Quella di Invernale è una lettura breve -di appena 140 pagine- ma certamente non facile. L’incipit del romanzo descrive con precisione rituale i gesti della macellazione, che Gino, padre dell’autore, proprio come un sacerdote svolge in sequenza da una vita intera. Lo sfondo è quello del “caos vitale” (parole dello stesso Voltolini) del mercato di Porta Palazzo, nella Torino di fine anni Settanta.
Un banale intoppo in questa coreografia perfetta e l’incidente che provoca saranno, idealmente, una breccia nel confine tra uomo e animale, carnefice e vittima; nei fatti, sta per manifestarsi una malattia ben più grave. Quella che era cominciata come una trascurabile spossatezza, uno spiraglio negli spazi da sempre occupati da casa e lavoro, con il passare dei mesi si allarga in un vortice che senza sconti si prende tutto: la mente, il corpo, la quotidianità e le movenze di quel lavoro che per Gino è un’estensione di sé.
“La vita, che non sa fare altro, procede. Ciò che avviene intimamente in lui, inteso come soma, comincia a manifestarsi all’esterno. Un modo più circospetto di camminare, una cautela nel gesto, un’attenzione a cose che altri non vedono.”
Al momento dei fatti Dario, figlio e narratore, ha circa vent’anni, ma la sua voce non è quella di chi per la prima volta è costretto a fare i conti con la malattia; racconta, sì, la rabbia e l’impotenza, ma con la lucidità analitica che solo il sedimentarsi del tempo può dare.
La trama del romanzo è di per sé scarna perché la narrazione procede per immagini, affiancando riflessioni, ambienti onirici e istantanee di vita. I personaggi secondari -familiari, amici, clienti della macelleria- sono tratteggiati con poche pennellate: un po’ perché l’uso delle parole in quest’opera è chirurgico; ma soprattutto perché è Gino, nella sua umanità semplice (una Nazionale senza filtro, una partita di calcio seguita con l’occhio critico dell’ex giocatore), il vero protagonista del romanzo. Dario è testimone degli eventi e cerca di farsi interprete della mente del padre, di arrivare al centro del “globo di silenzio” che lo circonda: ma, come quello della malattia, è un mistero senza soluzione, perché tra padre e figlio c'è un legame discreto e intessuto di non detto.
“Lui fissa un punto. Oh ma che punto è, perdio!, come è possibile che in ogni sua immagine, che sia un ricordo una fotografia o un racconto, lui abbia quel punto da fissare? Cosa guarda? Cosa vede?”
Lo stile è alto e, al netto dei pochissimi passaggi in cui la complessità della scrittura appesantisce la narrazione piuttosto che darle spessore, è il punto di forza del libro.
Ho apprezzato il ripensamento del cliché che vede la malattia come una battaglia e il malato come il guerriero che ha l’onere di combatterla (e vincerla) armato della propria forza di volontà. Qui, in effetti, una guerra c’è ancora: ma è quella tra la malattia e i farmaci, loro sì, deputati a contenerne l’avanzata. Il corpo altro non è che un contenitore: semmai, la vittima collaterale di un conflitto che ha tempi e logiche tutti suoi.
Le pagine conclusive, come e più di quelle di apertura, sono di una bellezza devastante. Alla fine, nonostante tutto, resta un grande atto d’amore e di speranza.