Che cosa c’è di meglio, quando nell’aria s’inizia a percepire l’atmosfera natalizia, che immergersi pienamente in questo clima magari leggendo un buon libro ambientato in questo particolare periodo dell’anno? Le mie ultime festività natalizie sono state allietate dalla lettura de Le stanze dei fantasmi; come se avessi, incoscientemente, voluto rispettare la tipica tradizione inglese vittoriana di leggere dei racconti popolati da fantasmi e spettri proprio in questo periodo dell’anno.
Le stanze dei fantasmi non è una semplice raccolta di racconti, ma un progetto letterario collettivo ideato da Dickens in occasione del Natale. L’autore inglese decise, infatti, di mettere insieme alcuni fra gli autori più famosi e rappresentativi del periodo vittoriano; parteciparono al progetto: lo stesso Charles Dickens, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell, la poetessa Adelaine Anne Procter, l’autrice di libri per l’infanzia Hesba Stretton, lo scrittore e giornalista George Augustus Sala.
Questo progetto fu pubblicato a puntate nella rivista “Alla the Year Round” diretta da Dickens, come strenna natalizia nel 1859.
Il libro inizia con il trasferimento di Joe e Patty, fratello e sorella, in una dimora di campagna in un piccolo paese fuori Londra con l’idea di rilassarsi un po’. La casa però è oggetto di strane storie da parte degli abitanti del villaggio. Si narra, infatti, che sia infestata dai fantasmi, popolata da strane creature e che la notte si sentano campanelli suonare, porte sbattere e voci inquietanti. Per sfatare la leggenda Joe e Patty si trasferiscono in questa tenuta un po’ fatiscente e decidono di invitare per le feste natalizie alcuni amici, che accettano di trasferirsi nell’inquietante dimora per tre mesi, con l’intento di scoprire se le storie che si raccontano siano veritiere o solo un frutto della fantasia delle persone. Solo durante la Dodicesima notte (dopo Natale) dovranno raccontare cosa hanno scoperto e quale fantasma occupi le loro stanze. Fino allora nessuno dovrà menzionare cosa avviene durante la notte nella stanza che è stata assegnata ad ognuno di loro…
The Haunted House (questo il titolo originale) è certamente un progetto ambizioso e inconsueto; non è la solita raccolta di racconti di fantasmi slegati tra loro ma una sorta di racconti nel racconto. Un progetto ben riuscito, che riesce a calibrare soprannaturale, satira, mistero e bella prosa, in cui si passa dal genere sociale a quello avventuroso, dal sentimentale al giallo, da quello di formazione al grottesco. Nel libro non si respira un’atmosfera gotica, misteriosa, soprannaturale o horror come la intendiamo noi oggi; i racconti, tutti collegati tra loro, sono un pretesto per introdurre e far venire allo scoperto le nevrosi, le paure, le inquietudini, le psicosi degli esseri umani.
Charles Dickens pianificò una traccia della storia che doveva tenere conto delle paure più assurde ma anche più comuni dell’umanità, scrivendo il “contorno” del libro (il prologo, un racconto centrale e il finale) e lasciando ad ogni scrittore la cura di un capitolo diverso; otto racconti, quante sono le stanze della casa, in cui si possono distinguere benissimo, grazie anche allo stile e alla tipologia più congeniale ad ognuno di loro, le particolarità, lo stile, le tematiche e la prosa dei singoli autori. Il risultato è un insieme di racconti ben amalgamati, diretti dalla regia unica e inimitabile di Dickens.
Le stanze dei fantasmi è un’opera in cui i vari racconti sono come i tasselli che compongono un mosaico completo. Il primo racconto, quello della scrittrice dell’infanzia Hesba Stretton (di cui ignoravo perfino l’esistenza) scritto con stile fluido e scorrevole, è il racconto di una storia d’amore sofferta, fatta d’inganni, rivelazioni, redenzioni e ostacoli; il successivo è un racconto avventuroso e allo stesso tempo romantico scritto da George Augustus Sala; vergato con uno stile asciutto e stringato, con tipico tratto giornalistico, racconta le avventure di un rampollo inglese, orfano sin dalla più tenera età, in procinto di sposarsi con una fanciulla appartenente ad una delle famiglie più facoltose della società londinese. Durante un viaggio in treno è colto dalla febbre malarica; le convulsioni e i tremori conseguenti lo fanno passare per un ubriacone distruggendo così la sua credibilità agli occhi della ragazza e della famiglia; il terzo racconto si distingue per la sua originalità perché è un romanzo scritto in versi, infatti, è stato vergato da Adelaine Anne Proctetor, la poetessa preferita della regina Vittoria; narra l’infelice storia di suor Angela, accolta in tenera età in convento; l’autrice è capace di evocare la grandezza della fede contrapponendo gli effimeri piaceri materiali e della carne alle gioie durature e reali dello spirito; in pratica è una storia di seduzione, caduta e redenzione, un argomento tipico della letteratura vittoriana. Il quarto racconto è scritto dal precursore del romanzo poliziesco, Wilkie Collins; dalla trama enigmatica e noir in cui la suspense si mantiene alta per tutta la sua lunghezza, il racconto, a sfondo marittimo e ambientato nelle colonie spagnole, narra la storia di un marinaio inglese la cui vita è appesa alla fiamma di una candela; quinto racconto è quello scritto da Charles Dickens che, con il suo tipico stile arguto e ironico, ha al centro la figura di un bambino che appare allo specchio mentre Joe si rade; tema, quello del bambino, che in qualche modo ricorda al lettore i suoi libri più celebri. Il sesto racconto (il più lungo) è stato scritto dalla scrittrice del romanzo sociale Elizabeth Gaskell. Ambientato nella campagna del Nord dell’Inghilterra, è la storia di una modesta famiglia di contadini con un unico figlio. L’autrice ci racconta (come solo lei sa fare) le vicissitudini di una famiglia di poveri e semplici contadini, di un amore genitoriale troppo grande e troppo soffocante, ma soprattutto, troppo cieco nei riguardi di questo figlio ingrato che non riconosce i sacrifici che i genitori compiono per lui.
L’ultimo racconto, così come il prologo, è scritto da Charles Dickens, e chiude il romanzo lasciando ai lettori un messaggio festante e pieno di speranza per il futuro.
Tra i vari racconti presenti nel libro quelli che mi sono piaciuti di più sono quelli della Stretton, perché la protagonista dalla forte volontà mi ha ricordato qualcosa delle eroine brontiane; poi quello della Gaskell, che narra una vicenda dalle tinte fosche, toccante e amara allo stesso tempo; anche quello di Collins non mi è dispiaciuto perché è riuscito ad appassionarmi e a farmi restare con il fiato sospeso per tutta la durata del racconto. Quello che però mi ha divertito di più è sicuramente il prologo scritto dal grande Charles Dickens. Il racconto è scritto con piacevole ironia tipica dell’autore inglese; sono presenti dei siparietti divertenti, ad esempio quello sul treno, dove il protagonista s’imbatte in un passeggero che, all’improvviso, si mette a parlare con i fantasmi che infestano il treno mediante celebri proverbi un po’ rimescolati.
Il libro ci dimostra ancora una volta la genialità di Dickens nel progettare e realizzare esperimenti letterari, nel far riflettere e divertire i lettori allo stesso tempo. All’interno dell’opera non ci sono veri e propri fantasmi, nel senso letterale del termine, che fanno paura e si manifestano con urla e apparizioni nelle notti più buie; quelli presenti nel libro sono “entità” molto più reali e temibili che vivono silenziosamente dentro di noi; sono cose, persone, pensieri e ricordi che ognuno porta dentro di sé, che tornano ad “infestare” e tormentare l’esistenza del personaggio che narra il racconto. La paura della morte, il peccato, la malattia, i sensi di colpa e la perdita dell'innocenza, sono i veri fantasmi che gli ospiti della villa devono affrontare nel corso del loro soggiorno e avranno, in questo modo, l'occasione per guardare dentro di sé ed esorcizzare finalmente i propri incubi.
Le stanze dei fantasmi si è rivelata una bella lettura, scorrevole e piacevole; un testo ben riuscito, formato da storie che strappano un sorriso e fanno scendere un brivido lungo la schiena; tutte ben scritte, originali e intriganti, che mi hanno fatto conoscere esponenti della lettura vittoriana a me ancora sconosciuti e apprezzare quelli a me già noti.
Per concludere vorrei complimentarmi con la casa editrice Del Vecchio per aver portato alla luce questa bell’opera, per la pregevole e curata edizione del volume, corredata da una buona ed interessante introduzione ed una traduzione moderna e fluida.
3,5*
[…] e le nostre stanze non furono mai infestate, neppure per un momento, da qualcosa di più spiacevole delle nostre fantasie e dei nostri ricordi.