Terza tappa del nostro percorso moraviano è questo curioso tascabile, che raccoglie corrispondenze per il Corriere durante un viaggio in Cina effettuato nel ’67 in compagnia di Dacia Maraini (Moravia, precoce e abbiente viaggiatore, era già stato in Cina trent’anni prima, agli albori della guerra civile). È il momento in cui Mao Zedong ha scatenato la sua “Rivoluzione Culturale” per riconquistare supremazia sul Partito Comunista Cinese; e in Occidente non se ne capisce nulla. Ho l’impressione che non ne capisse troppo nemmeno Moravia: né lui né Dacia capivano il cinese o erano in grado di leggere i tazebao, né era loro permesso scattare foto o parlare con altri che l’accompagnatore assegnato dal Partito. Lui stesso avvisa che racconterà solo quel che ha visto (con la stessa predilezione per la visione che vent’anni dopo gli farà scrivere “L’uomo che guarda”), senza averlo potuto approfondire; tuttavia l’acume del grande intellettuale e viaggiatore si farà sentire: siamo nell’ambito del grande giornalismo, come i reportage di Fallaci o Montanelli.
Solo lui avrebbe potuto scrivere quel capitolo dedicato al “convitato di pietra”, quando lui e Dacia a Pechino hanno il permesso di accedere all’unico, lussuoso ristorante per stranieri e degustare la vera anatra alla pechinese: ma in un’atmosfera lugubre, dove sui due borghesi occidentali “gaudenti” aleggia lo spirito di Mao, come il Commendatore per Don Giovanni..
O quell’altro capitolo dedicato alla visita del Palazzo d’Inverno e i suoi giardini, tra meraviglie come la nave di marmo nel lago, voluta da un’imperatrice; e il percorso che vi conduce, decorato da decine di immagini, di cui solo quelle di paesaggi e architetture non sono stati censurati: geniale qui l’osservazione sul “surrealismo involontario” degli antichi (forse, più che surrealismo, arte metafisica: quante volte ho provato questa sensazione, per esempio guardando le tarsie negli schienali di un coro..). Così come è bellissimo il capitolo dedicato alla visita delle prime tombe imperiali Ming, scoperte in quegli anni, o quello sulla Grande Muraglia.
È un po’ snervante la fiducia che Moravia concede a Mao, questo “grande educatore” che sarebbe da contrapporre alla brutalità stalinista; ma è vero che nel ’67 si sapeva davvero poco di quel che stava accadendo. Il giudizio dell’autore evolverà rapidamente nelle opere successive, come quello sulla Contestazione (spesso ispirata dal maoismo nostrano): un fastidio in “Io e lui” (1971), una calamità nella “Vita interiore (1978).
Così come del tutto straniante fu per me, quando trent’anni fa aprii per la prima volta questo libretto, il primo capitolo: un dialogo (forma che Moravia amava: utilizzata anche nelle due opere narrative succitate) sullo stato dell’Occidente, pervaso da un tale folle disprezzo antioccidentale, ben oltre le condivisibili critiche al consumismo, che mi fece interrompere la lettura; ma mi portò anche a conservare l’opera (anzichè venderla come tante altre) perchè vi vedevo un esempio perfetto di delirio ideologico. E così ho potuto rileggerla ora e apprezzarvi quanto vi è di apprezzabile; nello stesso dialogo iniziale, forse, anche la prima voce, quella del buon senso occidentale, appartiene all’autore: non meno di quella della “Guardia Rossa”.
Sono viceversa illuminanti, per il poco che capisco di Cina, anche i capitoli in cui tenta di penetrare la psicologia cinese: con la sua teoria del “pieno e del vuoto”, sul puritanesimo, ecc.
Magistrale anche il penultimo capitolo, sulla trasformazione di Hong Kong in grande città-stato mercantile allora ancora tutelata dai britannici (riferisce che avevano appena mostrato i muscoli alla Cina.. trent’anni dopo non lo faranno più) e l’ultimo, su Panmunjon, il punto di confine tra le due Coree che già vivevano un’interminabile, fragile armistizio, come continuano a fare oggi, dopo altri 55 anni..