Poesie essenziali eppure misteriose, aperte al mondo nella loro impenetrabilità, perfette per accompagnare l'attimo piú fugace e fragile dell'esistenza, sospeso tra l'infanzia e l'età adulta, tra il selvatico e l'addomesticato, in cui si vuole urlare tutto ma niente è mai chiaro.
La poesia è qualcosa che fanno i morti, sembrano spesso pensare i giovani. Eppure sono proprio loro quelli piú affamati di poesia, quelli che possono accogliere la densità poetica con il cuore davvero spalancato. E questa silloge di Mariangela Gualtieri, che mai ha smesso di essere ragazza ardente, si compone delle poesie che lei stessa ha immaginato poter risuonare piú forti nelle loro anime spaesate, sole e assetate di vertigine. Dentro ci sono i suoi componimenti che piú bruciano, che parola dopo parola incidono solchi nella carne viva di ogni lettore, e che ne hanno fatto una delle poetesse piú lette e amate d'Italia; la poetessa che meglio può arrivare a toccare i sentimenti di chi attraversa quella stagione della vita in cui ogni cosa pare brillare di un amore piú intenso e piú vero.
Mariangela Gualtieri è nata a Cesena nel 1951. Si laurea in architettura allo IUAV di Venezia e nel 1983 ha fondato, insieme a Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga.
Ha pubblicato alcune raccolte di versi, fra le quali Antenata (Crocetti 1992), Fuoco centrale (Einaudi 2003), Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006), Bestia di gioia (Einaudi 2010) e Caino (Einaudi 2011).
Sento il tuo disordine e lo comparo al mio. C’è somiglianza, C’è lo stesso slabbro di ferite identiche. C’è tutta la voglia di un passo largo in una terra sgombra che non troviamo. Sento il tuo respiro schiacciato lo sento somigliante ti sento piano morire come me che non controllo l’accensione del sangue. Anch’io cerco una libertà che mi sbandieri, una falcata perfetta, uno stacco d’uccello dal suo ramo, quando si butta improvviso e poi plana. ❤️
se c'è una sete che ci ammala se c'è un sorso per chi ha sete se davvero davvero muove il sole se muove il sole e l'altre stelle se la sua gran potenza, sua gran potenza d'antico Amor, se il nostro cuore è immenso se il nostro cuore talvolta è immenso, se siamo polverine allo sbaraglio, catenelle smagliate, se se se
benedico ogni centimetro d'Amore ogni minima scheggia d'Amore ogni venatura o mulinello d'Amore ogni tavola e letto d'Amore
l'Amore benedico che d'ognuno di noi alla catena fa carne che risplende
Amore che sei il mio destino insegnami che tutto fallirà se non mi inchino alla tua benedizione.
Questo libro l’ho trovato per caso, seguendo il mio intuito, in una libreria mentre stavo in giro con dei miei amici dell’università post pranzo. Ho trovato Lui, ho riconosciuto l’autrice, ho svogliato le pagine e ho riconosciuto la Mia poesia.
Un mio caro amico mi ha vista nella gioia di aver trovato questo libro e me l’ha voluto regalare.
E quello che ho letto è stato uno specchio della mia anima.
Oh, Bello Mondo, per me non sei una semplice raccolta di poesie. Sei stato un viaggio catartico, una commozione senza fine. Sei stato un regalo divino, simbolo di amicizia. Sei stato gli occhi della me bambina e lo scrigno delle mie più grandi emozioni.
Ho scritto mentre leggevo, ho disegnato ai bordi, ho pianto, ho riso, mi sono commossa, ho abbracciato questo libro portandolo al mio cuoricino. L’ho amato tanto.
Grazie.
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“lo guardo spesso il cielo. Lo guardo di mattino nelle ore di luce e tutto il cielo s'attacca agli occhi e viene a bere, e io a lui mi attacco, come un vegetale che si mangia la luce.”
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“In quest'ora della sera, da questo punto del mondo ringraziare desidero il divino labirinto delle cause e degli effetti per la diversità delle creature che compongono questo universo singolare ringraziare desidero per l'amore, che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità, per il pane e il sale per il mistero della rosa che prodiga colore e non lo vede per l'arte dell'amicizia per l'ultima giornata di Socrate per il linguaggio, che può simulare la sapienza io ringraziare desidero per il coraggio e la felicità degli altri per la patria sentita nei gelsomini e per lo splendore del fuoco che nessun umano può guardare senza uno stupore antico e per il mare che è il piú vicino e il piú dolce fra tutti gli Dai ringraziare desidero perché sono tornate le lucciole e per noi per quando siamo ardenti e leggeri per quando siamo allegri e grati […]”
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“Cari cuccioli, vi ho guardato a lungo. Ero lì nascosta nel buio e vi guardavo giocare, nascosta nel buio come una carogna, come una spia che studia il nemico, come un ladro che aspetta il momento buono come un terrorista che guarda a distanza e fa i suoi piani d’innesco. Io vi guardavo ammutolita, intenerita da voi, cari cuccioli della mia specie, e poi anche disgustata da voi che eravate lì inermi a un palmo dal mio naso. Siete indeboliti cuccioli. Siete spaventati e soli. Siete avidi. Siete sazi. Siete svuotati. Sfiniti siete. Siete vinti. Io vi guardavo da una quasi nausea, da tutto quel buio: ricordavo un’antica infelicità d’infanzia, un’antica paura. ricordavo bene quell’essere fra gli altri, spersa, sola. La mia paura me la ricordavo, guardando la vostra. Ricordavo bene il mio sguardo, come se lo avessi sempre visto da fuori: sbigottito, quasi non ci credevo d’essere in questo mondo, non me lo spiegavo, il mondo, non mi raccapezzavo. Come precipitata ero, dalle altezza caduta molto giù, molto di lato, nel mondo degli uomini e delle donne. Nel mondo delle case di mattoni. Nel mondo dove si lavora e si mangia e si dorme e si fa la cacca ogni giorno e ogni giorno si fa la pipì tante di quelle volte e si mangia e si dorme e ci si lava la faccia. Da dentro quello sguardo, chiusa lì dentro nella mia fortezza io guardavo il mondo dei grandi e provavo una grande pietà. Io li sentivo che piangevano dentro. Sentivo che non ce la facevano. Li sentivo gridare dentro. Con muri dentro, con scarafaggi e muffe, dentro. E un giorno, quando ero molto piccola, ho fatto un giuramento, un giuramento infante, senza le parole, ma chiarissimo e sonante: io me li prendo tutti nel petto e li scampo, li porto in salvo. Ho giurato così, senza dire neanche una di queste parole, ma con tutte queste parole più forti cento volte. Nel mio letto, vicino al grande armadio con lo specchio, fra le sponde altre di legno, con la sorella vicina che tossiva, giuravo forse ogni notte, per quella tosse, per la faccia stanca del mio babbo, e per tutte le facce dei grandi, coi loro segni come di grande pena. Una bambina nel suo letto ha fatto il giuramento, recitato la formula che salva, forse ha vinto sulla morte e sul mondo. Aspettavo il giorno in cui mi avrebbero detto il grande segreto. Sentivo, lo sapevo, che dietro al loro non dire niente si nascondeva la grande verità. Sentivo, lo sapevo, che loro sapevano tutto quello che io non sapevo. Sentivo che un giorno me lo avrebbero detto e io avrei capito il mondo e non avrei sofferto come loro, perché loro stavano già soffrendo anche per me. Sentivo e aspettavo. Poi molto piano, molto in ritardo, molto piano, millimetro dopo millimetro, in un lavorio di tic tac e minuti molto piccoli, piano piano, sono passata di là, sono caduta del tutto nel mondo, appiattita, schiacciata al suolo in un lento atterraggio. Adesso, cari cuccioli, io sono grande. Sono molto grande. Sono quello che mai e poi mai avrei voluto essere: una persona grande. Adesso io sono dei loro. Adesso lontanissima sono dai miei favolosi sette anni, quando ero un genio buono, uscito da poco dalla lampada, e un filosofo ero, ma senza le parole, un grandioso poeta analfabeta, un artista senz’arte. Adesso da qui, da questo esilio duro, da questo corpo con peso, da questa mente complicata, da questa mente ingombrante, da qui, da questo buio che è tutto il mio, da qui vi guardo, adorandovi. Vi chiedo aiuto. Una parte di me vi supplica, vi implora, vi chiede aiuto e aiuto. Adesso tocca a voi salvarmi, fare il giuramento. Potrete? Ci riuscirete? Mi sentite? Sentite? Dicono che siete rotti. Siete sazi, dicono. Corrotti. Rovinati siete, come tutto il resto. Anche voi nella lista lunga delle perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio, il pudore… Anche voi. Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e troppo stanchi per l’infanzia. Scarichi. Vuoti. Allora adesso imparate. Imparate l’odore dei nemici potenti. Sbranate, cuccioli, le loro mani piene. Scassate le loro tane come galere. Sputare sui loro piatti. incendiate le stanze gonfie di giocattoli, scappate, morsicate, tirate pietre sui televisori, scalciate, spaccate questo micidiale nostro sogno, l’inesauribile bisogno di confort, fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci per aver fatto di voi le nostre miniature, per avervi disinnescati, resi innocui, per non avervi ascoltati, nel vostro sommo sapere. Voi che eravate le porte del regno dei cieli e chi non passava da voi non passava, voi che eravate purissima gioia, voi che eravate noi bloccati nella più grande bellezza, voi che somigliavate ai cuccioli degli altri animali, voi che capivate lo splendore misterioso degli animali, voi che dormivate un sonno perfetto e benedetto, voi che vi svegliavate ridendo, voi che facevate balletti strepitosi. Voi, nostre divintà domestiche. Nascete ancora, cuccioli. Restate. Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate. Siate.”
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E, infine, devo citare, per commemorare la me bambina e la donna che sono oggi, la mia poesia:
“Bambina mia, Per te avrei dato tutti i giardini del mio regno, se fossi stata regina, fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma. Tutto il regno per te. E invece ti lascio baracche e spine, polveri pesanti su tutto lo scenario battiti molto forti palpebre cucite tutto intorno. Ira nelle periferie della specie. E al centro, ira. Ma tu non credere a chi dipinge l’umano come una bestia zoppa e questo mondo come una palla alla fine. Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e di sangue. Lo fa perchè è facile farlo. Noi siamo solo confusi,credi. Ma sentiamo. Sentiamo ancora. Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci di amare qualcosa. Ancora proviamo pietà. Tocca a te,ora, a te tocca la lavatura di queste croste delle cortecce vive. C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto. Io ora lo vedo di piu’. C’è splendore. Non avere paura. Ciao faccia bella, gioia piu’ grande. L’amore è il tuo destino. Sempre. Nient’altro. Nient’altro. Nient’altro.”
“Questo giorno che ho perso e che non ha fruttato se non una mestizia, il puntiglio del suo modesto mucchio di faccende. Questo giorno che ho perso ed ero nell'esilio dentro panni che non erano i miei e scarpe che mi disagiavano e tasche che non riconoscevo e correvo correvo puntuale senza neanche un dono per nessuno. Solo un vuoto, corto respirare. A conferma che nel disamore il fare anche se fai resta non fatto”.
La poesia non conosce leggerezza. Una raccolta-florilegio che è solo un assaggio, un inno alla gioia intonato per i fiori, per i cuccioli della nostra specie. Una promessa per il prigioniero che soffre murato in ciascuno di noi, parole vere per tenerlo zitto almeno per oggi…
“Procedi piano. Lascia che la mano esegua il fragile dettato. Abbi fede in quel niente che viene - quel niente che succede. Non prendere la parola. Lascia sia lei da sola. Diventa tu la preda. Sia lei che ti cattura.”
Leggete Mariangela Gualtieri. Le sue poesie ti prendono dentro e non ti lasciano più. Ti parlano di noi, del nostro mondo, dei nostri affetti, delle nostre relazioni. Lucidamente, con una semplicità sconcertante. Ma ogni parola è pensata e soppesata, mai usata "a caso", mai buttata lì per comodità. Un piccolo libro, florilegio di tanti suoi lavori. Uno scrigno prezioso da leggere e rileggere anche per capire il nostro posto nel mondo. Leggete Mariangela Gualtieri, non ne rimarrete delusi.
La Gualtieri scrive delle preghiere. Esprime dei desideri, dei vissuti. Si racconta e ci racconta, comprende, elogia, descrive. É vera e delicata. Mi é piaciuto tantissimo.
3.75 stelle. Non conoscevo né l'autrice né questo genere di poesia. All'inizio è stato strano leggere poesie non in metrica e molto libere, alcune ho dovuto rileggerle più volte per afferrarle, visto che alcune le ho trovate molto criptiche... Altre non le ho proprio capite e non so se mai le capirò. In generale ho trovato la poesia di Gualtieri molto simile alla prosa, e non mi ha stupito trovare riferimenti al teatro a fine volume. Anzi, ciò mi ha spiegato forse un po' meglio questa raccolta, siccome secondo il mio modesto parere nella poesia di Gualtieri è possibile scorgere reminescenze del teatro. Alla prossima rilettura proverò a leggerle ad alta voce, se è come credo di aver intuito sarà molto meglio. La cosa importante è che molti passaggi mi sono arrivati, ho copiato pagine e pagine nel mio quaderno, riempiendolo di estratti che mi sono arrivati dritti al cuore. Alla fine credo che la cosa bella della poesia sia proprio questo: a volte non serve capire tutto tutto affinché una poesia ci lasci qualcosa, anche solo un breve passaggio può aiutare a capire meglio noi stessi e il mondo. Quindi nonostante tutto l'esperienza di lettura è stata positiva.
Mariangela Gualtieri, da "Paesaggio con fratello rotto"
Bambina mia, per te avrei dato tutti i giardini del mio regno, se fossi stata regina, fino all'ultima rosa, fino all'ultima piuma. Tutto il regno per te.
Ti lascio invece baracche e spine, polveri pesanti su tutto lo scenario battiti molto forti palpebre cucite tutto intorno. Ora nelle periferie della specie. E al centro ira.
Ma tu non credere a chi dipinge l'umano come una bestia zoppa e questo mondo come una palla alla fine. Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e di sangue. Lo fa perché è facile farlo.
Noi siamo solo confusi, credi. Ma sentiamo. Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci di amare qualcosa. Ancora proviamo pietà.
Tocca a te, ora, a te tocca la lavatura di queste croste, delle corteccia vive.
C'è splendore in ogni cosa. Io l'ho visto. Io ora lo vedo di più. C'è splendore. Non avere paura.
Ciao faccia bella, gioia più grande. Il tuo destino è l'amore. Sempre. Nient'altro. Nient'altro. Nient'altro.
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trabalhoso fazer a leitura de poemas - com frequentes metáforas e sinônimos - em outra língua, principalmente uma que eu não estudei com tanto afinco. mas esse livrinho aqui me encheu de vontade de superar a barreira da linguagem e me fez questionar o monopólio da beleza que a língua portuguesa ocupa no meu coraçãozinho. que coisa mais linda que é o italiano 🥹❤️ - ou talvez seja apenas a beleza dos poemas, em qualquer língua ou país.
“Tre lettere da Paesaggio con fratello rotto” me fez chorar.
Que versos tan bonitos que me recomendó una señora en una librería de Florencia. Mariangela te envuelve en una poesía de amor con la naturaleza, el mundo y los animales, digamos que es un poemario que da las gracias por poder vivir.
Una raccolta che nasce dal contatto con i giovani, ma per chi, come me, ha una certa età è piena di risonanze, direi intuitiva nel legame che racconta. Come sempre, imperdibile Gualtieri.
Me empezó gustando bastante, pero pasa a ser demasiado repetitivo (sé que no he aprendido italiano en 80 pags, y al final podía leer prácticamente del tirón)
Mariangela Gualtieri parla alla fragilità che ci portiamo dentro e lo fa partendo dal cuore delle cose, della natura, del mondo che è difficile, illogico, ma sempre bello. Solo per cuori forti.
Cosa di può dire di Mariangela Gualtieri se non che è una penna di straordinaria grandezza? Leggerla è come essere investiti in pieno da un uragano. Bisogna essere pronti, anche a versare ogni lacrima, anche a sentire l’uncino che ti scava dentro, prima della gioia della purificazione. Leggere Gualtieri è un’esperienza totalizzante. Fatevi questo regalo. • “Solo un vuoto, corto respirare. A conferma che nel disamore il fare anche se fai resta non fatto.”