La voce de La gemella H non è solo quella di Hilde: è un crepaccio che inghiotte le parole di tutti. La storia comincia nel 1933, a Bockburg, cittadina bavarese, dove nascono le gemelle Hinner, Hilde e Helga. Il padre Hans dirige il giornale locale, e spinto dall'ambizione vive sino in fondo gli anni del Terzo Reich, qui narrati da una prospettiva del tutto inedita: la merce. I debiti per la casa, la rincorsa all'automobile lussuosa, l'appropriazione della villetta del vicino ebreo, che dà inizio a una seria di speculazioni immobiliari, prima in Germania poi in Italia. Dal bagnino della piscina di Merano alle commesse della Rinascente nel dopoguerra milanese, fino alle sonnolenti stagioni balneari della Riviera romagnola, il racconto di «due mondi che si uniscono per sempre».
Di questo libro ho letto cose molto positive e quindi sono portato a pensare che rientri nella categoria delle mie personali anomalie di lettore il fatto di non averlo amato nemmeno per un minuto. Già mi contraddico dicendo che sono contento di averlo letto, ma non lo apprezzo né lo consiglio (non mi piace, ma ne riconosco il valore, in contrasto netto). Il romanzo di Giorgio Falco mi ha comunicato in numerosi passaggi noia, vuoto e monotonia. Il linguaggio sembra insignificante e sterile. Un autore di alto profilo letterario qui a mio parere non sente la sua storia, non è dentro al racconto, non ha passione per quello che vuole dire. Non respira da nessuna parte questa storia e il racconto non si muove. Risulta freddo e grigio e apatico; banale e triste, privo di slancio umano. La narrazione non coinvolge né appassiona; non mi pare sia letteratura, ma non so dire cosa sia: esercizio di stile, tesi sociologica, vuoto e insignificante accumulo verbale, atteggiamento poetico, prosa intellettualistica, contenuto prevedibile e inconsistente, mediocre morale e superficialità, vagabondare di parole senza ombra né luce. Un romanzo che voglia trasformare la vita del lettore (intendo la sua vita da lettore, non la vita vera) non può rinunciare a alcune caratteristiche che secondo me La gemella H non possiede in nessun grado: vulnerabilità, imprevedibilità, passione, immaginazione. La mia valutazione è buona perché finisco indenne e soppeso i meriti del testo, la mia esperienza singolare emotivamente involuta e spiacevole. Devo essermi smarrito tra la durata dei sorrisi ai magazzini e la calunnia sul furto di mele. Un racconto ordinario e muto a bassa intensità, che non ho compreso a fondo e mi lascia pieno di dubbi e perplessità, forse solo a causa della mia consueta malinconica e illogica difformità. Che di fronte all'opera non mi ha permesso di stare al passo. Per la critica sul romanzo, vorrei segnalare comunque ottimi contributi di cui ho beneficiato: l'intervista di Giulia Romanin Jacur su Lavoro culturale e gli articoli di Andrea Cortellessa su Doppiozero e di Giorgio Vasta su Minima Moralia.
Un romanzo pieno di pistole che non spareranno mai.
Dalla quarta: Giorgio Falco racconta in questo romanzo come il cuore segreto dei totalitarismi sopravviva oggi in noi. Un’opera che restituisce alla letteratura il suo ruolo di svelamento di un’intera epoca, nella quale siamo ancora immersi.
Mi chiedo se l'autore abbia approvato -o peggio suggerito- questa frase stampata sulla quarta copertina. In questo romanzo si narra la storia di persone che sono sopravvissute al nazismo e al fascismo; persone che vogliono rimuovere. Non c'è proprio l'ombra di cuori segreti totalitari.
Ho faticato a riconoscere la voce di Falco. Di questo scrittore ho letto L'ubicazione del bene, una raccolta di racconti di ispirazione carveriana. Apparentemente, Falco dice la superficie delle cose, usando frasi brevi e secche. In realtà, la superficie delle cose non basta a spiegare lo stato d'animo a fine lettura. In L'ubicazione del bene, Giorgio Falco scrive cose così:
Lei non ha piú una mansione precisa, al lavoro passa le giornate navigando in Internet, frequenta soprattutto i forum dove giovani madri si scambiano informazioni sulla maternità e sui figli. Dopo il lavoro, entra in un negozio di vendita animali. Gatti, criceti, tartarughe, pesci, pappagalli, canarini. In una gabbietta, dorme un cucciolo di carlino.
La gemella H è un romanzo. Racconta le sorti di una famiglia tedesca, dall'era del Terzo Reich a oggi. La scrittura di Falco si stacca spesso da terra, dalla materia, per cercare senso tra le nuvole -si fa metafisica, sembra di leggere Heidegger. Non è il mio genere. Capisco che ad alcuni piace a prescindere; a me, piace solo se funziona di brutto; in questo romanzo, mi pare non funzioni quasi mai.
Ma la critica principale è un altra. Falco ha un ottimo senso del racconto, ma non ha il senso del romanzo. La gemella H è sfilacciato, dispersivo, ondivago, senza direzione. Io non sono un grande fan del romanzo neoclassico: credo che un romanzo contemporaneo debba essere aperto a tutte le sfide e le esigenze della contemporaneità; tuttavia c'è differenza tra un romanzo destrutturato e un romanzo senza direzione.
Ci sono delle immagini potenti, dei momenti riusciti; tuttavia, manca il respiro del romanzo, un'idea di unità.
Però non annoia in modo tombale. A tratti irrita, a tratti ti chiedi dove voglia andare a parare, forse da nessuna parte: questo romanzo è pieno di pistole che non spareranno mai.
Un'altra bella prova narrativa di quest'autore che mi era tanto piaciuto ne "L'ubicazione del bene". E' bravo a narrare la mediocrità di personaggi che cercano di sopravvivere tanto al quotidiano, quanto agli eventi straordinari, cavalcando il flusso della storia perché una cosa mediocre è più rassicurante, i mediocri mandano avanti il mondo, bisogna ringraziali [..] è tutto triste abbastanza, neppure triste completamente . Quello che più mi ha colpito è la capacità da una parte di raccontare sommessamente gli eventi drammatici e straordinari del Nazismo e della guerra quasi a voler sussurrare la connivenza e il silenzio di un opportunismo che poi peserà sul futuro, e dall'altra di assumere un tono più incisivo e appassionato nelle vicende successive nonostante l'epoca sia più sonnacchiosa, più tranquilla sia nel grigiore brumoso della Milano del dopoguerra che nella chiassosa riviera romagnola all'inseguimento del boom economico. Eppure non ci sono eventi eccezionali nella vita della famiglia H, e inevitabilmente quando tutta la noia dell'esistenza muore, resta la malinconia del meglio, l'esatta percezione dell'irripetibile
Più volte ho pensato di abbandonare, ma per punto di impegno ho continuato sperando di trovare un po’ più avanti la svolta decisiva. Una lettura francamente noiosa con alcune pagine meritevoli, una voce priva di accenti, fredda e distante che non mi ha mai regalato emozioni.
storie di ordinaria amoralità. l'album di famiglia delle gemelle hinner ha una patina che copre tutte le foto, ma a depositarla non è il tempo quanto una complicità colpevole e silenziosa. una connivenza di comodo con la Storia, le sue brutture, la facilità per cui si pecca (cattolicesimo a parte) in pensieri-parole-opere ma soprattutto in omissioni. qui non c'è il grande orrore, c'è la zona di mezzo. ci sono le sfumature di grigio, senza l'erotismo del grande peccato e senza l'eroismo della scelta etica. c'è l'interstizio in cui il male si insinua come non-azione, silenzio, complicità, rimozione. giorgio falco racconta di una famiglia che scivola dagli anni '30 del reich ai nostri giorni senza macchiarsi di colpe eclatanti, ma impantanandosi moralmente per benefici di medio cabotaggio. la macchina più grande, l'affare immobiliare, la scalata sociale, l'inserimento in un sistema che permette di lavare il passato se ti cali nell'ottica giusta: che siamo quello che consumiamo, e che il flusso della storia è più che mai il flusso delle merci. lo mette in chiaro quasi all'inizio: «l'orizzonte è sempre lo stesso, la merce che posso o non posso comprare, che posso comprare indebitandomi, fino al 2933». e ancora: «milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. (...) possiamo fare e subire tutto, purché rimaniamo in una sfera economica, finanziaria». la scrittura si adegua allora a questo assunto di fondo. la sua freddezza è come il contatto inanimato degli oggetti elencati, delle cose descritte. il tono è misurato, i termini scelti uno per uno, e il linguaggio frammentario per rispecchiare l'aridità emotiva in cui tutto si invischia. per parlare di una miseria morale senza sussulti, l'autore sceglie di usare frasi pulite come fotogrammi, fermo-immagine su oggetti inanellati in successione come i termini nelle frasi che compone (lui stesso ha dichiarato di dovere molto, come scrittore, alla fotografia americana degli anni '70). fa un passo indietro, asciugando e semplificando la narrazione con un senso della misura splendido e quasi ossessivo, in modo che in primo piano ci siano le cose nella loro sfacciata nudità. in questo senso la gemella h è, a mio parere, un "romanzo classico": un'opera in cui stile e contenuto si rispecchiano organicamente. queste stesse caratteristiche che gli danno spessore, lo rendono però anche ostico e a tratti difficile da leggere. perché quando l'approccio cumulativo alla scrittura segue il lento scorrere di una vicenda mediocre, la consapevolezza di essere di fronte a un grande lavoro non garantisce in automatico la piacevolezza della lettura. che in questo caso infatti mi ha dato molto, ma sono stata quasi sollevata di terminare.
Con la sua prosa priva di dialoghi, i personaggi equidistanti da sentimenti e ideologie, lo sguardo che registra impassibile senza un battito di ciglia, Giorgio Falco in un film di Sergio Leone sarebbe sicuramente Il Freddo, quello che alla fine polverizza Buoni, Brutti e Cattivi senza muovere nemmeno un muscolo del volto. In questa storia di famiglia che da Monaco di Baviera alla Romagna attraversa la Storia in punta di piedi, Falco rovescia il principio della banalità del male nel suo gemello speculare, la meschinità del Bene. Ovvero il desiderio e l'accumulo di cose come principio ottundente delle coscienze, come radice di ogni vigliaccheria e complicità con i peggiori totalitarismi, come gigantesca rimozione collettiva in una corsa sempre più sfrenata verso il benessere di massa che arriverà di lì a breve. La gemella H come una bomba sganciata sul boom, insomma. Un punto di vista radicale che forse proprio grazie alla freddezza e alla distanza - narrativa, stilistica, emotiva - di cui sopra riesce a farsi morale senza moralismi, pregio raro. Non so dire se mi è piaciuto. Mi ha gelato e invischiato come quando le dita si attaccano al freezer. Nota mondana a margine: a chi vi cita l'orrendo refuso di quarta (i Buddenbrok!), rispondere blasé con lo Stile libero del 2012 (Weiwei al posto di Ai sulla costa - come dire che 'Il partigiano Johnny' l'ha scritto Beppe), e rincarare con lo Struzzo 1999 delle poesie di Elauard, farete sfracelli alle cene, garantito (le donne invece zitte, per carità, che poi sembrate bas bleu!).
Romanzo che è uno scorrere e sedimentarsi di fatti e di oggetti. Piani sequenza lunghi (con uno strano e bellissimo intermezzo), di vite che scivolano sulla Storia e la cui storia è uno scivolare silenzioso, un adattarsi senza tonfi. Una coppia tedesca e due gemelle, dagli anni trenta a i giorni nostri. Il totalitarismo nazista che si liquefa nel consumismo. Il rigore del giornalismo militante di un bavarese si ricicla e si scioglie nella silenziosa accoglienza da albergatore balneare. Nel modo di stare al mondo, nel modo di sentirlo e viverlo, cambia la fisica, da solida a liquida, ma non cambia la composizione, la reazione chimica. Per quanto possa sembrare mostruoso (e non lo è) la sostanza resta la stessa, senza traumi e senza rimozioni. Si lasciano terra, radici, certezze e passato alle spalle, senza disunirsi e senza contraddirsi. Vite che percolano, semplicemente, dalla Baviera hitleriana alla Romagna del boom e del dopo-boom, attraverso Merano e Milano, raccogliendosi come mucillaggine sull'Adriatico. Nulla di più lontano, in questo libro, dal giudizio e tanto meno dal giudizio moralistico. Nulla di più lontano dalla ricerca di un senso. Raccontare è raccontarsi catalogando (le liste in questo libro sfiorano la poesia, il lirismo). Il mondo che leggi è una enumerazione ipnotica di oggetti, gesti, scelte, percezioni. Il narrarsi cosciente è semplicemente un succedersi di cose che ci sono e di cose che succedono. Non c'è il bene e non c'è il male. Non c'è nemmeno la banalità del male. Semmai c'è solo l'ordinaria mediocrità dell'ordinaria esistenza umana. C'è un minimo comun denominatore universale, un angolo visuale che riguarda ognuno di noi, il vivere umano. Ognuno ci troverà la sua chiave di lettura. Per me la chiave di lettura centrale non è la tragedia della Grande Storia, ma è quella della accettazione della sconfitta quotidiana, della digestione lenta e normale del pezzo di sconfitta che a tutti tocca, compresa l’ultima sconfitta, quella che ci accomuna, quella senza rivincita. E’ l’adeguarsi disciplinato alla vita: un meccanismo inesorabile, come quello delle liste, dei numeri. “Devi essere determinata per reggere l’ordine, la successione, l’incolonnamento mentale di numeri solitari, incatenati come sagome prive di contenuto, che si succedono fino alla cifra finale, indiscutibile approdo del loro adempimento”. Un narrare che è l'opposto dell'epica, dell'enfasi, dell'empatia. Il lavoro stilistico di asciugatura retorica, che c'è dietro questa scrittura ha del mostruosamente sapiente. La reazione che dovrebbe produrre nel lettore dovrebbe essere neutra e invece ha la capacità, nonostante qualche eccesso e qualche caduta, non solo di sorreggere benissimo l'attenzione, ma anche di rendere il tono emotivo. Che è quello della malinconia, di una tristezza controllata, più che rassegnata. Ha lo stesso fascino di una pellicola senza sonoro. Anche in questo senso fa pensare ad uno scorrere: quello di immagini che scorrendo virano lentamente dal colore al bianchennero, al grigio piombo, fino a dissolversi. Per me, insieme con il libro di Pecoraro, quasi il suo opposto stilistico, la cosa migliore pubblicata in italiano quest’anno.
Un'operazione narrativa molto interessante quella messa in atto da Falco, anche se non del tutto originale: raccontare la Storia (sì quella con la esse maiuscola!) tramite i granelli di polvere nascosti sotto il tappeto della vita di uomini e donne non illustri: le ipocrisie, l'interesse, l'egoismo, la mediocrità meschina di una famiglia tedesca, anzi bavarese che si muove, nell'arco di almeno 50 anni, tra la provincia di Monaco, Merano, Milano e la riviera romagnola. L'attenzione si concentra su vicende marginali con un processo di descrizione quasi asettico, una stratificazione del quotidiano che irrompe nella realtà e la nomalizza, la smussa, ne stempera i drammi e le brutture, azzera i dilemmi morali, fino a renderla un piatto insieme di eventi e oggetti che plasma inesorabilmente le vite di tutti i protagonisti. Con questa tecnica Falco, che usa un registro e un linguaggio molto freddo (ma estremamente rifinito – forse il limite del libro) vuole mostrarci, e a mio parere ci riesce benissimo, il devastante potere della normalità piccolo-borghese che attraversa due nazioni e aiuta a capire l'avvento del nazismo in Germania, l'Italia fascista, l'italietta del dopoguerra fino al boom economico e oltre, la mercificazione consumistica e l'omologazione di sogni e aspirazioni. I personaggi principali, così come le gemelle Hilde e Helga del titolo, non hanno volutamente grande profondità psicologica, ma riflettono proprio - con varie sfumature - quella mediocrità, quell'opportunismo quell'adesione conformistica a un sistema di valori della maggioranza nella quale a tratti ci si può pure riconoscere, fino a sentirsi se non colpevoli almeno non innocenti. In questo senso la canzone di Gaber “il conformista” mi sembra perfetta come colonna sonora http://youtu.be/RxhwMqikj7w
Quando penso al nazismo, mi vengono in mente i suoi aspetti più eclatanti: i campi di concentramento, i gerarchi, gli esperimenti, le vittime, le fughe disperate. Giorgio Falco sceglie, invece, di raccontarci il nazismo da un'altro punto di vista, quello di una famiglia qualsiasi.
La famiglia H è una saga familiare, è la storia della famiglia Hinner nell'arco di tre generazioni, dalla Germania nazista appunto fino all'Italia contemporanea. La loro storia inizia a Bockburg, una cittadina bavarese fittizia, dove Hans Hinner diventa nazista prima ancora che sia 'di moda', non per convinzione ideologica quanto, probabilmente, per il suo acuto senso degli affari: Hans è infatti un'opportunista, e non solo cavalca l'onda del nazismo per diventare una persona di peso, ma approfitta anche della deportazione dei vicini di casa ebrei per acquistare la loro casa per un tozzo di pane e rivenderla a prezzo più che pieno, speculandoci. Il suo opportunismo lo accompagna fino in Italia, prima a Merano dove sposta tutti i suoi soldi, poi a Rimini dove acquista un albergo prevedendo un'opportunità commerciale che si rivelerà reale.
L'opportunismo e il consumismo (eventi travestiti da soldi) sono il letimotiv di questo romanzo, il filo che unisce il nazismo alla nascita dei primi centri commerciali al turismo di massa sulla riviera. Hans Hinner abbandona la Germania nazista cancellandone il ricordo, si inventa una nuova vita, approfitta delle opportunità che la vita gli presenta, senza porsi problemi di morale: in fin dei conti cosa avrà mai fatto? Niente di grave, è vero. Il senso di colpa è infatti sottilissimo, e ignorato. E replicato, nella figura di Helga, una delle due gemelle Hinner, quella che incarna la continuità, e infatti a sua volta si rende colpevole di un piccolo gesto. Niente di grave, chiaro. Eppure agghiacciante. E' Giorgio Vasta che dice, "La gemella H collauda un’ipotesi stupefacente: ciò che siamo, le forme del nostro pensiero, il modo in cui viviamo è filiazione diretta delle logiche totalitarie. Il transito dalla guerra alla pace permette un’ulteriore consapevolezza: la messa in torsione dell’etica, il suo sfiguramento proprio del conflitto bellico, non è qualcosa che termina con la fine della guerra ma prosegue in forme più attenuate e diluite, socialmente compatibili."
La storia degli Hinner viene raccontata da Hilde, l'altra gemella. Quella che incarna la deviazione, che non è capace di aderire alla ideologica familiare della sopravvivenza più di quanto sia capace di staccarsene. Sono Hans e Helga le figure forti di questo romanzo, le persone che sopravviveranno a tutto, perché quando è il momento sono in grado di fare quello che è necessario fare per rimanere in vita.
Ho letto questo libro con la sensazione costante che mi stessi perdendo qualcosa, e anche dopo averlo terminato e “lasciato un po’ li” la situazione permane. E’ complicato nella struttura, complicato nella scrittura, complicato nel pensiero che sta dietro. E io non sono sicuro di aver pienamente compreso scrittura, struttura e pensiero. Fatta questa premessa, è un libro molto originale, scritto molto bene, con una sensibilità fuori dal comune, che avevo già conosciuto in “L’ubicazione del bene”. Mi piace la distanza che Falco prende dai suoi personaggi, non è quella di un puro narratore asettico, né quella di un dio creatore che vive tramite i suoi caratteri. E’ una distanza che media il distacco con l’interesse e la partecipazione, quasi una “pietà” per la vicenda umana.
E' romanzo semi-storico (nella nota l'Autore ammette di aver compito alcune forzature a fini narrativi) dalla trama sorprendentemente semplice e scritto con uno stile verboso che può non piacere e sembrare esercizio di stile fine a se stesso, ma che invece rende la narrazione personalissima e consente di ottenere un quadro fine e dettagliato degli eventi e dell'emotività dei personaggi. Il nazismo ed il fascismo sono visti, più che sotto l'aspetto etico-politico, come cinici strumenti di accaparramento violento di merci e denaro. Il tema dell'arricchimento è sempre presente anche nelle vicende del dopoguerra. Lo si può considerare un romanzo sulla memoria, dove molti personaggi seppelliscono il fardello del passato e scelgono la facile via dell'oblio. Fa eccezione la protagonista Hilde, la gemella del titolo, che vede il male ma è incapace di reagire, e questo sarà il peso morale della sua intera esistenza. Con la mia solita pedanteria ho riscontrato tre perdonabili inesattezze storico-temporali: la telecamera nel 1936 (sarà stata una cinepresa); la penicillina nel 1940 (entrata in uso nel 1942); gli attraversamenti pedonali nel 1951 (sono stati normati dal Codice della strada nel 1992).
Tutto tell, quasi per nulla show. Ma non è questo il problema, altrimenti dovrei dire lo stesso a proposito del più recente 4 3 2 1 di Auster, che invece reputo un ottimo libro. Il problema, qui, è la noia. In molte parti non si prova empatia verso nessuno e intanto la storia prosegue, con dettagli insignificanti. L'intento era di ricostruire un certo periodo storico dal punto di vista di una famiglia tedesca migrata in Italia, ma spesso il lavoro di ricostruzione affonda perché non sorretto da un impianto narrativo efficace. In due parole: che palle.
Storia interessante e frasi mirabili si perdono in uno stile narrativo ridondante, fra descrizioni, nomi, similitudini e metafore ripetuti fino allo sfinimento. Una lettura che a tratti ti incolla alle pagine, a tratti ti sfianca. Hitler non era vegetariano.
E lei, dottor Hinner, di cosa si occupava in Germania? Mi occupavo di nazismo, qualcuno desidera ancora un po’ di tagliatelle?
Il male è banale perché finisce per mimetizzarsi nella quotidianità, si produce sospinto dai desideri di oggetti, automobili, case, vacanze, corpi perfetti ed assume le forme rassicuranti della merce, sostituisce le vecchie dittature con la nuova dittatura del mercato. In questa si sopiscono gli scontri di classe giacché quello cui tutti aspirano è la medietà borghese fatta di grandi magazzini, alberghi al mare, appartamenti moderni, cibi resi meno prosaici dall'alibi di un rivestimento artistico. Un'analisi, che si direbbe pasoliniana, della nostra società fascistizzata dalla dittatura della merce e antropologicamente mutata da questa, sottende la storia delle due gemelle, Hilde ed Helga, dall'infanzia berlinese alla vita adulta tra Merano e Milano. Le accompagna il cane Blondie, che replica se stesso, suggerendo simbolicamente la persistenza di una colpa originaria. Ciò che è bellissimo del romanzo è come lo scrittore restituisca il passato attraverso gli oggetti che lo componevano. Spesso anzi usa una tecnica enumerativa per elencare capi di abbigliamento, nomi di cavalli, oggetti della vita quotidiana che ricmpongono un'epoca nello stesso tempo mostrando che "succede nelle dittature e nelle democrazie, la quotidianità prende il sopravvento come una forma ottusa di rimozione, di difesa, e suggerisce la vita".
A psychological profile of German-Italian Family across the tumultuous time of fascism, nationalism, and re-birth that encompassed the lead up to WWII, WWII itself, and the aftermath. Told through the eyes of the twin daughters Hilde and Helga, it is the story of many an average German or Italian Family who supported their countries' ill-fated leaders and their policies and how the preoccupations of daily lives over-rode the changing times and winds of ideologies. The individual complexities of personalities, fateful decisions taken for individual or family gain affect the lives and happiness (with both positive and negative outcomes) as much as does the the teutonic plate movements associated with war and defeat in the surrounding environment of this Family.
La storia della famiglia Hinner che si intreccia con la Storia. La necessità dell'oblio per non soccombere al senso di colpa. La vita quotidiana come progressivo accumulo di cose e denaro. In questo contesto si inserisce la vita di Hilde, gemella anticonformista ma non abbastanza per affrancarsi dalla vita decisa per lei dal padre. Il libro mi è stato consigliato da un amico ed è stato una bella scoperta. Assolutamente consigliato.
Non mi è piaciuto. Seppur la trama sia buona, con spunti ottimi e l'autore stesso è convinto di quello che ha scritto l'ho trovato estremamente noioso. La narrazione è lenta, ridondata; non a caso ho impiegato la bellezza disieci giorni per terminare solo 350 pagine. Deludente.