Un bambino, la sua nonna, una passeggiata: inizia così Nebbia, horror metafisico che inscena la sua storia all'interno del piccolo paese di Beaumont, sperduto tra alte montagne, aguzze vallate e nebbia spessa. In questo paesino molteplici protagonisti assistono impotenti alla scena che si propone agli occhi del lettore e che si è innumerevoli volte già proposta ai loro stessi occhi, durante le loro piccole vite di provincia: una anziana donna è stata ingoiata dalla nebbia, che non l'ha più restituita, smarrendola. La nebbia è in questo romanzo insieme presente e mostruosa, ed accondiscesa, accettata, è il dio a cui il paese dona il suo tributo di silenzio, di rassegnazione, di depresso avvenire. Non è quindi la nebbia l'elemento principale e traumatico, di scossa del romanzo, ma l'uccisione della figlia dell'anziana donna e la sparizione di suo figlio, ed il seguente concatenarsi di sparizioni ed omicidi, che focalizzerà l'attenzione dei vari protagonisti in un susseguirsi di salti d'indagine e di dubbio, svelando via via elementi preziosi al lettore per una in teoria piena comprensione di ciò che si cela dietro il paese di Beaumont. La protagonista assoluta sarà Clythia, antipatica, mascolina, arrogante redattrice del giornale di Beaumont, seguita dall'occhio vigile del lettore nella sua vita sentimentale e nei misfatti criminali su cui ritroverà i suoi passi. Nebbia è quello che sembra, e non lo è interamente, come la stessa nebbia che ne segue le pagine. Un libro labirintico e sfumato, soffiato come il vento dallo stile ritmico e teatrale di Ivano Mingotti.
Nato l'8.1.1988 a Desio (MB) studia a Verano Brianza fino alla scuola media inferiore. Frequenta poi l'itcs ''Villa Greppi'' di Monticello, dove si diploma in lingue straniere. Laureato in Scienze umanistiche per la comunicazione all'Università degli Studi di Milano, lavora per Esselunga spa come commesso. Pubblica nel 2009 ''Storia di un boia'', con Kimerik editore. Con questo romanzo parteciperà in seguito al Moonlight Festival 2011. Nel 2010 è il turno di ''Solo gli Occhi'', sempre con Kimerik. Nel 2011, il 10 agosto, esce ''Stati Uniti d'Aspirina'', ideale sequel di Solo gli Occhi, edito da Zona Editore. Nel dicembre 2011 viene pubblicato ''Sotto un sole nero'', con Ded'a edizioni. Il libro viene distribuito anche sugli scaffali della catena di negozi in cui lavora come commesso (Esselunga). Premiato nell'ottobre 2011 con medaglia, menzione d'onore e segnalazione di merito a ''Scriviamo insieme 2011'', viene poi scelto, insieme ad altri autori, a seguito del concorso ''Asylum 100'', per entrare a far parte col racconto ''English Library'' dell'antologia del concorso stesso; vince in seguito, nel gennaio 2012, il concorso ''2Mila segnalibri'' col racconto ''Prigioniero''. Scelto, a maggio 2012, per la prima antologia in e-book della Nasf (nuovi autori science fiction) nel concorso ''Seeds: un universo in una pagina'' con il racconto ''Arrivo''. Selezionato, sempre con il racconto ''Prigioniero'', nel concorso ''Miedo'', per far parte dell'antologia ''Gli occhi della paura'' a giugno 2012. Pubblica quindi ''Nebbia'' nel dicembre 2013 (Ded'a) e ''Il Cenotafio di Simon Petit'' nel febbraio 2014 (Leucotea). E' in uscita il suo settimo romanzo, ''Indiano'' (Smasher). E' nominato Presidente dell'Associazione Culturale e Letteraria LiberoLibro, nata nel dicembre 2013.
Il racconto è ambientato a Beaumont, un villaggio montano sperduto e isolato, avvolto costantemente in una fitta nebbia. Gli abitanti iniziano a sparire in modo misterioso e c'è anche un inspiegabile omicidio. Clythia, la protagonista principale, è una giornalista del giornale locale e vorrebbe fuggire da questo villaggio e dal suo mistero. La fuga non le riesce, ma qualcosa in lei cambia, e inizia a vedere gli avvenimenti e la sua vita con occhi diversi. Inizia lentamente a capire i motivi delle sparizioni ma è impotente, non può opporsi e non le rimane che accettare passivamente ciò che la circonda.
Di Ivano Mingotti avevo già letto Sotto un sole nero e, anche se non mi era piaciuto molto, vi avevo trovato tutte le premesse per pensare che l'autore avesse potuto scrivere libri migliori. Purtroppo anche in Nebbia fa un uso eccessivo di figure retoriche e ripetizioni. Sicuramente danno un ritmo incalzante e claustrofobico alla lettura (in linea con la storia), ma alla lunga stanca leggere 300 pagine scritte in questo modo. Sono sicura che tutto ciò sia stato voluto dall'autore visto che si tratta di un thriller ma se avesse usato uno stile di scrittura più fluido e convenzionale poteva uscirne un libro più interessante. Sicuramente Mingotti riesce a catturare l'attenzione del lettore sin dall'inizio, come in Sotto un sole nero, ma purtroppo ciò non basta. Alcune parti sembrano delle poesie e sarebbero anche carine se il libro fosse una raccolta poetica, ma in un libro di narrativa stonano.
Nel libro c'è anche un'interessante riflessione: quanto sono importanti i ricordi nella vita e quanta importanza dargli? C'è veramente bisogno di ricordare ogni singola persona incontrata e ogni avvenimento del passato o, per avere la certezza di aver vissuto, basta il ricordo dell'emozione provata in un determinato momento? Spesso i ricordi svaniscono lasciandoci solo le sensazioni provate che testimoniano un avvenimento e forse è questa la prova di aver vissuto veramente, le emozioni, e non c'è bisogno di ricordare il passato momento per momento.
Una cittadina qualunque della profonda provincia americana, una nebbia che ricopre tutto e tutti, annullando il confine tra sogno e veglia, giorno e notte, una massa di personaggi anonimi, inabili, apparentemente apatici. Tutto questo è Nebbia, romanzo in racconti, per così dire, che si prefigge di raccontare, o sarebbe meglio dire cantare la nebbia interiore che avvolge la vita contemporanea, tra solitudini e incomprensioni. L'idea di fondo è promettente, lodevole la stratificazione di livelli di lettura e originale il comparto stilistico, tuttavia risulta una lettura poco godibile, lenta, eccessivamente ridondante, grigia e soffocante come la nebbia che s'impone su tutti. E' il classico caso in cui la precisa volontà di suscitare un particolare stato emotivo, straniante e alienante, straborda dalla pagina, compromettendo la stessa esperienza di lettura. Il setting non sarebbe male, le tinte fosche e gli accenni a subplot surreali e noir fanno un po' Stephen King alla lontana, ma tutto rimane fin troppo abbozzato. Va bene lo stile minimal, va bene la (non)descrizione di un non-luogo, ma uno scrittore è bravo quando sa dare tridimensionalità alle ombre, e qui abbiamo un mondo completamente piatto. La piattezza è inoltre rafforzata da un forte senso di staticità, il ritmo è esageratamente rallentato, anche laddove il dispiegarsi dell'intreccio presupporrebbe degli scatti. Il vero problema risiede nella subordinazione dell'intreccio narrativo all'elemento lirico-emotivo, che sovrasta la storia e s'impone ossessivamente al lettore. C'è la nebbia che nasconde misteri e rapisce ignari sventurati, e c'è la nebbia interiore che ottenebra la vista e impedisce di vivere: questo il fulcro del romanzo e il suo punto di forza. Tuttavia la resa non è ottimale, perché si traduce in una stucchevole ridondanza di pensieri dei personaggi (in mancanza di azioni), in elenchi infiniti di emozioni e stati d'animo, che trasfigurano i personaggi, persino la stessa protagonista, in meri contenitori vuoti, senz'anima, di emozioni varie ed eventuali. Non è così che si opera l'introspezione psicologica. Il tentativo di trovare forme prossime al flusso di coscienza, sì da restituire morbosamente al lettore ogni pensiero, ogni chiodo fisso e ogni ossessione dei personaggi, si traduce in una prosa zoppa che si traveste da poesia, ma senza davvero esserlo; anche qui, la poesia è un'altra cosa, la ripetizione maniacale di frasi e parole che si protraggono per pagine e pagine non dà musicalità, provoca solo l'isteria in chi legge. Insisto, perché tengo a metterlo in chiaro: frasi smozzicate e figure retoriche come se piovesse non fanno poesia, solo tanta confusione. C'è tanto lavoro da fare per portare questo testo a livelli migliori; innanzitutto un lavoro di labor limae, per ripulire il testo dalle eccedenze stilistiche. Stile personale o non personale, scrivere è comunque un atto di comunicazione che si fonda su un compromesso: se sei uno chef puoi anche riempire un piatto di quintali di peperoncino, dichiarandolo come il tuo marchio personale, non è detto però che qualcuno possa aver voglia di assaggiarlo. Successivamente bisogna fare chiarezza e decidere esattamente quale storia raccontare, perché il mistero della Nebbia sembra solo la scusa per mettere parole belle una dietro l'altra, per dimostrare qualcosa, senza mai veramente raccontare. Infine, è da limitare, se non eliminare tout court, l'invasione persistente del narratore (in cui si cela l'autore), dal narratore che anziché raccontare "dialoga" con i propri personaggi (tecnica buona, ma nel contesto narrativo sbagliato) all'autore che si dilunga in prefazioni superflue. L'autorefenzialità, dunque, vizio irrudicibile di un romanzo il cui intento è fino alla fine quello di dimostrare, piuttosto che narrare.
3 stelle sono per i miei canoni un buon voto e infatti il libro merita una sufficienza ampia. Per il giudizio ho voluto tenere conto di diversi aspetti, alcuni riusciti altri meno. Plus. Bisogna sempre premiare i giovani autori quando si cimentano in imprese non facili. E la scelta stilistica del libro era ardita cioè uno stile a metà strada tra quello di Cormac McCarthy ne "La Strada", quello di una saga a versi non rimati. Intrigante nello sviluppo, continua ad evocare nella mia mente delle suggestioni visive alla Silent Hill. Molto alla lontana sia chiaro ma non so perchè mi vedo proiettato in un paesino del genere. Minus. Il limite è proprio nella cifra stilistica che tende ad appesantire alla lunga il flusso narrativo. Non capisco inoltre il motivo di ambientare la storia in un paesaggio americano (anche se all'inizio il nome mi evocava la Normandia). L'ambientazione sarebbe stata perfetta se ambientata sulle rive nebbiose del Po. Questo avrebbe evitato tra le altre cose di creare dissonanze tra l'immagine americana e le beghine da chiesa (ben diversa è la tipologia bigotta locale). Si nota anche un certo autocompiacimento stilistico ma questo è un peccato veniale. Se volete leggere qlcs di diverso nel panorama letterario italiano allora "Nebbia" non vi deluderà
A Beaumont, piccolo centro arroccato sulle montagne, da anni si consuma un dramma inspiegabile: una nebbia spessa, opprimente, inghiotte uno dopo l'altro i cittadini, presentandosi instancabile a esigere il suo macabro tributo. Il fenomeno è incomprensibile e, di fronte a questa reiterata tragedia, nessuno si ribella, nessuno reagisce. Ma qualcosa sta per cambiare... Nebbia, di Ivano Mingotti, è un horror di impianto classico, sviluppato però con uno stile teatrale, che privilegia un generoso utilizzo di figure retoriche, puntando a impressionare il suo pubblico. Se da un lato la scelta è originale, non si può tuttavia negare che il linguaggio artificioso abbia come effetto quello di confondere il lettore, appesantendo la narrazione e svilendo i benefici di una capacità espressiva elevata come quella dell'autore. Pur nell'amarezza di fronte all'occasione sprecata, resta la speranza in un talento acerbo, da coltivare ancora.
Un'idea intrigante soffocata da uno stile troppo lento che ricerca a tutti costi atmosfere stranianti, compromettendo la godibilità del racconto.
Un estratto della recensione di Tancredi:
"Il setting non sarebbe male, le tinte fosche e gli accenni a subplot surreali e noir fanno un po' Stephen King alla lontana, ma tutto rimane fin troppo abbozzato. Va bene lo stile minimal, va bene la (non)descrizione di un non-luogo, ma uno scrittore è bravo quando sa dare tridimensionalità alle ombre, e qui abbiamo un mondo completamente piatto. La piattezza è inoltre rafforzata da un forte senso di staticità, il ritmo è esageratamente rallentato, anche laddove il dispiegarsi dell'intreccio presupporrebbe degli scatti. Il vero problema risiede nella subordinazione dell'intreccio narrativo all'elemento lirico-emotivo, che sovrasta la storia e s'impone ossessivamente al lettore."
Ho fatto molta fatica ad arrivare alla fine di questo libro, la mia impressione è che si tratti più di un esercizio di stile che di un'opera letteraria. Ciò detto, ben vengano le sperimentazioni linguistiche, al servizio di una bella storia e soprattutto fondate su basi solide: purtroppo non mi pare sia questo il caso. Gli errori grammaticali marchiani ("gli" riferito ad un personaggio femminile, "ceca" anziché "cieca", e potrei continuare a lungo) mi hanno irritato - è possibile che nel 2014 un prodotto del genere possa arrivare sul mercato? Nelle quasi trecento pagine di questo romanzo l'autore sviluppa in modo meno efficace lo stesso concetto che in meno di cinque minuti di canzone Giorgio Canali ha descritto più di dieci anni fa con "Fuoco corri con me". 2 stelle per l'impegno ed il tentativo di proporre qualcosa di nuovo (nonchè per il marketing virale creativo), però rimandato a settembre in italiano ;)
This entire review has been hidden because of spoilers.
Un thriller dalle sfumature rosse e gialle, qualcosa che nasce da una trama enigmatica e complessa, perché il linguaggio dello scrittore è veramente aulico e quasi poetico. Una cover veramente adatta, secondo me, molto delicata ma d'effetto. Pochi personaggi iniziali che poi delineano una trama efficace, anche se resta un libro molto fuori dal comune, perché l'autore ha davvero una sua abile diversità, che però nel romanzo può risultare pesante per alcuni tipi di lettori. A me non è risultato così, perché mi piace scrivere e leggere poesia, quindi mi sono sentita più vicino al suo modo di scrivere e vedere le cose. Una lettura abbastanza lunga, però da consigliare a chi vuole conoscere l'arte di un autore del tutto nuovo e fuori dal coro. A volte nella scrittura, bisogna proprio riuscire a distinguersi nello stile, nelle idee e nel linguaggio. Un giallo molto difficile da creare con una sintassi così raffinata.
La quarta di copertina racconta, a grandi linee, tutto quello che accade nel romanzo. Mancano le sensazioni che la lettura dovrebbe trasmettere, ma la storia è tutta lì. La lettura è pesante e fastidiosa per "colpa" dello stile dell'autore. Se non piace, allora il romanzo resterà fermo ai blocchi di partenza. Frasi brevi e ripetitive, per creare ansia e per rendere l'idea dello straniamento dei vari personaggi. Straniamento che il lettore raggiunge ben presto per la difficoltà a separare i vari flussi di coscienza dei vari personaggi. Non ci sono stacchi, i pensieri di uno diventano quelli di un altro senza preavviso e, se non si è entrati nella storia, la cosa aggiunge fastidio. Non merita solo una stelletta perché, alla fine dei conti, la storia aveva del potenziale - come trama e come sviluppi - ma è un potenziale non fruibile da tutti.
Sono rimasta colpita dall'immaginario dell'autore, l'atmosfera ovattata, sfumata e indefinita che ha ricreato è molto suggestiva; mi è piaciuto anche il modo in cui ha saputo rendere la nebbia una protagonista del romanzo, al pari degli altri personaggi principali. Inoltre, ho apprezzato il modo "nebbioso" in cui la trama è stata narrata, a piccoli cenni, mai ben definiti, che si andavano via via aggiungendo a quelli precedenti per comporre il quadro completo della storia. L'aspetto che non ho apprezzato in questo libro è lo stile di scrittura. L'uso di frasi spezzate e tantissime ripetizioni è molto efficace nel dare un senso di claustrofobia e surrealtà, ma rende anche la lettura inceppata, non fluida, e pesante se prolungato nel tempo. L'effetto peggiore che si ottiene è che il ritmo narrativo rimane sempre sullo stesso livello, piatto, e quindi poco efficace.
«Hai mai vissuto un sogno talmente lucido da sembrare reale?»
E' difficile scrivere un commento su questo romanzo senza rischiare di spoilerare qualcosa di troppo... il punto di forza sta non tanto nella trama in sé, che è piuttosto minimalista, quanto nel suo lento, delirante dipanarsi parola dopo parola, riga dopo riga. Più che un romanzo narrativo è un romanzo d'effetto. E l'effetto c'è. L'autore riesce a ricreare con successo un'atmosfera angosciante, onirica, quasi soffocante. E, mano a mano che procediamo nella lettura, ce la sentiamo addosso anche noi quella nebbia densa, fitta, appiccicosa, che ci avvolge e ci stritola, che invade tutto, anima e corpo. Che genera pensieri confusi, ovattati.. e un inspiegabile senso di malessere. Un'esperienza di lettura diversa dal solito, da sperimentare.
Come già per il precedente libro di Ivano Mingotti, quello che maggiormente mi attira e cattura è lo stile. Non so come spiegarlo ma leggere leggere i suoi libri mi catapulta direttamente dentro questi mondi tetri, e sento crescere dentro l'angoscia... la nebbia non è solo nelle pagine ma te la ritrovi intorno, ti sommerge. Ritengo che per gli amanti del genere sia una lettura da non perdere.
Nebbia è questa la vera e propia protagonista di questo libro, non una persona o un oggetto ma un qualcosa che facilmente può circondare ogni cosa e catapultare una cittadina come Beaumont nell'indifferenza della gente che si abitua a non vedere. A non vedere che nella loro esistenza c'è un qualcosa che non funziona, un qualche cosa che non quadra, un qualche cosa di misterioso. Una storia che si conclude cosi come è iniziata nell'accettazione dell'esistenza che si stà vivendo. Un racconto a metà strada tra un thriller e un horror soft dove la narrazzione molto ripetitiva (forse a tratti fin troppo) sicuramente contribuisce a dare un senso di soffocamento a tutto il racconto e a rendere bene lo stato in cui vivono i vari personaggi. Lettura compatta e forse un pò confusionaria per quanto riguarda i vari personaggi che la popolano, avrei preferito una divisione in più capitoletti, ognuno dedicato a un punto di vista diverso piuttosto che una narrazione cosi riunificata. Lettura adatta a chi ama il genere misterioso un pò cupo, non troppo complicata da seguire. Buona lettura