolezze umane. Ho un bel ricordo di “Vento largo”. In questo “Le parole la notte”, ultimo romanzo che – nel 1998 – l'autore vide pubblicato, le atmosfere sono quelle, sempre apprezzabili, ma la storia è davvero scarna, fatta di pochi personaggi e pochissimi accadimenti, appena tratteggiati. Sullo sfondo – ma non troppo –, qualche decennio fa come oggi, l'ammassamento dei “clandestini” al confine italo-francese, disperati in cerca di speranza.
Una storia di silenzi, di vento, di ombre, di buio. Biamonti non descrive, dipinge; Biamonti non racconta, evoca. E ogni parola è un sussurro, come se ci parlasse all'orecchio. E' ancora prosa la sua, ma è quasi poesia.
Sento che ci sarebbe così tanto altro da dire su questo romanzo che avrei bisogno di rileggerlo per poter tirare fuori a parole tutte le impressioni che mi ha lasciato. È un non-romanzo. Non c’è una vera e propria storia che si sviluppa in queste pagine, l’unica cosa che ha una risoluzione è la domanda iniziale: chi è stato a sparare a Leonardo? Se lo chiede per tutto il tempo, e scoprire la risposta solo nell’ultimo capitolo, quando ormai sembra aver perso importanza. Per paura di un nemico invisibile arriva a girare con la rivoltella e a rimanere nascosto tra gli alberi ogni volta che torna a casa tardi. Paura di qualcuno che possa volerlo fare fuori, per prendersi il suo terreno come è stato preso il terreno costiero da mafie e sciacalli investitori che hanno trasformato la costa. In questa Liguria di confine tra Italia e Francia, Leonardo gravita insieme a un gruppo affiatato intorno a Veronique, affascinante e magnetica donna francese che pur sposata e innamorata sembra cercare il conforto tra le braccia di altri uomini, tra cui quelle di Leonardo. Il gruppo si ritrova spesso nei mesi al bar o a casa di Veronique, parlando dei tempi passati e dello stato in cui quel loro piccolo angolo di mondo versa: clandestinità sempre maggiore, le vecchie tradizioni che vengono perse, le terrazze che non vengono quasi più coltivate e le coste devastate da abusi edilizi. Cardinale all’interno della storia è soprattutto il passaggio di migranti, che spesso Leonardo trova a riposare nel suo terreno, e che tratta che pacifica gentilezza, augurandogli sempre di trovare oltre il confine quella speranza che cercano. Sono popoli dimenticati, persone che sono state messe ai margini, e che migrano come un fiume attraverso l’Europa. Tra tutte queste anonime figure di passaggio, la cui quantità sembra aumentare sempre di più verso la fine del romanzo, ce ne sono due che entrano nella storia, due curdi: padre e figlia. Qualcuno ha attaccato la loro famiglia, si sono divisi. Loro due sono rimasti feriti. Oltre a questo, non succede molto di concreto nel libro, tante conversazioni al bar, passeggiate, discese in paese in osteria, qualche visita di un pittore e le ricerca di una persona scomparsa. Il fulcro dell’opera non sta tanto nella sua trama, ma in ciò che interrompe costantemente la trama e che irrompe nella narrazione: la natura. Il romanzo è costellato di una miriade di momenti di contemplazione della natura, dipinti delle stagioni che passano. Il mare, il sole, la rupe, gli alberi, le piante, gli uccelli e gli altri animali, il cielo e la luna, come anche il vento. Immagini calde e fredde, dolci e amare, gentili e crudeli, morbide e taglienti, con cui la terra si narra dialetticamente attraverso gli occhi del nostro protagonista. Sono immagini ammalianti e quasi spiritiche, piene di vita propria, come a simboleggiare l’eternità e l’indifferenza della natura nei confronti dell’uomo di passaggio sulla terra. Questi momenti, come un orologio rotto, si inseriscono nella narrazione in qualsiasi momento, senza chiedere il permesso, tingendo ogni scena e dialogo di sfumature diverse. È proprio questo mare di immagini che in un botta e risposta con le riflessioni di Leonardo e le sue conversazioni con gli altri personaggi infonde una sensazione di fine incombente, di un sottile equilibrio tra ordine e caos venuto a mancare e di una speranza amaramente rassegnata. È un libro corto, pregno e allo stesso tempo vuoto, scritto in una prosa apparentemente artificiosa ma che risulta curata e ben pesata, con un che di perfezionismo misto a non convenzionalità. Una scrittura pittoresca ed espressiva, ogni frase un dipinto in cui immergersi. Un libro da gustare con calma, che trasmette tanta intimità e amore per la propria terra, è come stare stesi sotto un albero ad ascoltare il fruscio delle foglie.
Liguria. Nei paesini arroccati sulle terrazze a picco sul mare vicino al confine con la Francia. Volgendo lo sguardo al mare si intravede il promontorio di Cap d' Antibes. Ed è sempre questa la direzione dello sguardo di Leonardo, il protagonista del breve romanzo di Biamonti. Tra gli ulivi che proteggono, con le loro radici ben piantate nel suolo e le loro foglie argentate rivolte al cielo, Leonardo contempla l' orizzonte e sogna, pensa al passato, ascolta i colori e osserva le mestizie dei pensieri.
È un narrare fuori dal tempo quello di Biamonti, in un aldilà del tempo. Tutto fluttua davanti ad un orizzonte lontano che è un altrove anch'esso sotto il quale vive un mare che smemora. Tutto il volgo, la confusione, la quotidianità è un formicare staccato dietro le colline alle sue spalle..
Biamonti dipinge: "certe sere: sale un cielo che riflette il mare, la notte non riesce a spegnerlo."
E si percepisce l'attesa della fine. È ancora viva la meraviglia della natura che rifiorisce ogni istante in un immortale ciclo mentre sussurra un corpo che lentamente degenera.
"Ma come passi adesso le giornate? – Sono loro che passano. Quasi non me ne accorgo."
Non ricordo bene..forse fu Pitagora che alla domanda perché l' uomo è al mondo?' rispose per guardare il cielo e le stelle'..e cosi Biamonti: "Guardare il mare, guardare il cielo di là degli ulivi non era un’attività che si potesse dire..."
L' opera dell' uomo rimane, posta a fianco della natura.. "la sensazione dell’eterno che s’intravvedeva là fuori, delle armonie che legavano le cose: i vicoli, le costruzioni, le montagne, gli alberi."
E poi ci sono queste presenze inquietanti. Giù, nella selva, tra gli arbusti le rocce e i dirupi. Pronti al duello. Sono in fuga dalle loro terre. Sono gli immigrati. In loro la vita è estrema, urgente, dolorosa, al limite. E nei personaggi della storia si genera la paura di essere spiati che fa tenere la pistola sempre con sé e il fucile in vista.
E Veronique... Erotico guscio che contiene un' anima affine..ma tutto è rovina e l' amore non lenisce.
E il tempo che fù in stridore ai rumori del presente che si presenta in piccoli frammenti arroganti .. "Una volta la musica era fatta per scivolare, non per martellare il suolo" "Troppi giovani insieme apportavano un senso di disperazione. Chissà perché! Trionfo animalesco del numero. O forse per quell’aria tronfia e vuota, da usurpatori. Ma usurpatori di che? Avevano l’aria di volere un mondo che non valeva piú la pena di essere conteso."
Un altro libro di Biamonti, forse il più bello dei suoi che abbia letto fino ad oggi. Consueti gli scenari, quelli dell'entroterra ligure al confine con la Francia. Come sempre, personaggi accennati in punta di pennello - dipinti, così come gli splendidi paesaggi che spesso, accuratamente descritti ed evocati, si fanno essi stessi protagonisti della narrazione - che si esprimono con poche parole, e spesso sono le stesse della poesia. Solo in Biamonti sono possibili personaggi che parlano, e si capiscono, per versi ed immagini poetiche; nella realtà, apparirebbero folli, o quanto meno strani... Per la prima volta, in questo libro c'è una sorta di dimensione "sociale" un po' più accentuata (e perfino un po' di sesso, anch'esso appena accennato): il protagonista, Leonardo, incontra e si frequenta con alcuni personaggi, come lui sperduti sul confine tra due Paesi, e due mondi - da un lato la natura, gli ulivi secolari, il passato e la sua storia; dall'altro un mondo nuovo, violento e incomprensibile, fatto di torme di migranti che sul far della notte si affannano ai valichi di frontiera, e di speculatori russi che maneggiano beni e vite lungo la costa - e non solo, come sempre, con immagini fuggevoli di uomini del passato, presenze fantasmatiche destinate alla sparizione. Inutile, come sempre, cercare in questi libri una narrazione forte, consequenziale: le cose, quando succedono, sembrano succedere per caso. Perfino il proiettile che ferisce Leonardo ad una gamba all'inizio del libro, fa sospettare intimidazioni da parte di chi vorrebbe prendersi la sua terra, o un avvertimento da parte di chi non gradisce interferenze nei traffici di esseri umani lungo il confine; ma la spiegazione sarà molto più banale, perfino scontata... Di Biamonti resta ormai solo il rimpianto che non abbia potuto scrivere di più, e più a lungo. Le sue terre, quelle ci sono ancora; ma non so se anche per loro potrà esserci una rinascita di natura, cultura ed umanità che prosegua il loro passato. Per il momento, il rischio è quello di una gentrificazione ad opera di ricchi nordeuropei; certo, immagini, architetture e cartoline saranno conservati; ma la loro verità e l'anima?
Al secondo libro di Biamonti ne riconosco lo stile, che qui produce un riuscito incastro fra una natura descritta come personaggio a tutti gli effetti - fra lentischi, ginestre e continue variazioni del cielo - e un coro ammaliante di voci, personaggi principali e di contorno, che costruisce un unico dialogo che sa di decadenza, nostalgia e perdita. Sempre, sullo sfondo ma incisivo, un vero tema politico (qui: i migranti al confine fra Francia e Italia). I difetti di Biamonti restano quelli che avevo già riconosciuto: dialoghi troppo costruiti e letterari (che però qui non stonano rispetto allo spirito generale del libro, tutt'altro) e una figura femminile stereotipata. Ma Biamonti si fa perdonare con il fascino delle atmosfere che sa costruire.
Ho scoperto per caso questo libro e mi ha sorpreso: il titolo è già una poesia, il racconto è potente, i luoghi sono simboli, le parole si susseguono precise, le descrizioni cariche di malia. Più di così ...
Libro carino : il paesaggio tra la Liguria e la Francia è il tema principale , di facile lettura . manca però una vera struttura e la narrativa che avrebbero dato un tocco in più al romanzo.