Quante dolcezze e quante amarezze in questa estate che ho trascorso nelle steppe e in riva al Don. Confermo il sentore che avevo già manifestato precedentemente, l'intera opera merita il voto massimo anche se la menzione speciale la riserverei per i volumi primo e quarto. L'essermi imbarcata in questa avventura mi costa un ritardo clamoroso sulla reading challenge di quest'anno, chissà se lo recupererò, ma ne è valsa la pena.
Infine, come in un gioco di specchi, o come in una danza dalle figure un po' complicate, il quarto libro va a giustapporsi al primo ed anche al terzo: si ha la riedizione di episodi del tutto simili a quelli già verificatisi prima, solo che stavolta le conseguenze saranno più estreme e definitive, quasi da tragedia greca. Di nuovo il triangolo amoroso con la guerra civile che impazza tutt'intorno, vicende strettamente personali che si incrociano con eventi storici: sarebbe così semplice riassumere la trama di questi quattro libri che il contenuto ne risulterebbe oltremodo semplificato e sminuito; ma la vera cifra del romanzo, la vera chiave di lettura è nella malinconia e nel senso di abbandono che avanzano piano piano, e questo è un aspetto che non si spiega in maniera semplificata, si può solo vivere pagina dopo pagina. Malinconia per le stagioni passate, malinconia per tutto quello che nella vita passa e non torna più. I personaggi a tratti appaiono eccessivamente incanutiti, sembrano invecchiati di venti o trent'anni mentre dal 1914 - momento in cui si inizia con il primo libro - fino alla primavera del 1921 - dove si arriva con quest'ultimo libro - sono passati solo sette anni: nell'immediato può apparire come un'ingenuità ma sei/sette anni filati di guerra, dopotutto, pesano come macigni sia nella realtà che nella finzione narrativa.
Il tema del soldato che torna a casa e invece di alleggerirsi l'animo nelle ritrovate pace e quotidianità domestica trova tutto più complicato, è un tema che ha tanti riscontri in letteratura come nel cinema, ma qui mi pare magistralmente esposto e va a combinarsi con la ferocia di una guerra fratricida che a macchia di leopardo si è protratta - così mi pare di aver letto - in alcuni casi anche fino al '23. Dunque, il "colore della pace" del titolo è un qualcosa che questi personaggi anelano di vedere ma che proprio non ricordano più e non potranno più vedere, sfiniti dal protrarsi di rivoluzione e controrivoluzione, obbligati a subire la concatenazione di eventi anche quando vorrebbero sottrarvisi. Questa malinconia che caratterizza tutta l'opera deve essere necessariamente un elemento autobiografico: lo si intuisce dal fatto che essa pervade le pagine in maniera omogenea e sottile, come una polvere; e se ne trova conferma nel dato anagrafico: nato nel 1905, l'autore deve aver vissuto i fatti narrati da adolescente, pur considerando che in tale epoca e tale contesto l'adolescenza termini assai presto e bruscamente; lo si può probabilmente identificare con uno o con alcuni degli adolescenti che fanno da comparse tra i viottoli dei villaggi e non è difficile pensare a come un adolescente dotato anche solo di un minimo di sensibilità debba restare stordito dal vedersi passare sopra una simile tempesta.
Lungo tutto il libro l'autore va disseminando un indizio che lascia presagire un certo tipo di finale, ma da ultimo questo si rivelerà più aperto di quel che si era portati a credere. La scelta di mettere in pratica questa dissolvenza riesce, se possibile, ad enfatizzare ancora di più tutta quella malinconia di cui sopra. Lascio le steppe con gran dispiacere, avrei voluto restare ancora e ancora, avrei potuto continuare all'infinito a leggere di questi racconti che mescolano minuzie quotidiane più o meno bucoliche con eventi storici e momenti epici. L'ambientazione e tutta l'atmosfera sono talmente ipnotiche e avvolgenti che si finisce per perdonargli volentieri e senza sforzo alcuno le piccole bizzarrie e incongruenze della trama, le piccole stranezze nei personaggi che sono - ognuno a suo modo - difficili, irreali, criticabili. Eppure, anche così, l'intera costruzione si regge in piedi, eccome se si regge.