Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza,della religione,o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano ad odiare, e se possono imparare ad odiare possono anche imparare ad amare,perché l’amore, per il cuore umano,è più naturale dell’odio. – Nelson Mandela
Questa che leggerete non è una tipica recensione, perché sono del parere che libri di questo genere, che trattano argomenti di questo genere, non possono essere analizzati come qualsiasi altro libro. Possono essere apprezzati, ma non giudicati, non da una semplice ragazza che l’Olocausto l’ha solo letto o visto nei film. Quindi consideratela come un commento, un suggerimento a leggere “la pianista di Auschwitz”, a cercare di capire l’orrore più vero attraverso gli occhi di una sedicenne.
Imparai che essere solidali era da deboli e la brutalità una virtù, in quel mondo alla rovescia.
Hanna è una sedicenne che viene internata insieme alla sorella Enrika, la madre e il padre,nel campo di concentramento di Birkenau alla metà del 1944, fino alla liberazione per mano dell’armata rossa,nel 1945. La descrizione accenna alla storia d’amore che la protagonista ha con il figlio del capitano delle SS per il quale fa la pianista, Karl. Non è un romanzo d’amore, ma l’autrice dimostra come un sentimento così bello possa nascere anche tra rovine e macerie, tra l’odio più puro. È un amore pericoloso ma anche potente, che salva la ragazza infondendole speranza.
Non mi vergogno di ciò che sono, avrei voluto dirgli. Sono orgogliosa di essere un’ebrea. Vivo dietro quel filo spinato insieme a filosofi,scienziati,artisti e insegnati,a zingari, poeti e compositori. Tu vivi in una casa piena di odio.
Con una lingua semplice e diretta, schietta e vera, Hanna vi racconta la sua storia e sembra superfluo dirlo, perché è impossibile restarne indifferenti, ma ne verrete coinvolti al 100%. La inizierete a leggere con la lentezza e il rispetto che la situazione merita, tuttavia man mano, aumenterete la velocità divorando gli ultimi capitoli in un solo respiro. Resterete colpiti da un finale inatteso ma anche fortemente sperato. Suzy Zail, la quale ha conosciuto l’olocausto attraverso le parole del padre, un sopravvissuto, ha dato vita ad un libro di speranza, da leggere e avere in libreria.
Non c’era vergogna nel desiderio di cavarsela. Non volevo morire. Avevo a malapena iniziato a vivere. Volevo continuare a vivere e volevo continuare a suonare il pianoforte.