L’Autobiogrammatica che avete tra le mani è un gioco sorprendente e vertiginoso: il racconto di un’esistenza – unica e comune – come la storia di un linguaggio. Esiste un legame segreto tra le due linee sinuose lungo cui si snoda la nostra vita: da una parte l’apprendistato dell’alfabeto, dei nomi, del lessico famigliare, dell’insulto, dello scherzo, delle lingue straniere, dei codici segreti, della poesia; dall’altra l’invadente amore per i genitori, la scuola che è un viaggio nell’ignoto, le seduzioni e dilazioni dell’amicizia e del desiderio, la contrattazione di un posto nel mondo – in un’Italia in cui regnano il privilegio, il pregiudizio, la violenza politica e privata. Tommaso Giartosio traccia tutti i legami che connettono questa doppia elica, e sa che imbarcarsi in un’impresa del genere significa chiedersi: quali lettere hanno il sapore dello zucchero sulle nostre labbra, e da dove nasce questo godimento? Qual è l’abbecedario dei nostri amori? Quali parole racchiudono le nostre paure? La lingua come origine della coscienza e del mondo, genealogia degli affetti, identità e disidentità, filtro per lo sguardo, sola possibilità di dare un senso a ciò che abbiamo vissuto.
Penso basti questo per capire cos'è questa sorta di Lessico familiare su cui si avvita Giratosio per abbondanti 400 pagine. Scrive bene? Scrive bene, certo, ma l'eccessiva verbosità e alcune trovare letterarie mi sono sembrate un enorme limite.
Mi piace leggere le Classifiche di qualità che pubblica l'Indiscreto perché ci trovo sempre un sacco di roba non mainstream che mi incuriosisce e che, spesso, mi fa scoprire ottimi libri. Ma a sto giro non sono per niente convinta. Lasciamo stare la sua presenza nella dozzina dello Strega. E poi non ci hanno messo Rossari che ha scritto forse l'unico libro degno di nota dell'anno, libro stupendo, chissà quanto ha venduto.
Scrivo seduta in giardino, oggi giornata assolata e primaverile, ogni tanto interrompo per continuare i lavori che sto facendo (erbacce, potare, tagliare, bagnare, aggiungere del ferro alle ortensie) e penso a quello che voglio scrivere, cerco di non essere troppo cattiva, mi confido con il giardino, ma, ugualmente, il mio giudizio non è dei migliori.
Disclaimer: prosegue la lettura random #CacciaalleStreghe, ovvero di titoli che ispirano presi dalla 82ina (sic) dei candidati alla longlist del Premio Strega, lodevole iniziativa di Krodi, senza la quale non avrei motivo, se non il ricatto, di leggere dei potenziali ombelical-italici. Ogni tanto va male (vedi Rossari e Giartosio), ogni tanto va bene (vedi Ricci e Bravi).
Giarty sfoggia una funambolica capacità di gestire le parole: il primo capitolo affascina, il secondo intriga, il terzo interessa, poi inizia a diventare pesante (come la glassa di pasta di mandorle sulla cassata alla siciliana), poi fastidioso (come l'aggiunta di crema chantilly), poi eccessivo (come una sour cream messa a fare da contorno), poi decisamente indigesto (come due knodel al sugo di cinghiale in cima alla cassata). Da metà in poi, ha prevalso il lodo #Stregatitti, ovvero per i libri che leggo solo perchè sono nella longlist dello Strega, se non mi prendono, posso o abbandonare o usare il metodo salta-il-fosso. Ho usato il secondo, ho perso il conto dei leziosismi utilizzati e delle citazioni, dei ripescaggi della memoria, dei citazionismi multilingue*, dell'intreccio ombelical-italico. Ecco, più che ombelicale, questo testo è un ombelico abissale, un ombelico sprofondato nell'abisso, un abisso di ombelichi.
*le tante (TANTISSIME) citazioni multilingua sono comprensibili (e godibili) solo ai membri famigliari** (e presumo che anche per loro siano godibili quanto i ricordi del prozio Gianalberto sulla seconda guerra mondiale vista dalla culletta neonatale infiocchettata di pizzi a tombolo, situata nella villa di famiglia su un lago svizzero a scelta, per il partner del bisnipote di estrazione sociale media, senza ascendenze tra la regia borghesia piemontesa o il nobilume romano).
**Darei tutta la colpa alla Ginzburg, e ai suoi sgarabossi, ma temo che sia un italico vezzo.
Resisto alla tentazione di togliere una ulteriore stella e lasciarlo a * perchè qua e là qualcosa di interessante c'era (il padre generale che acquista quaderni e matite mi ha fatto tenerezza)
Un libro che scoraggia il lettore sin dalle prime pagine. Difficile, a volte cervellotico, la tentazione di mollarlo si presenta più volte. Eppure per chi arriva fino in fondo, per chi prosegue nella lunga marcia fino alla fine schiude una bellezza dura, spigolosa che ti restituisce il senso delle parole su cui si struttura questa complessa grammatica autobiografica, anzi ombelicale: il rapporto col padre, con la madre, l'omosessualità mai esplicitamente raccontata, i conti da fare con il passato fascista dei propri nonni, una radice problematica che l'autore attraversa non senza dolore
Penso che l'idea dell'autore sia quella di ripercorrere la propria vita attraverso l'evoluzione delle parole e del gergo usato, proponendosi come una sorta di moderno e reinterpretato "Lessico famigliare". A me questo libro non è arrivato, l'ho trovato verboso e pesante, tanto da dover saltare delle parti. Noioso e artificioso, alle volte mi ha dato l'impressione che la scelta di vocaboli arzigogolati e sopra le righe sia stata eccessivamente forzata, come a dire "guardate che padronanza incredibile della lingua". Sarà un mio limite, ma per seguire il filo del discorso dovevo concentrarmi tanto da arrivare a fine capitolo senza che mi lasciasse niente. Non lo consiglio.
Descrivere la propria vita in relazione al linguaggio, all'alfabeto,all'etimologia e alla letteratura sarà pure originale ma per me estremamente noioso.
Interessante per me solo per citazioni e riferimenti storici e letterari.
Forse ho fatto male a leggerlo in un periodo denso di roba per me, ma a parte un inizio promettente per il resto non mi ha preso. Ma forse è colpa mia: spiaze, come direbbe il buon Inzaghi
Lettura bella ed era inaspettato che fosse così godibile. Un’autobiografia dei primi anni dell’autore seguendo il filo del suo linguaggio, della sue ossessioni linguistiche e grafiche e della sua erudizione. L’universale che si scopre da una personalissima esistenza.
Raramente mi sono annoiata così tanto leggendo un... romanzo? biografia? autobiografia? flusso di coscienza? Boh. Per la prima volta nella mia vita, invece di non vedere l'ora di chiudere le incombenze della giornata per dedicarmi all'amata lettura, ho procrastinato, arrivando al punto di mettermi a giocare col cellulare. 400 e passa pagine di circumnavigazione dell'ombelico dell'autore, che a dispetto del suo dire tutto non dice proprio niente, né su se stesso né sulla sua incombente famiglia, e, soprattutto, non mostra alcuna crescita, alcuna evoluzione. Perché due stelline al posto di una (qui sopra zero non se ne possono dare)? Perché in mezzo all'asfissiante lessico famigliare ho trovato un paio di espressioni della mia infanzia, e perché a furia di citazioni ho ricavato i titoli per un paio di nuove letture.
Lo indico come letto solo perché ho letto la prima metà due volte per un esame, finalmente non ce la faccio a portare questo testo disgustamente autoindulgente all’esame e non voglio che queste 500 pagine INSOPPORTABILI lette DUE VOLTE DIOCA non contino verso la mia reading challenge 2025.
Il concetto di base era tra le mie cose preferite in questo mondo - il rapporto tra la lingua e il linguaggio e il lessico e il proprio vissuto. Ma completamente rovinato. Ero bloccata proprio dalla possibilità di dare l’esame perché questo libro mi faceva salire un ribrezzo. Non potrei essere più contenta di essermi tolta questa relazione tossica dal mio piano di studio.
Un libro che, immagino, sia stata una sfida molto ardua per l’autore: ricostruire la sua fase giovanile e giovane adulta solo attraverso il linguaggio nasconde tante di quelle difficoltà che non si contano. Il vedere la propria vita attraverso un elemento così pervasivo e inintelligibile come il linguaggio ci permette di collegare i “puntini” delle nostre tappe di vita, di conoscerci profondamente, di conoscere la realtà che ci circonda. Un viaggio attraverso la famiglia, la predilezione per gli animali, la scuola, le amicizie, la scoperta dell’io. Un libro verboso, un po’ cervellotico: non facile da finire. Encomiabile la precisione nella scelta esatta delle parole per ogni minimo dettaglio (ho scoperto un sacco di termini che non conoscevo). Il capitolo sulla madre ammazza di pianti.
21\2024 Che fatica! Ho portato a termine questo libro solo per il mio principio che se inizio una cosa la devo necessariamente finire e anche per i 19€ spesi. Dal mio punto di vista si tratta di un seggio, genere che non apprezzo, sulla lingua e linguaggio camuffato da biografia romanzo dei primi venti anni dell'autore. Lo stile eccessivamente ricercato me lo ha reso molto artificiale e spesso mi sono trovato d'accordo con l'espressione che usa la madre dell'autore "Parole in libertà". Troppo incentrato sull'estetica della parola che sul contenuto. è candidato al premio Strega 2024 credo più per una questione stilistica che per ragioni di contenuto.
Un libro difficile, sono stato quasi sul punto di mollarlo. Giartosio scrive benissimo, ma a volte risulta verboso e pedante. Quando però imbrocca il rivo carsico giusto is a feast for the eyes (tutta la storia di salvolima, e i racconti con Riccardo sulla omosessualità velata e mai palesata, il fascismo mal celato dei Nonni). Un po' Lessico Famigliare (che io ho amodiato) e anche Grammatica della Fantasia, con 150-200 pagine in meno sarebbe stato un piccolo capolavoro.
Siamo cateratte di parole. E ogni parola che ci affiora alla mente o alla bocca, anche quella che abbiamo deliberato con la massima attenzione, a ripensarci ci spiazza. Ogni parola a guardarla bene sembra un po’ esorbitante: tanto è seghettato o lobato il suo esserci, tanto irriducibile al suo mero significato, come pure al sottile reticolato del silenzio. (Citazione)
Ho apprezzato molto la capacità dell'autore di raccontarsi e di fare memoria di ciò che ha vissuto, ma ho trovato un po' troppo esteso il tutto. Forse per rendere il libro un po' più "digeribile" avrebbe dovuto svuotarlo di aggettivi e arricchimenti non necessari. Sarebbe magari interessante da leggere e studiare per chi studia linguistica!
Questo libro è una fluttuazione quantistica fra il vuoto e il narcisismo. Questo è un libro modesto, aggettivo odiato dal narratore. Questo libro merita comunque il disonore di finire nella mia cartella "Pessimi".
Non semplice, non scorrevole. Decisamente profondo se non ci si perde d'animo nel leggerlo. Parole familiare a cui non prestiamo attenzione, non volgiamo interesse nel quotidiano.
Sono riuscito a finirlo, nonostante avessi deciso di chiuderlo a pag 240 ma imperterrito ho continuato. Se dovessi definirlo con due aggettivi questi sarebbero: pesante e interessante. L’ho trovato eccessivamente lungo e scritto in maniera spesso astrusa ma con degli sprazzi molto interessanti di riflessione sulla lingua, a partire dal “salvolima” iniziale e passando per il lessico famigliare e genitoriale soprattutto.
"Parlare delle cose non solo non le fa esistere, ma (almeno nele parole stesse) le fa non-esistere. Per questo possiamo par- lare anche di ciò di cui non abbiamo esperienza: vampiri, angeli, apocalissi."
"La fabbrica degli eufemismi lavora a pieno ritmo: è una prova di fiducia nel linguaggio, o di timore del suo potere?"
"Sembrerà paradossale scriverlo qui, ma il passato, ormai l'ho capito, non esiste; e il futuro nemmeno. Esiste solo, tra le Marianne del tempo tascorso e l'Himalaya dell'avvenire, il bagnasciuga dell'ora: la voce di quest onda, la parola che stai leggendo"
"Non vero che il primo passo e il più difficile: è solo il più facile da rimandare."
"Il fatto è che chi sente con forza la presenza del linguaggio nella sua vita lo sente come mistero e al tempo stesso come verità"
"Immutabile è solo il duro confrontarsi con ciò che senti immutabile"
"[...] noi pensiamo la memoria come una linea che diventa sempre più esigua man mano che si allontana, ma in realtà è tutt'altro, è una biblioteca in cui sono conservati (ne sono certo) tutti i giorni della nostra vita, ugualmente presenti, e ogni giorno ci troviamo ciò che dobbiamo trovare."