E' un libro molto denso, per quanto sotto un certo punto di vista non succeda quasi nulla in tutte le sue quattrocentoepassa pagine: una trama non c'è, solo la guerra civile, nuda e cruda. Come romanzo a sé stante non potrebbe funzionare, si regge in piedi solo se accompagnato con gli altri.
Gli echi della grazia del primo libro sono qui molto più forti e tangibili rispetto quel che non ho potuto trovare nel secondo; e non sono da sottovalutare nemmeno gli ovvi rimandi a La guardia bianca di Bulgakov. L'ho sbocconcellato (anzi, direi proprio sbriciolato) mio malgrado, e quando questo mi accade resto sempre a domandarmi se per caso non mi sia persa un qualcosa di importante, sia nei dettagli che nella prospettiva. Perché gli eventi raccontati sono effettivamente pesanti e importanti: è una lettura che merita il momento giusto, e chissà se questa estate era veramente il momento giusto per me. Tutto sommato credo di sì: ripenso al libro nel suo insieme anche se è difficile vederlo con uno sguardo solo, e mi accorgo che ci sono state pagine di grande effetto, momenti culminanti che mi hanno emozionata. Ripenso anche ai tre libri nel complesso, non si può negare che abbiano un qualcosa di maestoso, e a meno di trovare gravi cadute nel quarto volume penso che assegnerò le cinque stelle alla intera saga.
Le oltre quattrocento pagine del terzo volume descrivono minuziosamente pochi mesi di guerra civile, tra la fine del '18 e la primavera del '19, una descrizione quasi giorno per giorno. La gran lentezza ben si intona con il genere di racconto, con la scrittura pacata/piana, con la traduzione antiquata, tutto è estremamente intonato e coerente all'insegna della lentezza. Eppure riguardando i tre quarti del percorso, la sensazione è quella di aver compiuto una gran galoppata.
E si impara piano piano a capire il carattere di questi cosacchi, una comprensione tanto più profonda in quanto la spiegazione non è mai didattico-didascalica ma sempre nascosta tra le righe: non ho potuto fare a meno di ripensare al celebre racconto di Tolstoj ma soprattutto al racconto di quella diaspora accaduta tanti anni dopo, talmente tanti che l'autore di questa tetralogia nemmeno poteva immaginare che la storia si sarebbe ripetuta nel '45: di nuovo guerra, di nuovo odio fratricida, in questo caso molto ben raccontati da Sgorlon ne L'armata dei fiumi perduti.
L'apparente menefreghismo dei cosacchi che abbandonano il fronte, che si sfondano di vodka, che si schierano ora con gli uni e un minuto dopo con gli altri, tutto questo non è che una forma grezza e primitiva di pacifismo. E se già i cosacchi descritti da Tolstoj vedono sé stessi come dei superstiti e vedono solo nel lontano passato i momenti dei fasti, qui si assiste al tramonto definitivo di tutto un mondo con le sue tradizioni, un mondo che va tristemente a sparire tra le fiamme della guerra.
Il personaggio Grigorij si rivelerà qui più filosofico di quanto non sembrasse nei primi due libri: è alla ricerca di una Verità, si pone domande sul significato e sull'essenza del "potere", e non trova risposte né presso i rossi né presso i bianchi. Le sue mosse sono diretta conseguenza di questa mancanza di un appiglio saldo, insieme al suo carattere sempre incerto e ondivago e insieme alla confusione e alla disillusione provocate dalla violenza della carneficina. Sarà banale, ma le pagine in cui lui (o anche qualche altro personaggio) ripensa all'infanzia, ai bei tempi prima che scoppiassero le guerre, sono passaggi toccanti e commoventi. E proprio a questo pare volersi riallacciare il quarto volume che già nel titolo parla di "colore della pace": curiosissima e al tempo stesso timorosissima di sapere come andrà a finire, procedo subito con l'ultimo libro.