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La nuova raccolta di Roberta Dapunt si snoda intorno a una serie di nuclei: il dolore come esperienza personale, come natura umana, come indignazione per le vicende collettive, siano le guerre, i migranti, il virus o la violenza sulle donne; e il silenzio, anzi, i silenzi, che non devono nascere da costrizione ma dallo stupore, dal pianto, dalla contemplazione; le sensazioni del sacro, visioni, odori, suoni; e la scrittura con la sua potenza e la sua impotenza, con i suoi tempi verbali nei quali è difficile immedesimarsi, così come è difficile riuscire a identificare se stessi nel fluire del tempo non verbale. L'intersecarsi di questi temi forma un percorso, una storia personale e collettiva raccontata con una forte tensione che non viene mai meno. E con una voce sempre alta, ma che non si fa mai enfatica grazie alla profonda perplessità che la anima da dentro.
Il verbo di fronte di Roberta Dapunt si propone come un'opera intensamente contemplativa, profondamente radicata nell'esplorazione del silenzio attraverso la parola. Particolarmente notevole è la sezione "i ricercari, sette studi sul silenzio", dove Dapunt naviga con maestria i confini tra detto e non detto, tra suono e silenzio. In questi studi, il silenzio non è assenza ma presenza carica di significati, un luogo dove il linguaggio si espande oltre i confini del visibile e dell'udibile. La poesia di Dapunt, con le sue immagini evocative e il suo ritmo meditativo, invita il lettore a un viaggio interiore, a una riflessione sul potere trasformativo del silenzio. Questo lavoro conferma la sua capacità di tessere insieme natura, umanità e spiritualità in un tessuto lirico che sfida e arricchisce la percezione del lettore.
VII "Che ritorni al piú presto il suo plurale. Il silenzio diventi i silenzi, molti e piú di prima. Che non siano i vigili e le ronde a farci stare in silenzio, ma lo stupore, il pianto e la contemplazione a zittirci. Non la soggezione e la paura di sbagliare."