Avevo apprezzato "Il bikini di Sylvia Plath", esordio dell’autrice, ma questa volta non ci siamo. Biaggi ha voluto fare il passo più lungo della gamba ed è finita con i piedi in un tombino. Ed è un peccato, perché la ricostruzione del periodo storico è precisa, la ricerca che sta a monte è evidente, lo scenario newyorkese da serie televisiva perfetto per il pubblico a cui vorrebbe parlare. Ma la narrazione, purtroppo, è sfiancante, inconcludente, citazionista ai massimi livelli, ridondante. La protagonista non dà mai un tiro e una sigaretta e basta, no, “dà un tiro e avverte la botta del fumo rimbalzare sulla gommosità della pleura che riveste interamente i polmoni”. Ecco, il libro è scritto così dalla prima all’ultima riga. Vorrebbe essere poetico, forse, ma il risultato ne è il contrario. Altro grande problema, le voci dei personaggi sono tutte identiche. Non basta scrivere quindici pagine di background su Tizio per caratterizzarlo, devi conferire un suono particolare alla corde vocali di ognuno di loro. Quelle di Agata, Walther, John e Biaggi narratrice sono intercambiabili. È come guardare un film americano uscito dal 2005 in poi doppiato in italiano, quando i doppiatori storici hanno iniziato a morire lasciando posto a quegli inetti dei loro figli: manca d'interpretazione.