Nutrivo grandi aspettative per quest'opera prima di tale Roberto Costantini, manager sessantenne, peraltro persona simpatica e in gamba, vista a una presentazione del libro. Grandi... diciamo pure enormi: proporzionate al volume (672 pagine).
Tutte le opinioni, sia disinteressate che prezzolate, hanno lo stesso peso sulla bilancia, cioè un minimo di valore, purché motivate. E la mia opinione è che questo libro, pur non essendo una ciofeca assoluta, non valga tantissimo, né sotto il profilo letterario, né nello specifico giallistico, né tantomeno sotto quello sociale. Ovvio che sarà il tempo a confermarne la solidità, anche se, visto il trend, può darsi benissimo che tra un paio d’anni il Costantini sia dimenticato e sostituito da altri più di moda, più recenti, più “nuovi” di lui. Così come può darsi che i prossimi Costantini mi sorprendano positivamente per un’evoluzione imprevista rispetto alla linea già tracciata (benché la programmazione come trilogia non mi lasci ben sperare in tal senso).
Quello del giallo è un mercato che si autoalimenta, su cui negli ultimi dieci anni gli editori hanno puntato moltissimo, gettando sempre nuova benzina sul fuoco; ma ogni fuoco è destinato a spegnersi, se manca ossigeno.
E l’ossigeno, checché ne dica e speri l’industria di settore, non è la filiera produttiva: sono i lettori. Per quanti anni ancora, mi chiedo, il lettore medio-alto, quello appassionato, quello che compra almeno una volta al mese, o fa altrettanto con la biblioteca, può sopportare una mole di gialli, noir, thriller, legal thriller, splatter pari a quella di cui siamo stati inondati negli ultimi due lustri? Perché, diciamolo, noi siamo quelli che da bambini si sono scodellati (con l’entusiasmo dei bambini) tutta Agatha Christie, tutto Conan Doyle, e dopo chi ha approfondito Van Dine, chi Rex Stout, chi l’Ellery Queen delle riviste. Per poi scovare i racconti gialli perfetti, magici, di Poe. Per poi scoprire l’alternativa e opposta perfezione nella semplicità di un Simenon, nei suoi Maigret, nei suoi non-Maigret (meglio se da adulti, qui siamo ad altri livelli). Chi ama il filone psicologico non di rado si è buttato anche sulle atmosfere torbide di Patricia Highsmith, americana assolutamente atipica.
E poi, volenti o nolenti, spesso entusiasti, ci siamo sorbiti tutto Camilleri, tutto Larsson, tutti i giallisti svedesi, norvegesi, danesi, financo islandesi, che Iddio ha mandato in terra. Oppure tutti gli americani, chi specializzandosi nei serial killer di Deaver, chi nei McBain o Connelly, chi nel medical thriller della Cornwell o della Reichs (con pari o anche maggior apprezzamento del corrispondente televisivo, ad esempio io ho una dipendenza da Csi, quello di Las Vegas, NON gli spinoff). C’è perfino chi, in vena di nostalgia, è tornato al neoclassico con le trine e i merletti di un’ingessatissima P.D. James o addirittura della neovittoriana Anne Perry.
E trascuro qui di analizzare il filone noir, che, l’ho già scritto dappertutto, in realtà filone non è, esulando ideologicamente e strutturalmente dal vero giallo.
Il giallo “tira” così tanto che ci si sono buttati in troppi, a volte con risultati anche apprezzabili, e lo dico perché spesso piacciono anche a me: greci, turchi, francesi, inclusa una valanga di italiani.
Ma se guardo ai risultati, devo ammettere che se mi sono piaciuti è stato per le atmosfere esotiche (la Aykol), l’umorismo (la Giménez-Bartlett, Camilleri), lo sperimentalismo linguistico e l’analisi sociale (ancora Camilleri), il mix di ¾ sociologia e ¼ umorismo (Markaris), il tono fiabesco-mitico-surrealista (Fred Vargas).
Come gialli, accade purtroppo di constatare che alcuni fanno acqua da almeno un paio di paratie, o puntano tutto sull’investigatore tormentato in salsa svedese (Signore, pietà), oppure a metà romanzo hai già indovinato il colpevole, e addio suspense. Si fanno perdonare perché tanto ormai è acquisita nel lettore l’idea per cui il giallo è il vero romanzo sociale e neorealista del nostro tempo. Da noi, basta fare un giro in qualsiasi libreria, sono proliferati i giallisti alla Markaris. Tanti, tantissimi, al punto che farei un torto agli altri citandone qualcuno.
In Costantini, nelle faticosissime, sudate 672 pagine del primo Costantini, ritrovi tutti gli elementi del giallo italiano medio: forte analisi sociale, spruzzatina ina ina di umorismo, investigatore tormentato dai rimorsi.
La novità è forse un racconto di lunghissimo periodo (dal 1982 al 2006, con frequenti flashback nella storia personale del protagonista, prima bambino inquieto in Libia, poi studente di estrema destra tentato dalla violenza negli anni Settanta, con un’oscura esperienza nei servizi segreti che ha preceduto l’ingresso in polizia) e, in definitiva, l'ambizione di costruire un romanzo storico sull'ultimo trentennio in Italia.
Lo stile non mi piace. Troppi preamboli, troppe spiegazioni, preterintenzioni, ripetizioni, quasi a temere che il lettore sia un po’ tardo. La sintassi è farraginosa, qua e là addirittura di duplice interpretazione, i dialoghi retorici e, incursioni dialettali a parte, pietosi per inverosimiglianza e per la mancanza di uno sforzo di differenziazione di personaggi che non hanno e non si vede come possano avere tutti lo stesso background psicologico e socioculturale. Sconcertanti poi certi dialogati naif con rom dichiaratamente analfabeti che stranamente conoscono paroloni sconosciuti al cittadino italiano medio. Non mi sembra insomma che la Marsilio gli abbia reso un gran servizio, pubblicandogli e dando tanta risonanza a un romanzo che avrebbe necessitato di ben altra revisione linguistica. Capisco e quasi mi aspetto, cioè, da un nuovo autore, che possa avere qualche ingenuità; da una casa editrice che ha fatto i miliardi con Larsson, no.
E passiamo alla storia gialla.
Lungo periodo, dicevo. Ci sta anche che l’investigatore sciatto, frettoloso e distratto dal Mundial dell’82 si lasci gabbare da bugie, omissioni etc., per poi scoprire faticosamente la verità solo con ventiquattro anni di ritardo: crea pathos. Se non fosse che, per arrivarci, a questa verità, il lettore è costretto a un tour de force neuronale, e il disgraziato Michele Balistreri a sudare sangue tra successivi delitti, esecutore 1, esecutore 2, che però agisce anche in proprio, che però ha anche un mandante, che è suo padre, anzi, sono i servizi segreti. Non senza il contorno di poliziotti corrotti che gli mettono i bastoni fra le ruote, finendo giustamente ammazzati dai cattivi che non vogliono testimoni scomodi. E intanto noi sudiamo sangue con lui.
Una fatica della madonna, diciamocelo, un eccesso di complicazioni con molte punte di ridicolo, alla Faletti (non è un complimento). Arriva il punto in cui tu, esausto, o prendi appunti, o perdi il filo, tra tanti fili tirati.
Fino all’esagerazione barocca, incredibile, imperdonabile: l’accumulo di visite alla persona, al corpo esanime e infine al cadavere della prima vittima, attorno a cui nel volgere di un paio d’ore passano: pedinatore, stalker, feritore, incisore di lettere, testimone, strangolatore, mandante di becchino e finalmente il becchino che pensa bene di buttarla nel Tevere non senza aver aggiunto un tocco di ulteriori dettagli macabri. Echeccazzo! Nemmeno Poirot in Assassinio sull’Orient Express avrebbe potuto arrivarci!
Mi sembrano chiari i rimandi ai vergognosi casi di Emanuela Orlandi, con i suoi depistaggi vaticani e criminali, e di Simonetta Cesaroni, in cui indagini sciatte e frettolose hanno impedito per sempre un esito soddisfacente, ma così è troppo.
Altri difetti strutturali appesantiscono questo romanzo: non soltanto la continua analisi e controanalisi, e verifica degli alibi, e controverifica degli alibi da parte del commissario e dei suoi collaboratori, che ci sta; ma anche l’accumulo delle loro intemperanze caratteriali e storie d’amore e di vendette private (inclusa una pesantissima giornalista); la psicologia da feuilleton, a partire dalle incongruenze dello stesso Balistreri; la retorica e tronfia sicurezza di possedere la Verità Rivelata, trasudata da analisi sociologiche e politiche che non dovrebbero fare né l’autore (e lo fa in continuazione intromettendosi nella storia manco si credesse Manzoni), né i personaggi, a meno che il dialogo lo giustifichi davvero (e invece, comizi e siparietti politici come se piovesse, da parte di poliziotti, baristi, prelati e perfino assassini!).
Lo dico chiaro e tondo: nel romanzo, tanto più nel giallo, il comizio politico non ci può stare. Deciditi: vuoi fare il pamphlet contro il razzismo e l’opportunismo dei politici italiani? Ottimo: datti alla saggistica. O alla politica direttamente.
Tanto più che il romanzo avrebbe già, nella tortuosa evoluzione del protagonista, una sua weltanschaaung convincente, a partire dagli interrogativi del ragazzino inquieto su danni e benefici del colonialismo italiano in Libia; sulle sue assolute certezze postfasciste di gioventù; sull’edonismo superficiale dei suoi primi anni di lavoro; sul suo crollo psicologico post ’82, nel quale come non vedere il crollo di una certa Italia da bere; sulla sua faticosa rielaborazione del lutto, con la conseguente accettazione della complessità del mondo e dell’impossibilità di distinguere nettamente il bene dal male.
In questo senso il titolo del romanzo, che si scoprirà infine provenire da una canzone heavy metal satanica, è ben scelto, efficacissimo e autoironico. Chi è il male? Non è solo l’assassino (anche perché ce ne fosse solo uno, qui, magari!) È l’investigatore pigro e ignavo (Balistreri). È chi ha depistato un’indagine con bugie e omissioni (Valerio, il cardinale, la portiera...). È chi fa danno perché crede di avere la verità in tasca (la Chiesa cattolica). È una politica malata, ignorante, demagogica. È un popolo sempre pronto a tradire per il prossimo tribuno della plebe che fa promesse a buon mercato (ad libitum).