Ho letto romanzi più belli di questa grande scrittrice, ma anche questo , pur non essendo un capolavoro, rivela la grande penna. Una storia al maschile. la vita di un inetto sveviano Cristophe, che vive appunto come una pedina, subisce la vita, si annoia, vorrebbe essere altrove. Aspetta che il padre muoia, aspetta che la moglie esca di casa, aspetta di vivere. Finché gli arriva un’eredità ( non in soldi) che lo mette di fronte alla decisione da prendere: divento protagonista della mia vita? Un finale scioccante.
Non il migliore dei romanzi dell’autrice, ma comunque pieno di grandi spunti. Va a indagare la vita dell’inetto, figlio di un grande investitore che non condivide la passione del padre e fino all’ultimo rimane oscurato dalla sua ombra. É un ottimo esempio di alienazione sul lavoro da scrivania, rispetto al proprio matrimonio e, in parte, anche all’amore… in sintesi, un’alimentazione rispetto alla propria vita in sé. Per un lettore italiano il riferimento non può che essere Svevo, ma a differenza di Zeno, Christophe pur capendo la malattia della società e l’assurdità della vita vissuta al di fuori del proprio vivere autentico (per quanto ogni tanto anche questo possa risultare macchinoso, un normale e banale fattore di quotidianità), non riesce a ribellarsi pienamente alla sua sorte. Certo ci sono due tentativi importanti, all’ultimo, di ribellione nei confronti della condizione da impiegato e della sua stessa vita, ma la conclusione è comunque la morte di una vita spesa senza esprimere o scovare la propria volontà. Si può scegliere di smettere di giocare a scacchi, pur non abbandonando la partita?