Narciso io?, e giurava di no. (da una testimonianza di Giancarlo Vigorelli, 1980)
L’ho già detto: ho affrontato questo libro per capire Kaputt, quello che viene considerato il capolavoro di Curzio Malaparte. Serra con questo saggio, frutto di ricerche, di testimonianze, di prove oggettive, riesce a tracciare di questo personaggio così impopolare un quadro esaustivo, riconoscendogli i vizi ma anche le virtù.
Seduttore inveterato, esibizionista, camaleonte pronto a servire e a servirsi di ogni potere. Tutto e il contrario di tutto, in apparenza, Curzio Suckert detto Malaparte (1898-1957) sfidò solitario le convenzioni della sua epoca. Fin da giovanissimo fugge di casa per arruolarsi e avrà il battesimo di fuoco nelle trincee della prima guerra mondiale, dove il gas del nemico s’insinuerà come un tarlo nei suoi polmoni fino alla malattia e morte per cancro nel ‘57.
Coraggioso, intelligente, uomo di ghiaccio, eterno bastian contrario, uomo di minoranza perennemente alla ricerca del consenso e frustrato di non trovarlo, Malaparte è stato dominato per tutta la vita dal demone dell’esibizione e della polemica. Fascista finchè conviene, ossessionato dal rapporto elitario con un Mussolini che invece con lui userà spesso il bastone più che la carota. E’ per apparire grande ai suoi occhi, quelli del capo padre-padrone, che scriverà le peggiori pagine della sua vita: gli aiuti nel processo contro gli assassini di Matteotti, le pagine sulla guerra di Spagna, e di Grecia, gli attacchi a Italo Balbo, salvo poi voltargli le spalle allo scoprire la debolezza, e la fine vicina.
Mitomane, narcisista, affabulatore, da camaleonte ha saputo adattarsi a tutte le circostanze, correndo sempre dietro non tanto al carro dei vincitori, ma all’uomo forte, al manipolo di uomini di potere che sanno guidare i popoli che di uomini forti hanno bisogno. E a furia di correre incontro ai vincitori, proprio perché forti, Malaparte è riuscito a situarsi sempre dalla parte sbagliata.
Ha spesso parlato a vanvera e spesso mentito, infiocchettando la realtà per piegarla ai suoi bisogni, ritagliando per se stesso un ruolo di primo piano.
Ma molti intellettuali e giornalisti dell’epoca prima si schierarono col Fascismo per poi riciclarsi subito dopo, e possiamo ricordare grandi penne che si pulirono in fretta la camicia. Ma almeno lui non si sporcò mai con dichiarazioni antisemite come fecero altri, e davvero scoprì giovani nuovi nel panorama intellettuale italiano ( Vittorini, Landolfi, Alvaro, Moravia, e molti altri) che poi furono pronti a voltargli le spalle al momento opportuno. Certo Malaparte fu incapace in tutto il periodo post-fascista di pronunciare una vera autocritica, continuando ad arrampicarsi sugli specchi di menzogne spesso smentite nei fatti.
Bugiardo seriale, ha spesso parlato a vanvera e mentito. Alcuni esempi: non è vero che fu oppositore del fascismo e per questo fu condannato a cinque anni di confino. E’ arrestato non per aver pubblicamente auspicato che gli italiani si ribellino ai tedeschi, come ha sostenuto per difendersi dalle accuse dell’immediato dopoguerra, ma con l’imputazione assai meno onorevole di aver parlato male di un Ministro del Fascismo (Balbo). Un confino a Lipari, ben diverso da quello duro di Carlo Levi, di Ginzburg, o della prigione di Gramsci, e che durò solo tre mesi, per poi riavvicinarsi a Capri, a Forte dei Marmi, e quindi ottenere il perdono del Capo, l’unico di cui si interessava.
Per tutta la vita sarà ossessionato dal gusto dell’esibizione e dello scandalo, fino a toccare forme paranoiche negli ultimi anni.
Molte di quegli interventi scritti in Kaputt sono pura invenzione: non assisterà al pogrom di Jassy che farà circa 12.000 vittime tra gli ebrei di quella città, e anche l’arresto in Ucraina da parte dei Tedeschi è pura invenzione, non passerà mesi a viaggiare in lungo e i largo per il fronte orientale, cinque soli mesi contro i due anni che dichiara: “Fa troppo freddo, scriverà a suo fratello, non ho nessuna voglia di tornare in Russia, sono nato per scrivere, non per morire di freddo in guerra”. E non parlava nemmeno tedesco, si appoggiava a un collega del “Popolo d’Italia” che lo portava in giro in lungo e in largo e a cui lui ritagliò uno spicchio di pagina in sordina.
Dalla sua aveva un gran potenza di lavoro, non indulgeva con le donne, che gli sono sempre corse dietro, o col cibo o l’alcool, la sua conversazione era straordinaria, eppure di lui si ricorda alla fine la sua fama di “voltagabbana” fascista, antifascista, l’uno e l’altro, né l’uno né l’altro… alla fine degli anni settanta il nome di Malaparte era anatema, ma chissà come sarebbe contento di sapere che Che Guevara e la moglie leggevano avidamente all’Università e poi alla macchia il suo libro ”Tecnica di un colpo di stato“, come ne avevano fatto tesoro i Colonnelli Greci durante i preparativi del golpe del 1967.
Degne di nota le sue storie con la nuora del Senatore Agnelli, la madre di Gianni, che gli valse l’inimicizia di uno dei più potenti uomini del tempo, ma a cui rinunciò senza rimpianti, ossessionato dall’idea di non stancarsi inutilmente con una donna: unico vero amore quello per gli animali, i cani in particolare.
A volte Serra riesce a ridere delle sue invenzioni da personaggio di operetta: Malaparte racconta in non so che articolo, ad esempio, di aver conosciuto i quattro Grandi che siederanno al Tavolo di Versailles, e di aver assistito alla firma di quel trattato: …Tanto che c’era perché non l’ha firmato lui? si chiede alla fine esasperato l’autore. Però, in fondo, c’è del rispetto, se non per l’uomo, almeno per lo scrittore, disprezzato da noi, e invece considerato all’estero come un rappresentante tipico dell’italiano di quel periodo.
Vi sono molte ragioni tutte legittime per non amare Malaparte uomo, scrittore e personaggio, ma nessuna, a nostro avviso, per negargli un posto di primo piano tra gli interpreti più singolari del ventesimo secolo….
Un lungo saggio, mai noioso, che mi ha dato modo di ampliare anche le mie conoscenze sugli autori e sulla Storia di quel periodo. Un tempo non sprecato a chiarirmi le idee su Malaparte.
Ora però un bel romanzo!