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La vita in tempo di pace

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L’ingegner Ivo Brandani è sempre vissuto in tempo di pace. Quando il libro comincia, il 29 maggio 2015, Ivo ha sessantanove anni, è disilluso, arrabbiato, morbosamente attaccato alla vita. Lavora per conto di una multinazionale a un progetto segreto e sconcertante, la ricostruzione in materiali sintetici della barriera corallina del Mar Rosso: quella vera sta morendo per l’inquinamento atmosferico.
Nel limbo sognante di un viaggio di ritorno dall’Egitto, si ricompongono a ritroso le varie fasi della sua esistenza di piccolo borghese: la decadenza profonda degli anni Duemila, i soprusi e le ipocrisie di un Paese travolto dal servilismo e dalla burocrazia, il sogno illusorio di un luogo incontaminato e incorruttibile, l’Egeo. E poi, ancora indietro nel tempo, le lotte studentesche degli anni Sessanta, la scoperta dell’amore e del sesso, fino ad arrivare al mondo barbarico del dopoguerra, in cui Brandani ha vissuto gli incubi e le sfide della prima infanzia.
Chirurgico e torrenziale, divagante e avvincente, La vita in tempo di pace racconta, dal punto di vista di un antieroe lucidissimo, la storia del nostro Paese e le contraddizioni della nostra borghesia: le debolezze, le aspirazioni, gli slanci e le sporcizie, quel che ci illudevamo di essere e quel che alla fine, nostro malgrado, siamo diventati.

520 pages, Kindle Edition

First published October 3, 2013

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About the author

Francesco Pecoraro

13 books28 followers
Francesco Pecoraro è uno scrittore e poeta italiano. Architetto e urbanista a 62 anni pubblica la raccolta di racconti Dove credi di andare, che si aggiudica il Premio Napoli.
Con La vita in tempo di pace si aggiudica il Premio Viareggio.

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Profile Image for Orsodimondo.
2,466 reviews2,442 followers
November 12, 2021
FESTA DELL’ANNIENTAMENTO

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La luna a Sharm el-Sheik.

Non si può chiamare Tempo di Pace il periodo che va dal 1945 a oggi, dice Pecoraro: il romanzo è ambientato nel 2015, esattamente il 29 maggio 2015, giorno durante il quale il protagonista Ivo Brandani torna a casa, Roma (Città di Dio la chiama sempre), da Sharm el-Sheik, dove sta sovrintendo all’installazione di una nuova barriera corallina artificiale, visto che quella naturale è ormai devastata.

Passa gran parte della giornata nell’aeroporto di Sharm a riavvolgere il film della sua vita: un viaggio a ritroso nel tempo dove i primi ricordi sono quelli più recenti, un capitolo per ogni dieci anni del protagonista, con gli ultimi dedicati agli anni di studi universitari, all’adolescenza e all’infanzia - brevi intermezzi riportano all’oggi, alla sosta in aeroporto - l’epilogo si spinge perfino oltre il concepimento del protagonista, sconfina nel Tempo di Guerra.

A fine giornata Ivo Brandani sale sull’aereo e torna a casa.

In che stato arriva, tralascio di raccontarlo, anche se viene annunciato già nelle prime pagine.

Non si può chiamare Tempo di Pace il tempo che è trascorso dall’ultimo dopoguerra a oggi, dice Pecoraro: perché è Tempo di Guerra, di guerra di tutti contro tutti, quella degli interessi individuali per l’accaparramento di potere e risorse [la citazione è da un’altra opera di Pecoraro, “Questa e altre preistorie”, raccolta di post dal suo blog].
La sensazione netta è che Pecoraro preferisca il Tempo di Guerra, probabilmente perché attraverso la guerra, l’uomo riusciva a conoscersi, a misurarsi.

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Sharm el-Sheik.

Ma in cosa il Tempo di Guerra può essere meglio del Tempo di Pace se il prodotto del primo è quell’uomo tirannico, odioso e odiato, denominato Padre? Un momento bellissimo è quando nel bagno dell’aeroporto, Ivo, prossimo alla fine, si guarda allo specchio e vede affiorare i lineamenti del padre respinto e respingente, lo riconosce in se stesso, nel proprio volto.

‘Padre’ è il padre del protagonista, introdotto sempre con l’iniziale maiuscola, senza l’articolo o con la preposizione semplice.
Abitudine che si ripete nel corso di tutte le 500 pagine: i nomi propri diventano generici, ma introdotti da maiuscole che puntano al mito e alla metafora, appunto come Padre, Madre, Sorella Maggiore, Città di Dio, Città di Mare…
Spariscono spesso gli articoli, e dato che l’edizione non è particolarmente ben rivista, ogni tanto si fa confusione tra quello che l’autore esclude per scelta e quello che invece è saltato per refuso.
Il fatto che Pecoraro si adopra a rendere i luoghi riconoscibili, perfino il quartiere dove cresce a Roma è palesemente individuabile, rende questo giochino molto presto vezzoso.

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La Roma di Pecoraro, in guerra anche in tempo di pace.

Vezzo che comunque toglie davvero poco alla lettura, che è quasi sempre intensa, appassionata, avvolgente, (anche se qualche momento non proprio riuscito viene fuori: per esempio, io ho trovato il capitolo dedicato all’adolescenza come rubato dalla sceneggiatura di “Sapore di mare” dei fratelli Vanzina, non all’altezza del resto di questo libro; e anche la prima parte di quello dedicato all’università, al ’68, la politica, le lotte, mi lascia perplesso…), è quasi sempre lettura incandescente, e a tratti fa tremare le vene dei polsi, inumidisce gli occhi, aggancia il lettore e lo trascina (il prologo dedicato alla caduta di Bisanzio, momento illuminante; il capitolo ‘Monsone’; le lunghe pagine dedicate al mare, grembo al quale ritornare, proprio come a quello di Madre, la mamma; quelle che raccontano la protratta attesa in aeroporto… sì, queste sono le mie preferite).

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Il mare. Non quello di Pecoraro, questo è l’Egeo.

Trascina il lettore nel vortice bilioso di questo protagonista dal nome indimenticabile, l’ingegnere Ivo Brandani, che un po’ per assonanza, ma soprattutto per somiglianza di carattere e visione dell’esistenza, è un novello Bardamu: cupo, aggressivo, amaro, pessimista, nichilista, irritato, risentito, infuriato, ulcerato, bilioso, predicatore, disperato, viscerale, apocalittico-integrato, logorroico, spietato... Una ininterrotta accusa alla vita, proprio come il viaggio al termine della notte, un percorso all’origine del tormento del protagonista.

Céline mi è apparso fratello fin da subito, e non solo a me: i critici, che numerosi (come raramente) si sono dedicati a recensire quest’opera, definendola capolavoro o meno, il migliore romanzo italiano degli ultimi vent’anni, o dieci, oppure no, solo un buon romanzo – i critici hanno sempre citato L.F. Céline, ma anche una pletora di altri scrittori da far girare la testa (e forse a qualcuno anche le scatole): citatissimo Gadda – e poi Svevo, Siti, Calvino, Pasolini, Montale, Fenoglio, Volponi, Di Ruscio, Scurati, per restare in patria – all’estero invece, Musil, Houellebecq, DeLillo, Littel, Bolaño, Lowry, Frisch, Sebald, D.F. Wallace… Qualcuno ne dimentico io, almeno un altro l’hanno dimenticato loro: Bukowski, non solo per un sguardo simile sul corpo, sul sesso e la scatologia, ma anche perché Charles “Hank” B. amava tanto Céline.
Nel gioco dei rimandi, non può mancare Proust, visto che di memoria si parla tanto.

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Andare a Sharm e perdersi questo è un errore.

E dato che il racconto è ambientato in una sola giornata, lungo ininterrotto flusso di coscienza, vorremo mica lasciar riposare Joyce?
Continuando il giochino, Ivo Brandani diventa ingegnere perché vede un ponte in Scozia che gli fa credere che progettare ponti possa essere il modo per costruire un mondo ordinato. Il ponte appare in una fotografia (si tratta del Firth of Forth Bridge) accanto a un’altra dei progettisti con i loro disegni strutturali: due belle foto che arrivano improvvise e certo non si può non scomodare Sebald.
Brandani è ingegnere come lo era Gadda (supercitato nei vari commenti) e Pecoraro nella sua prima vita è stato architetto (ma la propensione alle simmetrie e geometrie sparisce davanti alla mobilità del mare che rappresenta l’architettura più ardita e perfetta, rappresenta la vita nel suo momento alto e misterioso).
E la fissazione con i ponti arriva forse a includere anche le case editrici? Perché “La vita in tempo di Pace” è pubblicato da Ponte Alle Grazie, mentre la raccolta di poesie “Primordio vertebrale” lo è stato dalla casa editrice Ponte Sisto?

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In un continuo cambio di fuoco, la terza persona singolare del narratore si alterna alla prima del protagonista, spesso anche alla seconda quando narratore o protagonista si rivolgono a se stessi, spingendo a identificare le figure di Brandani e del narratore, in perenne stato d’assedio.

Dal magnifico prologo sulla caduta di Bisanzio, parte anche il viaggio di germi amebe e batteri, rispetto ai quali gli esseri umani non sono che degli organismi appena più complessi, ma non altrettanto attivi, agiti più che agenti.

E così, caro Ivo, non sarà una risata, bensì un bacillo che ti seppellirà: seppellirà anche te che sei uno sputafuoco, proprio come il tuo aereo preferito.

Caro Ivo e caro Francesco, siete così sicuri che Guerra e Pace non siano un’unica Buca di Bomba?

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Profile Image for Guille.
1,013 reviews3,339 followers
January 28, 2023

“La vida es una «enfermedad de la materia»”
Nunca he sido un lector que, para disfrutar de una lectura, necesite identificarse con los personajes de una novela. Sin embargo, una parte no desdeñable de mi placer lector con esta obra hermosa, ambiciosa, certera y sorprendente —hay que tener en cuenta que es la primera de un autor de casi setenta años— se ha derivado de todo lo que he visto de mí en este, y gracias a este, personaje a veces antipático y nada admirable.

Bien es verdad que Ivo Brandani recuerda desde una edad algo mayor que la mía, que pertenece a una burguesía con segunda casa en la playa y hasta barquito en el puerto varios escalones económicos y culturales por encima de mis orígenes, que su juventud coincidió con mi idolatrada década de los sesenta y sus importantes movimientos sociales, políticos y artísticos que mis pantaloncitos cortos y la dictadura que tiranizaba mi país me impidió experimentar de primera mano. Aun así, no me fue difícil compartir experiencias, actitudes y disquisiciones con este derrotado hombre que siempre vivió en tiempos de paz.
“Si se piensa bien, Tiempo de Paz significó, sobre todo, vacuna contra la polio, disponibilidad de energía eléctrica, agua que salía del grifo sin que te contagiara el tifus, lácteos sin fiebre de Malta, enfermedades cada vez más fáciles de curar, revolución sexual, ambulatorios, consultorios, divorcio, aborto, píldora anticonceptiva y un montón de cine en color…”
Con una estructura temporal desordenada pero eficaz, en una tercera persona que bascula a menudo y confortablemente hacia la primera o la segunda, en una mezcla de ficción y ensayo, lírico en ocasiones, profesoral en otras, desbordante, en algunos pasajes quizás demasiado, Pecoraro sitúa a Ivo Brandani, nostálgico, descreído, malhablado, despiadado, frente a su vida pasada en una jornada de espera en un aeropuerto el 29 de mayo de 2015, aniversario de la caída del imperio bizantino. Este hecho histórico siempre se le había revelado a Ivo como “una consecuencia de una serie de decisiones y cálculos equivocados, de indecisiones y traiciones, de la prevalencia de intereses concretos del todo insignificantes sobre la gravedad de sus consecuencias”, en un claro paralelismo con lo que siente que ha sido su vida, representativa de toda una generación, la suya, y, en general, de una trayectoria histórica que, de no remediarse, nos abocará a todos al desastre como especie (muy esclarecedor a este respecto es el trabajo que como ingeniero está llevando a cabo de forma secreta sustituyendo por corales artificiales los naturales enfermos a causa de la creciente contaminación de su hábitat).
“Nosotros, los organismos adaptados al Tiempo de Paz, mejor dicho, producto del Tiempo de Paz, no damos la vida por la patria, no sacrificamos nuestra existencia por una batalla civil, por un ideal político: los poquísimos que todavía lo hacen, en el fondo, son unos inadaptados… He descubierto algo sobre mí mismo: soy un no héroe, un no valiente, un no dominador, alguien que no cree en nada, que nunca ha creído en nada, ni siquiera cuando pensaba lo contrario. Soy alguien-que-se-conforma, alguien para el que no hay nada importante más allá de vivir en las mejores condiciones posibles.”
Al igual que esa ameba que desde el inicio de la novela sabemos que acabará con la vida del ingeniero Brandani, un parásito que hace su trabajo sin importarle cualquier otra circunstancia ajena a su espacio vital, también un virus, mezcla de genes y primeras experiencias familiares, había estado haciendo su trabajo soterrado en el interior del protagonista desde que aparecieron los primeros síntomas al decidir cambiar la teórica carrera de Filosofía por la más práctica de Ingeniería. Ahora, Ivo Brandini se mira en el espejo y ve lo que más ha odiado siempre, la imagen de su padre, él, cuyo lema de muchos años había sido un rabioso “Yo no soy como vosotros, nunca me atraparéis”.

Brandani sostiene, y yo lo secundo, que la vida en invierno no merece ser vivida, un invierno que no es solo una estación del año y desde el que añora los veranos de su niñez y su primera juventud, llenos de sol, arena y mar, del todo por delante, el tiempo de los grandes descubrimientos, el amor, el sexo, que dio paso a la solidaridad con los amigos y compañeros, la política, el todo por cambiar, las responsabilidades sociales y personales, las parejas, el trabajo, las derrotas, el abandono de los sueños, la aceptación de lo antaño inaceptable, la llegada del Síndrome de Irritabilidad Masculina, del deterioro inexorable, de las imprescindibles pastillas, el fin de la posibilidad de seducción, del valor biológico, el descubrimiento demasiado tarde de que “El orgullo es una forma devastadora de estupidez, capaz de llevarte a la ruina”.

Y aun así, le quedaba la isla, un refugio.
“Vienes aquí para observar las sombras que se alargan en las playas, vienes para aspirar el olor de la polvareda que levantan las ráfagas de aire, por el aroma fortísimo de la salvia. Vienes aquí por el agua de Kandri al atardecer, cuando se pone violeta y está más densa y caliente para bañarte, y parece que quiera retenerte. Vienes aquí por la extenuación de este viento que retumba en los oídos todo el día, por la soledad de las playas, por las siestas en la gruta de Opsi o a la sombra de la roca de Nati… Vienes aquí por el olor de los bosques de pino carrasco que quedan después del Incendio, por la sombra violeta que, al caer la tarde, se torna espesa en las laderas de las montañas, por las nubes como inmensos trapos rojos que se extienden sobre el mar al amanecer, por todo aquello que la Isla ya no es, que tú has conocido, visto y disfrutado, pero que ya no existe.”
Profile Image for Malacorda.
603 reviews289 followers
July 8, 2019
Lo valuto quattro stelle e mezza: a mio giudizio gli manca ancora un qualcosina per arrivare a essere definito "capolavoro"; e tuttavia gli devo riconoscere di avere il passo e il respiro e il peso specifico del vincitore per il torneo del miglior romanzo italiano degli anni duemila. Ben costruito, strutturato su più livelli di lettura oltre che più livelli temporali; scritto accuratamente di modo che prolissità e verbosità risultano essere punzecchianti ma non spiacevoli. Non adatto per chi, volendo guardare il mondo da un punto di vista strettamente femminista, non ha voglia né intenzione di calarsi nei panni di un uomo che il femminismo proprio non sa cosa sia nemmeno da lontano. Non adatto nemmeno per chi, eccessivamente sensibile o forse anche solo un poco irritabile, non desidera vedere messa per iscritto una dovizia di dettagli di ciò che accade in un gabinetto per l'espletamento delle quotidiane funzioni corporee. Eppure, vorrei etichettarlo a grandi lettere come lettura altamente consigliabile. Insomma, una faccenda controversa.

All'inizio non è facile. Il prologo manifesta una tendenza alla digressione e un certo autocompiacimento nel mostrare questa tendenza. Il dilungarsi sui dettagli delle manie e delle fobie del protagonista, se da un lato non mi infastidisce però dall'altro non mi è subito chiaro quale ne sia l'utilità all'interno dell'economia del romanzo. Procedendo con un po' di pazienza nella lettura, mentre trovo ulteriori conferme che il flusso di coscienza - schietto e rapido ma non ermetico - è l'elemento principale di questa costruzione, l'impianto narrativo inizia a svelare la sua forma complessa e stratificata e non mi ci sento più tanto disorientata; il tono della narrazione inizia a piacermi e non mi pare più così tanto auto-compiaciuto, e ammettendo a me stessa che la digestione di questa lettura non sarà facile né immediata, si rende comunque implicita anche una ammissione di soddisfazione.

Il titolo è paradossale perché nella vita del protagonista - come in quella di tutta la popolazione del mondo occidentale della seconda metà del novecento – pur non essendoci coinvolgimento diretto in un conflitto, c'è tutto fuorché pace: "Il Tempo di Pace è solo una guerra silenziosa di tutti contro tutti". C'è un'analisi che va dal micro al macro: si racconta la vita di un ingegnere deluso e disilluso rendendola la summa, l'emblema di una buona parte della popolazione italiana della seconda metà del novecento – con la differenza che non tutti qua attorno in giro sono così svelti ad analizzare i propri pensieri, le proprie sensazioni e il brodo in cui sguazzano quotidianamente. Paradossalmente, la Guerra diventa quasi un elemento positivo perché è il solo elemento che può dare vita e significato alla Pace. L'aver vissuto di persona una guerra (o più di una) è cosa da invidiare a coloro che hanno vissuto nella prima metà del secolo perché hanno avuto un elemento dirimente attorno al quale formare la propria identità, le proprie scelte, la vita tutta. In fin dei conti non è una novità nemmeno questa, mi ricordo di aver parlato delle stesse cose anche nel commento a Il tempo migliore della nostra vita di Scurati.

Il mantra ripetuto più volte: "io non sono come lui / come lei / come loro" è uno dei temi principali, è una delle caratteristiche dell'italianità, io personalmente lo vedo come il lato inferiore della medaglia del "lei non sa chi sono io".

Altro tema centrale: la disillusione, delusione, i rimorsi e i collassi progettuali di una vita, il senso di colpa per tutta una vita sbagliata. La vita di questo ingegnere non è facile, come si diceva sopra è una guerra: ma una guerra contro i mulini a vento, e ha come compagni di avventura i sensi di colpa da un lato e l'inesorabile dall'altro. Inesorabile inteso in tutti i modi possibili: catastrofe, entropia, senso di sopraffazione e insostenibilità di un Dio o comunque di un Ente che sembra progettato apposta per maltrattare e distruggere l'individuo e il suo mondo. Si arriva a percepire persino il senso di nausea per l'effetto dell'accelerazione dell'entropia cui è sottoposto tutto il pianeta. In questo ingegnere c'è un po' di Rui S. della Spiegazione degli uccelli di Antunes; un po' di Stoner (stesso fallimento epico ma molto più cinico e anche parecchio più lucido); c'è un pochettino-ino-ino anche di Adrià Ardevol in Io confesso di Cabré (per quanto i due abbiano modi diversissimi di approcciare dolore e delusioni, il senso di colpa e sopraffazione li accomuna).
E anche per quanto riguarda più specificamente l'Italia (la Penisola): c'è una spiegazione straordinariamente lucida di come il ritratto di questo paese - sia in senso materiale che in senso figurato - corrisponda al risultato di una colossale entropia.

La trama in sintesi. Ingegnere romano settantenne, bloccato in aeroporto causa ritardo del suo volo: la rilassatezza del non-luogo e non-tempo che è la sala d'attesa sarà la scaturigine del flusso di ricordi e riflessioni. Si forma così il racconto di una vita per episodi salienti che all'inizio si intuiscono essere in ordine non-cronologico, e poi si scoprirà essere proprio in ordine inverso, dai più recenti fino ai più lontani dell'infanzia e dei primissimi ricordi. Ogni episodio ripete press'a poco il medesimo pattern che porta a ribadire il concetto della delusione-disillusione. Questo andare a ritroso non ha però il carattere della risalita, non è tanto scalata quanto piuttosto discesa negli inferi del senso di inadeguatezza.

Raccontato un po' in prima persona, un po' in terza persona con una voce esterna onnisciente che risulta leggermente irrisoria/irriverente nei confronti del protagonista, e un po' in una terza persona che è lui stesso, come sdoppiandosi, che si rivolge a sé stesso.

Le ambientazioni sono tutte particolarmente apprezzabili: la Città di Dio è con ogni evidenza Roma, la Città di Mare a mio avviso poteva essere Napoli (e invece nel gruppo sono più arguti di me e si accorgono che è Anzio), più l'arcipelago delle isole Greche. Le ambientazioni sono funzionali ad un aspetto essenziale del personaggio: oltre che ipocondriaco e soggetto ad attacchi di panico, è anche meteoropatico: di quelli (come pure la sottoscritta, che in questo maggio così autunnale soffre parecchio...) che hanno la sensazione di vivere veramente e potersi esprimere pienamente e liberamente solo con la bella stagione, e che durante l'inverno si sentono in stand-by (il che non è poi tanto surreale se si pensa che parecchie specie animali in inverno vanno direttamente in letargo).

La dovizia di dettagli cui accennavo sopra circa le funzioni corporee con tutti i relativi odori e umori, va in un modo tutto suo a sottolineare una assenza di poesia nel racconto e rimarcare le manie e fobie del protagonista.

Altra particolarità da notare è il vezzo pseudo-poetico, da parte dell'autore, nel modo di appellare cose, luoghi e persone, mettendo la maiuscola ai nomi generici: Madre, Padre, Sorella, Città di Dio, Città del Nord, e persino i Pioppi e i Lecci e i Pini sembrano uscire dalla foresta di Fangorn di Tolkieniana memoria. All'inizio questo vezzo mi pareva bellamente inutile, poi mi è parso semplicemente come parodia di un mondo tolkieniano, infine ho capito che non è una ridicolizzazione del fantasy bensì un voluto effetto tragicomico: qui non si intende fare nessuna rievocazione dei bei tempi andati, non ci sarà nessun alone luminoso attorno a nessun personaggio, nessuna redenzione, solo collasso totale.

Ci sono tutti i temi più classici: l'infanzia e i rapporti con i genitori, in particolare con un padre veramente kafkiano; l'adolescenza e il rapporto con il sesso; i rapporti di coppia: con i ricordi delle donne della sua vita – mogli, amanti, incontri occasionali e in fin dei conti anche la madre e la nonna - il genere femminile non ci fa una gran bella figura, ma bisogna riconoscere che certe osservazioni sono tanto più vere e obiettive quanto più acide e politically uncorrect. Ed inoltre, di man in mano che si procede con la lettura ci si rende conto che se le donne non ci fanno una gran figura, per dirla tutta non c'è nemmeno di che incensare gli uomini, con il protagonista in primis: c'è una ammissione più o meno esplicita di come i pensieri e i comportamenti degli uomini siano fondamentalmente fallo-centrici anche laddove apparentemente il sesso non c'entra niente. Quindi: una bella dose di cinismo, uno a uno e palla al centro.

Sono tutti temi classicissimi ma diverso è il come vengono affrontati: vi sono pagine intrise di un pessimismo cosmico così totalizzante che per il lettore più sensibile potrebbero risultare destabilizzanti. Vorrei tirare ulteriori conclusioni ma penso che più in là del pessimismo cosmico ci siano solo i buchi neri. E' una lettura che rimane, e in cui nonostante (o forse proprio grazie a) i numerosi "io non sono come voi" il lettore finisce suo malgrado per riconoscersi in qualcosa e imparare qualcosa.
Profile Image for capobanda.
70 reviews57 followers
May 22, 2019
Forse non siamo più abituati ad opere così fluviali, specie se non di ruscelli si tratta ma di fiumi dal letto così largo da trascinare con sé persone e cose.
Cose specialmente, perchè La vita in tempo di pace è soprattutto un libro di cose.
E se i momenti meno felici del romanzo sono quelli in cui vengono rievocate le persone e i sentimenti che sono stati, tinti del velo di una nostalgia -o anche di una rabbia- un po' di maniera, chi abbia il gusto dei manufatti e li veda come i segni più belli del passaggio umano su questa terra, amerà le descrizioni degli aerei e dei ponti, delle barche e delle reti. E di un mare e di una Città che anche in tempo di pace non hanno nulla di arcadico, ma traggono la loro peculiare bellezza dall'essere fatti – e persino oltraggiati o distrutti- dall'agire degli uomini. La storia, insomma.

Forse non siamo neanche più abituati a un punto di vista così schiettamente maschile, a un protagonista le cui personali mitologie sono tutte e solo virili, ma senza caricatura. Speriamo che nessuna se ne senta offesa.

Forse non siamo neanche più abituati a un dire così diretto, a un romanzo che non chiede di essere “interpretato”, che non sollecita il lettore a riempire con la sua immaginazione gli spazi del non detto o ad estrarre con la sua cultura un significato suggerito da una citazione.
E se in qualche momento tutto ciò appare un po' noioso, si finisce per apprezzare il vecchio piacere di dare credito a uno scrittore che gioca pulito. Un pane al pane e un vino al vino di cui si sentiva la mancanza.

E forse non siamo neanche più abituati a una lingua che non si conforma ai dettami dei minimalismi e/o barocchismi in uso, ma che trova un'energia tutta sua e che, se pure a tratti sbiadisce e si contenta di soluzioni un po' facili, trova spessissimo accenti di rabbiosa e personalissima potenza.

Non un romanzo perfetto, ma un' inattesa e ottima lettura.
Profile Image for Paolo.
162 reviews195 followers
May 16, 2019
Un libro certamente interessante, con azzeccato spunto narrativo principale (la ricostruzione artificiale di una bellezza naturale) tipicamente post moderno, ed interessanti riflessioni su come siamo arrivati a ciò, nonostante gli idealismi giovanili, anzi proprio a causa di questi ed alla loro realizzazione illusoria e sub - specie consumistica.
Peccato che l'insieme sia disomogeneo e che alcune fasi della vita di Ivo Brandani si protraggano con narcisistica insistenza.
Incomprensibile e non funzionale poi il vezzo di non chiamare certi oggetti con il loro nome (Città di dio invece di Roma, Peninsulari invece di Italiani) .
Però ripensandoci adesso e durante la lettura del suo ultimo libro, è uno scrittore "ricco' ed i pregi superano di gran lunga i difetti.
Profile Image for Marica.
413 reviews211 followers
November 10, 2024
Io non sono come loro
Questa è la miope illusione che accompagna la giovinezza di Ivo Brandani, naufragata nell’età adulta. Questo libro mi ha suscitato pensieri contrastanti. Non è comune che un autore italiano contemporaneo racconti la vita di un uomo con una prospettiva così ampia: il protagonista, la sua famiglia, l’Italia durante un intervallo temporale di 70 anni, l’evoluzione (involuzione) del lavoro, le città disastrate. Ho molto apprezzato la consistenza dell’argomento e inoltre l’onestà intellettuale dell’autore che chiaramente condivide le riflessioni di Brandani sul mondo contemporaneo.
Ho trovato divertenti alcune delle monomanie di Brandani: Costantinopoli, Spitfire, pensiero scientifico versus cultura letteraria, il senso del mare: sono dei piccoli saggi incastonati nelle vicende del protagonista.
Alcuni modi di dire hanno un sapore ironico: la Città di Dio, i peninsulari, il ponte ancestrale, “fascistici”.
Brandani da giovane non mi piace affatto: pauroso, attaccato alla gonna di mammà, stupidamente presuntuoso (Io non sono come loro), incapace di avere un rapporto qualsiasi se non sessuale con le donne. Invecchiando, la presunzione viene limata dagli eventi e Brandani diventa più gradevole, ma, disincantato, sprofonda nella solitudine e in una certa autoindulgenza. Addirittura riesce a guardare le ragazze sulle panchine dell’aeroporto apprezzandone l’aspetto senza fantasticare storie porno. Ho pensato che gli avrebbe fatto bene una compagnia femminile; però sarebbe necessario coltivare la conversazione, si sa che alle donne piace chiacchierare.
Cos’è di preciso questo libro? Certamente una elaborazione dei cambiamenti sociali e politici degli ultimi settant’anni in Italia, la rivisitazione di una famiglia borghese con madre dolce e Padre esigente e violento.
E’ anche il bilancio di un modello di uomo che ha investito tutto nel lavoro, senza molta soddisfazione, trascurando la possibilità di avere una vita relazionale soddisfacente? Non so.
Come ho detto, è un’opera ambiziosa, che però mi è risultata a tratti un po’ noiosa, avrei sfrondato un po’.
Profile Image for Ubik 2.0.
1,076 reviews295 followers
August 13, 2020
Le età dell’uomo

La struttura stessa del romanzo rappresenta, a mio parere, un fondamentale valore aggiunto e contribuisce a conferire a “La vita in tempo di pace” il carattere peculiare ed originale che accompagna tutta la lettura.
L’incastro fra il fil rouge del presente, i brevi ma illuminanti inserti con il protagonista in attesa di rimpatrio, bloccato nei suoi pensieri e nel non-luogo della sala d’imbarco di un aeroporto straniero, e i sette capitoli flashback che ne ripercorrono a ritroso l’esistenza attraverso altrettanti momenti chiave, fotografie quasi decennali delle diverse età dell’individuo, costituiscono lo schema portante del racconto.

Va da sé che alcuni dei lunghi episodi/capitoli risultino inevitabilmente più riusciti ed ispirati di altri che invece sembrano appesantire l’impatto dell’insieme, tanto che gran parte dei commenti che ho letto si cimenta in una sorta di graduatoria, come quando si ha a che fare con una raccolta di racconti (e in un certo senso “La vita in tempo di pace” può essere interpretato anche così) .

Dal mio personale punto di vista, uno dei momenti più emozionanti del libro si verifica quando lo sguardo del narratore si distanzia dall’ingegner Ivo Brandani inquadrando, come in uno zoom all’indietro, l’intera città, “la Città di dio” ed anche i suoi dintorni, da luogo puramente geografico a coacervo di popoli, storia, immigrazioni, edificazioni incontrollate, conseguenza quasi ineluttabile dello sviluppo spontaneo e caotico fino a generare un grumo informe di cui tutti e nessuno possono dichiararsi innocenti, poiché “…non c’è errore che non mostri la responsabilità di chi non è riuscito ad impedirlo”.

Un disordine ancor più doloroso per il protagonista che, a partire dalla giovanile folgorante epifania davanti alla perfezione del ponte di Firth of Forth, è vissuto “nell’ossessione per la geometria, l’esattezza, il ben fatto… Crescere nell’ordine della forma urbis avrebbe avuto serie conseguenze sulla sua forma mentis, sul modo in cui avrebbe percepito il resto della città e del mondo”.

Ancora più a monte nella genesi del libro sta il concetto che ispira il titolo scelto da Pecoraro, la considerazione che un italiano classe 1946 (come Brandani) ha vissuto il più lungo periodo di pace che la storia di questa terra abbia mai riservato ai suoi abitanti. Ma anche questo privilegio nasconde le sue insidie, perché “Mai c’è stata prima… un’accelerazione così forte delle cose, mai gli oggetti si sono così rapidamente trasformati in altri oggetti, mai un’instabilità così accentuata” e soprattutto ”…mai pensare che in un mondo di pace, chi si sente un non-combattente non sia lo stesso chiamato a combattere”, con armi in apparenza meno cruente ma più subdole rispetto alla Guerra armata.

Ma “La vita in tempo di pace” è anche un romanzo ecologico, o quanto meno carico di implicazioni ecologiche nella constatazione del lento disastro del pianeta e soprattutto nell’indifferenza dei suoi abitanti. Per Brandani, creatura permeata dal Senso del Mare, la disfatta universale si manifesta come una sentenza agghiacciante nell’assistere a un fatto semplice, l’ennesima sempre più magra giornata di pesca di Nereas: Non avrei mai creduto che alla mia generazione sarebbe toccato di vedere la Fine del mare.

Nella densità di temi che si accumulano in questo romanzo, mi accorgo di non avere neppure sfiorato l’evoluzione (o involuzione) psicologica del personaggio Brandani, forse perché è uno degli aspetti che ha colpito in minor misura la mia immaginazione e presenta alcuni lunghi passaggi vicini al convenzionale rispetto alla talentuosa rappresentazione dello sfondo davanti al quale si dibatte la piccola esistenza di un uomo qualunque.
Profile Image for ferrigno.
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July 26, 2019
Non amo le invettive. Eppure, il romanzo mi è moderatamente piaciuto. Ovvero: Pecoraro mi ha convinto con un personaggio che non sopporterei nella vita reale. In fondo non conta soltanto se i personaggi siano eroi o vigliacchi, infidi o sinceri, sconfitti o vincitori, specie se la struttura del romanzo è così interessante. L'alternanza studiata da Pecoraro crea un confronto dialettico tra il vecchio Brandani sconfitto e i Brandani precedenti; una versione alternativa di Christmas Carol di Dickens.

A tratti l'invettiva del vecchio Brandani mi annoiava, però il giudizio generale è positivo.
Profile Image for piperitapitta.
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July 26, 2019
Quel momento a poche pagine dalla fine in cui ho capito (e quando dico "ho capito" intendo dire che per me è così, ma che non è detto sia stato così anche per Francesco Pecoraro - né glielo domanderò, conservando così la convinzione che lo sia) - che la struttura del romanzo, che già avevo identificato come "una doppia spirale, un'elica", altro non è che quella del DNA - la molecola che detiene le informazioni genetiche ed ereditarie dell’individuo: tutto quello che è un uomo.



(continua)
Profile Image for Grazia.
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April 20, 2023

"È ossessionato dalla continua non corrispondenza tra come le cose e le persone dovrebbero essere e come invece sono."


Un romanzo che appare un bilancio, l'amaro bilancio di Ivo Brandani, settantenne, ex studente sessantottino, filosofo nelle intenzioni ma non nei fatti, ingegnere passacarte con carriera fallimentare, innamorato della possibilità (anche concettuale) di progettare e costruire ponti. Maschilista e pure un po' misogeno, ribelle solo fino a che gli eventi gli rivelano quanto alla fine egli stesso, per opportunismo e successo, si possa piegare alle dinamiche di potere.

In sintesi un uomo come tanti davanti alle aspettative e alla realtà della concretizzazione di quella che poi sarà la sua vita nei fatti. Il libro scorre a ritroso: l'espediente narrativo è dato da Ivo Brandani, in un aeroporto egizio, in attesa di ritornare a Roma ( nel libro la Città di Dio) che ripercorre i tratti salienti della sua vita.

"Lì ogni normale attività umana è sospesa, è una pausa esistenziale, una specie di pacificazione, un nirvana: l’aeroporto è l’unico spazio di de-compressione mistica concesso a chi non crede a niente"


Sì, perché Ivo non crede più a niente e a nessuno. Completamente disilluso, spoetizzato e privo di leve che lo pacifichino con sé stesso e con il mondo che lo circonda.

"Non potevamo nemmeno prendere in considerazione l’idea che il nostro lavoro fosse davvero tutto il nostro futuro, che la partita ce la saremmo dovuta giocare tutta lì, dentro il triangolo lavoro-famiglia-tempo libero"

È un libro davvero duro e amaro, che inquina e che fa innervosire, ma a tratti toccato dalla grazia riesce ad essere addirittura poetico e sensoriale senza mai essere stucchevole.

In particolare ho trovato splendido il capitolo "Il Senso del mare" e in realtà davvero riuscito tutto ciò che nel racconto ha a che fare con il mare e con l'estate.

"Ho sempre avuto bisogno dell’Estate come utopia, piuttosto che come stagione."

Non ho amato il ricorso eccessivo dei puntini di sospensione, l'utilizzo dell'& ed et nel testo, il ricorso a circonlocuzioni un po' leziose per riferirsi a persone (Sorella Grande) o cose per l'appunto il ricorso perpetuo a Città di Dio per riferirsi a Roma.
Profile Image for Tittirossa.
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July 30, 2019
Premessa – avevo già tentato la lettura di questo romanzo, ma l’avevo abbandonato respinta da una mancanza di interesse per le prime pagine. Poi, complice un torneo con successivo gdl su GR mi ci sono cimentata di nuovo. E questa volta l’ho terminato.
Parto dalla fine, mi ha lasciato spiazzata. Da un lato mi è piaciuto (4 stelle, sarebbero state 3,5 ma mi sembrava ingeneroso visto il deprimente panorama letterario italico), dall'altro faccio fatica a riconoscergli un valore complessivo. Mi sembra più una lunga e brillante invettiva contro l'invecchiare inesorabile, l'imbarbarimento sociale et* dei costumi, lo sgretolarsi dell'etica del fare, intervallata dalla narrazione delle tappe fondanti dell'essere umano Ivo Brandani. Imho, l'invettiva prevale sulla narrazione (anche se quest’ultima ha dei momenti pregevoli). In sintesi, il libro mi è piaciuto (anche con tutti i suoi limiti, anzi, forse proprio grazie ad alcuni dei suoi limiti), ma non mi invoglia a leggere altro dell’autore.
Superate le prime 20 pagine di vermi e bagherozzi vari, la lettura scorre fluida (a patto di non frammentarla con pause troppo lunghe, altrimenti l’interesse per Ivo scema languidamente), con una brillantezza di invettiva e narrazione che purtroppo si sfilaccia col passare dei capitoli. L’escamotage di alternare capitoli dedicati al presente (una attesa di ore nell’aeroporto di Sharm-el-sheik con uno stile “flusso di coscienza” di problemi spesso connessi a flussi corporei del povero Ivo) con flash back narrativi dedicati a (presumo) episodi fondanti la vita di Brandani, dopo qualche centinaio di pagine mostra la corda.
La cornice narrativa sovrasta la scrittura, che pure è generalmente di buon livello con una ricerca lessicale mai banale (anche se ho notato un "implementato" riferito a una situazione dove strideva parecchio), e lo scheletro narrativo si fa percepire con troppa forza, e al tempo stesso non fa da filo conduttore tra gli elementi narrati (i capitoli in flash back). Ce li propone in sequenza ma non sono funzionali a fare la cosa per cui sono stati progettati**, quindi non solo descrizione, ma anche e soprattutto funzione narrativa. Un libro molto molto pensato. Molto molto costruito. E quando l'ordito del libro si vede sotto trama non mi convince mai pienamente.
La narrazione del lavoro che lo ha portato in Egitto, ovvero la costruzione di una finta barriera corallina, mostra tutti i tic compulsivi della nostra epoca: sembra un progetto surreale ma è oltremodo reale. E l'adesione del "fattuale" Brandani a un progetto così ultra-fake (il nome della società Fakenature è perfetto) definisce il suo livello di scoglionamento****, e la sua completa resa. Solo che non c'è un Ente, un'Autorità a cui arrendersi. Brandani si arrende e recede dall'idea che aveva di sé stesso. O forse si arrende allo spirito dei tempi (bel modo per definire le situazioni di merda****).
Mettendo da parte questa mia idiosincrasia, ho apprezzato alcune parti e l’abilità di P. nella descrizione degli eco-sistemi (isole greche, barca a vela, strade&municipi di Roma, etc.), oltre ad aver letto in quelle pagine una delle migliori e più calzanti descrizioni della involuzione della Città di Dio e dei suoi abitanti (non potrò più guardare il colonnato di San Pietro senza pensare alle chele, così come non potrò più guardare le cupole di Roma senza pensare a tante mongolfiere!). Il tema della bellezza*** come ragione di vita in sé, che giustifica qualsiasi violenza venga perpetrata sulla città e sui suoi abitanti (a parer mio abbastanza consenzienti, ma non vorrei scatenare singolar tenzoni con cittadinididio).
È proprio nella descrizione degli ecosistemi che Pecoraro riesce a svincolarsi per qualche pagina da un progressivo e ammorbante vittimismo ombelicale, che appesantisce anche con la ricorrenza di termini o circonlocuzioni che mi sono diventati odiosi (ad ogni "seno" o "corpo pastoso" la mia dedizione di lettrice cala). Purtroppo gli manca l'ironia per farci sopravvivere al suo cupio dissolvi. Un’assenza aggravata dalla difficoltà di tenere distinti Pecoraro e Brandani, perché a metà lettura mi sembra viri sull' auto-fiction più che sul romanzo (ma non conoscendo minimamente la vita di Pecoraro, la mia sensazione è priva di fondamento).

*et – perché P. usa et e non e ? mistero che non sono riuscita a sciogliere, le altre scelte linguistiche (Madre, Padre, Sorella Maggiore, Città di Dio, etc.) le inquadro nell’economia dell’insieme e non come vezzo letterario, ma questo et non l’ho proprio capito.
**qui mi ritrovo con Brandani e la sua ammirazione per gli Spitfire o il ponte sul Fourth of Firth, oggetti non solo belli ma funzionali.
***La grande bellezza di Sorrentino è del 2013, e mi piacerebbe sapere se è stata una concordanza di sentire, o se è un tema dibattuto (il problema della decadenza romana è che vive la propria indiscussa bellezza – pur se fatiscente - come fattore risolutivo di ogni conflitto, a cui appellarsi per sopportare e giustificare l’accettazione di - qualsiasi nefandezza, sociale-politica-economica.
****la coprolalia brandanesca mi ha un po’ assuefatto all’uso di termini similari
Profile Image for Marc Lamot.
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January 7, 2019
Ivo Brandani is an Italian engineer, standing shortly before his retirement. He is stranded at Sharm el-Sheik airport, Egypt, waiting for his flight to Rome. What follows is a 500-page long interior monologue, in which Brandani scrapes layer by layer of his past, each time going further in time. His starting point always is his bitterness about all lost ideals and dreams, of himself but also of the society around him. Because he clearly is a child of the glorious 1950s-1960s and 1970s, in which the future seemed rosy and paradisiacal; for several decades it seemed as if the world and society were makeable, and Brandani also personally contributed to that as an engineer. But things clearly turned out the other way. Again and again he reveals how the chaotic side of reality has gained the upper hand; especially the short chapter about the flood of Rome (in this book called the 'Divine city'), after apocalyptic downpours, is a great read. The irony also is that the last job of Brandani as an engineer, before his retirement, is a secret project for the construction of an artificial coral reef, off the coast of Sharm, because the natural reefs are disappearing. So, this novel also has a strong ecological accent.

All in all, there are a lot of interesting ingredients in this novel, especially when you consider that this is only the third novel by Pecoraro, who was himself an architect-engineer and started his literary career only after his retirement. But there is a downside to this enormous piece of work. It certainly contains beautiful and sometimes even hilarious passages, but most chapters are rather long-winded, drowning in acidic bitterness and especially in an accumulation of scientific and technical jargon. Sometimes it is outright tedious, and that is why I find this novel not entirely successful. (2.5 stars)
Profile Image for Daniele.
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February 21, 2020
Il Tempo di Pace è solo una guerra silenziosa di tutti contro tutti.

Così l'umanità potrà finalmente celebrare, assieme alla scomparsa dell'infanzia, la fine della malattia infantile più grave e dolorosa, l'innocenza...

La vita di Ivo Brandani (e magari in parte di Pecoraro stesso chissà?) raccontata con lunghi flashback durante un estenuante giornata d'attesa in aereoporto a Sharm. 
Per quanto mi riguarda è un'opera monumentale, manca davvero poco alla perfezione, soprattutto per struttura e stile di scrittura.
Nonostante non abbia i quasi 70 anni di Brandani mi ritrovo in tanti dei suoi pensieri, delle sue critiche e lamentele su questa nostra società moderna e del come ci siamo arrivati, il continuo cambiamento che è quasi sempre un continuo peggioramente delle nostre condizioni sotto alcuni punti di vista.
Libro stupendo
E poi come non pensarla come Ivo quando si viaggia all'estero? :)

È nato e cresciuto nella cultura peninsulare del bidet, che gli conferisce la sua sola, segreta, superiorità su tutti gli altri popoli della terra: un buco del culo sempre il più possibile pulito. «C'est vrai? Vous vous lavez chaque fois?» gli aveva chiesto una volta Lotte.
May 22, 2019
Scrissi di là il 4 Marzo 2017, sabato, a mezzogiorno

Se Freud non ci fosse stato non avremmo letto “Lettera al padre” e nemmeno di Gregor Samsa; forse Hans Castorp non sarebbe venuto alla luce e ci saremmo persi anche Alexander Portnoy e, fatte le debite proporzioni, mai ci saremmo imbattuti in Ivo Brandani, il romano settantenne che ripensa a tutta la sua vita, nel breve lasso di tempo che va da dall'attesa del suo aereo nel terminal di Città del Cairo all'arrivo alla città di Dio. Con un amminchiamento imbarazzante sulla figura paterna come se ci fossero stati solo loro due al mondo.
Ma solo Freud non basterebbe a spiegare il rewiew della sua “vita in tempo di pace” senza lo zampino della Naegleria fowleri ( una fottutissima ameba dal nome ammaliante) che, annidatasi tra le sue circonvoluzioni cerebrali sulle spiagge di Sharm el Sheikh, clicca su invio del link memoria e voilà: una vita che può essere quella di un comune sessanta-settantenne ma non quella delle generazioni più giovani ( il lungo romanzo ha infatti il respiro corto delle rimembranze dell’ anziano e tutt’al più riguardano i suoi coetanei o quasi).
Ecco: infanzia nello stesso dopoguerra anno più anno meno: lui con qualche corpo a corpo per strada, io con qualche ceffone ben assestato sulle guanciotte di qualche compagna ; adolescenza, rigorosamente nel tempo d’estate vero tempo della vita dei quattordicenni o giù di lì - condannati sui banchi per nove mesi pieni,- estate sospesa tra “ Una rotonda sul mare” e “Stessa spiaggia stesso mare”; giovinezza tra scioperi, cortei, collettivi e occupazioni in cui i “porcoddio” si sprecavano e solo ora (grazie Pecoraro) so essere il distintivo dei capi, mentre i gregari si limitavamo a cazzo, se marxisti-leninisti, e minchia se troskisti; stesso disagio per la propria ignoranza di teoria politica e voglia di inclusione ( e di socializzazione: lo sentii dire, stupita, in un mini-collettivo); stesso rifiuto per il placido mare degli italici studi classici e voglia di procellose acque scientifiche da cui approdare nelle terre sicure della tecnologia applicata a cose o a organi umani sfuggendo al destino (il mio) di diventare prof. di bellezze defunte ( per poi pentircene cinquant’anni dopo); stessi viaggi, effettuati o sognati ma lontano dalla (in)civiltà; stessi amori eterni della durata di settimane.
Tutto potrei sottoscrivere – più o meno - ma non il Padre, che ci fu ma che oltre a lasciarmi in eredità colore e forma degli occhi, capelli lisci, zigomi sporgenti, arcata dentaria e la pulsione al braccino corto, non mi pare che abbia influito più di tanto sulle mie scelte e sulla mia vita; mentre tutto devo, nel bene e nel male, a quel lasso di tempo che va dai sei ai vent'anni in cui mi staccai dal tavolo di cucina e misi piede fuori autonomamente ( allora andavamo a scuola da soli altro che accompagnamento in suv!). Oneri e onori sono tutti i miei!
Io avrei scritto la mia vita così, come lui? Non so. Quel mondo così come lo descrive puoi trovarlo negli spezzoni di filmati su youtube: ma fu anche altro che i taratatà non possono dire. E Sicuramente avrei risparmiato sui in puntini di sospensione (l’ho detto : sono di corto braccino).
Profile Image for Susanna.
62 reviews33 followers
March 12, 2020
Uno dei libri piu belli che ho letto da un anno a questa parte. La vita di Ivo Brandani, ingegnere, un uomo come tanti che ha vissuto in tempo di pace, nel periodo post bellico di ripresa della nostra penisola. Una vita che ha attraversato vari anni della storia italiana.

Ivo Brandani ha un motto che è "non mi avrete mai": lui pensa che non lo avrà mai la società con le sue regole, che non lo avrà mai il Padre che cercherà di renderlo simile a lui nei gesti e nell'aspetto fisico. Non lo avrà mai la società per cui lavora o il concetto di lavoro che gli impone. Ma poi in realtà tutti queste situazioni lo avranno e come, non potrà sottrarsi da assomigliare al Padre in vecchiaia, dal farsi prendere dagli avvenimenti politico-universitari, dal fare quello che il capo gli chiede.
Ivo Brandani cercherà di rimanere distante da tutti gli eventi ma finirà per farne parte.

Vi sono poi dei capitoli bellissimi sul senso del mare e sui ricordi di adolescente in un periodo di spensieratezza che con l'avanzare dell'età scompare.

Un libro molto bello e in fondo malinconico di un'esistenza come tante.
Profile Image for Elalma.
903 reviews102 followers
January 13, 2015
Forse è vero che è uno dei migliori libri italiani degli ultimi anni; ricostruisce infatti in maniera inusuale la storia della generazione del dopoguerra (maschile, s'intende: le donne queste sconosciute rimangono un mistero per il protagonista, non esistono proprio dal punto di vista storico o anche come importanza narrativa) , ha un linguaggio ricco e complesso con immagini bellissime, forti e struggenti, è reso molto bene anche il rapporto tra l'essere un tecnico e l'amore per la cultura umanistica (ma non è certo cosa nuova). Non scivola via, anzi: rimangono impresse le belle pagine sul "Senso del mare", o lo sgomento durante l'11 settembre. Mi sono anche divertita con alcuni degli episodi giovanili. E allora? cosa non mi è piaciuto? Troppa autoreferenzialità per i miei gusti, troppe paturnie esistenziali che però riguardano solo "il proprio ombelico" (diciamo così). In fondo, molte belle storie sono storie di vite fallite, di cose che potevano essere e non sono state, ma trovo che qui quell'arrovellare non porta a niente, se non a pagine ben scritte, cosa che può bastare in alcuni casi, ma a me ha lasciato un senso di insoddisfazione e anche di delusione. Troppo concentrato su di sé, lasciando poco o nulla agli altri personaggi. Ma forse è giusto così, la storia di un egocentrico, non può che parlare solo di se stesso. Questo lo fa certo molto bene.
Profile Image for Frabe.
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September 24, 2017
La vita di un uomo ripercorsa in un giorno, tra ricordi e bilanci: nato nel 1946, Ivo Brandani ha vissuto in un “tempo di pace” ricco di tensioni, di conflitti “minori” legati a interessi individualistici e settari, persistenti, logoranti la società, l’ambiente, l’intero paese.
Brandani è un uomo deluso, disilluso: oggi, 29 maggio 2015, vede nero nel disordine morale e delle cose, nel “mai niente di messo in comune, mai nulla di realmente condiviso”, nei troppi “chi cazzo se ne frega” che precedono e segnano l’agire. Un pessimismo forte, quello di Brandani, e pure ben argomentato, che deprime quand’è condivisibile e che stimola quando appare eccessivo: a contraddirlo, a vedere maggiormente il positivo, a fare comunque meglio, a lasciare sempre un varco per la speranza, necessaria, doverosa - ché abbiamo figli, noi, Brandani no…
“La vita in tempo di pace” è un grande romanzo, torrenziale, potente e crudo, come ricca, potente e cruda è la scrittura di Francesco Pecoraro, classe 1945: un romanziere all’esordio tardivo... con botto.
Profile Image for Ilenia Zodiaco.
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July 27, 2014
(http://conamoreesquallore.blogspot.it...)
Il futuro si è deteriorato, sembra che non ci attenda niente di buono, su questo sono tutti d'accordo, quando ero piccolo non era così: il futuro aveva qualche problema ma complessivamente era radioso, lucente, interplanetario, interstellare, intergalattico, trans-spazio-temporale.

Per Ivo Brandani, un soggetto residuale fuori dal ciclo riproduttivo (un vecchio ingegnere di sessantanove anni), le uniche dimensioni temporali possibili sono il passato e il presente.
L’intero romanzo è giocato sull’alternanza tra questi due tempi narrativi. L’arco di una giornata - il ventinove Maggio 2015 - è lo spazio riservato alla disamina di una nauseante contemporaneità. I capitoli sono scanditi dall’orologio: dalle 9:07 A.M a 7.47 P.M. Un’interminabile giornata trascorsa con la debordante contrarietà del protagonista. Ivo attende all’aeroporto di Sharm-el-Sheik il volo di ritorno a casa. Si trova in Egitto per ricostruire con materiali sintetici la barriera corallina. In questo speciale limbo, l’unica dinamicità è offerta dalle sue associazioni mentali - echi di Proust e di Celine - che generano un torrenziale monologo, un feroce attacco al presente.

Il presente che descrive Pecoraro è in realtà un futuro prossimo, appena ad un anno di distanza dal nostro. Un anno che nel secolo accelerato in cui viviamo può anche significarne dieci. I riferimenti a questa realtà sono assoluti: le città sono indicate come Citta di Dio (Roma) o Città di Mare. Con le maiuscole anche i luoghi del potere, freddi, distanti: il Governatorato, l'Amministrazione, i Distretti. I luoghi decisionali sono lontani dall'individuo, vuoti. Tale descrizione di una burocrazia spersonalizzante ricorda Saramago (il Centro nel romanzo La Caverna, in particolare). E non è in ogni caso per niente lontana dal senso di smarrimento, solitudine e inerzia che appartiene al nostro tempo.

Il fiume straboccante di parole contro la contemporaneità non è solo il risultato dell’IMS (Irritable male syndrome anche conosciuto come il ronzante rosicamento dei vecchiardi, a cui tutti noi siamo abituati). Ma è una disamina acutissima della realtà coeva. Il quadro è fosco.
Un presente fasullo, vuoto e privo di bellezza. Il pianeta è ormai per metà in decomposizione e per metà plastificato, popolato da non-morti continuamente rigenerati dalle sostanze chimiche, risollevati dalla chirurgia, sempre più lucidi, artificiali. La vita ancora più lunga, quasi eterna, dove tutto è una copia di una copia di una copia. Persino il cibo è assemblato artificialmente. Un fake planet, devitalizzato ma in cui è quasi impossibile morire. Anzi, si direbbe che morire sia faccenda d’altri tempi.
Stiamo lentamente transitando dal naturale al post-naturale, una surrealtà dove tutto è immagine di un originale scomparso.
E Ivo - con il Rifacimento dei fondali marini in sintetico - contribuisce alla ricostruzione di un mondo fantoccio, alterato, imitazione di una realtà ormai perduta. Il tema della distruzione e della ri-costruzione si intrecciano: Ivo fabbrica un mondo nuovo mentre porta alla rovina quello vecchio, assume il doppio ruolo di homo faber e homo destruens.
La sua carriera di ingegnere strutturista infatti non l'ha portato a progettare proprio un bel niente. Che contribuisca al disastro, allora.

Io sto al gioco, mi piace l'Apocalisse, mi ci trovo bene, ci godo...

I toni apocalittici con cui viene descritta la contemporaneità sanciscono il collasso del mondo in cui è cresciuto. L’ingegnere si trova in una realtà dal volto irriconoscibile, da cui si sente già scollato, lui e la sua mentalità novecentesca. Vorrebbe passare gli ultimi stralci di tempo a sua disposizione assistendo ad un grandioso disastro - qualcosa di veramente emozionante, finalmente - è ossessionato dal senso della catastrofe. Non si inverte la freccia del tempo , gli direi a questi qui dietro il banco. Tutto deve andare a male, marcire, degradarsi, rovinarsi, fottersi definitivamente. Ma non ci sarà nessuna esplosione, solo un lento deteriorarsi che cambierà il volto del mondo. E Ivo si si sente già prossimo alla fine. Come i soldati che muoiono l’ultimo giorno di guerra, come a quei bambini che presero la poliomielite quando il vaccino era già in distribuzione. Sulla soglia di una nuova era.

A queste amare invettive, si alternano capitoli dedicati alle reminiscenze del suo passato. Sgorgano dalla mente di Ivo ricordi a ritroso, da quelli più recenti all’infanzia, fino ad un finale fuori dal tempo. Dunque mentre la giornata del ventinove Maggio procede in senso orario - dalla mattina alla sera - il passato di Ivo si ripropone in senso antiorario, dalla vecchiaia alla sua nascita. La narrazione procede perfettamente su questi due binari temporali, alternando questi due ritmi. La struttura del romanzo fa sì che la fine di Ivo - sappiamo dal primo capitolo cosa lo ucciderà - coincida con l’inizio della sua vita. Un motivo circolare che si ripresenta costantemente: il viaggio di ritorno dall’Egitto, il ritorno con la mente alla casa d’infanzia, al nucleo familiare d’origine e soprattutto al padre, paradigma tirannico e irrefutabile.
Se inoltre il 2015 aveva caratteristiche vaghe, un contesto futuristico, il passato di Ivo al contrario ripercorre la Storia d'Italia. Un contesto a noi familiare, che viene però riletto con una nuova chiave da Pecoraro.
Queste immersioni nel passato - alcune rappresentano dei perfetti racconti autoconclusivi - danno una giustificazione al cinismo dell’attuale Brandani. Il suo vissuto è segnato dall’inadeguatezza e dai fallimenti. La vita lo ha attraversato, e lui l’ha subita.

EFFETTO CORIOLIS: ogni traiettoria subisce una curvatura, talvolta fino ad avvitarsi su se stessa...Non sei mai dove avresti voluto essere, non arrivi mai nel punto dove hai messo la prua, ma sempre da qualche altra parte e ti dice bene se riesci a finire nei pressi del tuo obiettivo...Io, ammesso che avessi un obiettivo, non solo l'ho mancato in pieno, ma da qui nemmeno lo vedo più

La vita di Ivo scorre in tempo di Pace ma in realtà è un susseguirsi di conflitti meschini da cui uscirà sempre sconfitto.
Il conflitto Originario è quello con il Padre, figura ostile e fascista, fedele a due unici Valori: Coraggio e Orgoglio. Due qualità che sfortunatamente Ivo sembra non avere. Padre costruisce per lui un mondo non-alla sua altezza, di fatto castrandolo e rendendolo un inadeguato-a-vita. Ivo così chiuso nel suo invernale voler restar dentro è spinto a forza fuori. Un fuori barbarico e primitivo: il mondo dei ragazzini, in cui si riproducono le dinamiche sociali della prevaricazione e della violenza. Ivo è persino una pippa a giocare a calcio, qualità invalidante. Nonostante il dopoguerra, il boom economico e l’ottimismo degli anni Cinquanta, il microcosmo della Città di Dio nasconde una realtà vile e brutale. La lotta sociale è spietata, l’unico modo per galleggiare è menare. Farsi riconoscere come uno che mena garantisce lo status di dominante.
La giovinezza di Ivo squarcia subito qualsiasi illusione. Il grande Male della Pace è la lotta per emergere, per imporsi sugli altri. Un conflitto eterno. Il Tempo di pace è la lotta di tutti contro tutti, la violenza è del tutto privata, egoistica. Non c’è una guerra - e quindi una violenza imposta, obbligata - che ti costringa a definirti secondo valori civili condivisi come quelli di Patria o che ti spinga a fare i conti con la sopravvivenza, con la parte più intima di te stesso. L’alternativa vertiginosa tra vita o morte non esiste nel tempo di Pace. La Pace ti cuoce lentamente ti culla con antidepressivi, ansiolitici e ti confonde, ti istupidisce, ti isola.
In questo caos in cui Ivo fatica ad imporre la sua individualità (se lo ripete sempre:Brandani tu non sei un combattente, non sei un competitore…) il protagonista cerca un ordine alternativo alla crudeltà del comandamento homo homini lupus. Tenta con la rigidità del Pensiero: si iscrive alla facoltà di Filosofia. è coinvolto nelle lotte del 68’ e gli basta poco per capire che qualsiasi gruppo -persino quelli che propugnano idee di uguaglianza e di fraternità - nascondono la stessa ossatura, naturale negli uomini, gli stessi meccanismi di dominanza e sottomissione, lo stesso gregarismo.
E d’altronde Ivo capisce di essere inadatto alla lotta politica, qualsiasi scenario di battaglia lo atterrisce.
Sono un non-eroe, un non-coraggioso, un non-dominante, uno che non ci crede, che non crede a niente, che non ha mai creduto a niente…sono uno-che-molla, uno che per lui niente conta, se non restare in vita nelle migliori condizioni possibili
Durante un viaggio in Inghilterra, si trova davanti al Firth of Fourt Bridge. Ha un’illuminazione.
Se la Natura lo ha tradito, se è inadatto a qualsiasi contesto di selezione naturale - e quindi inevitabilmente di prevaricazione fascista e violenta - allora, la Scienza, la costruzione, possono essere usate contro la Natura. La filosofia non aveva portato ordine, non aveva dato un Senso ma soprattutto non aveva dato un risultato visibile. La Scienza, al contrario, opponendosi ai diktat naturali permette di unire ciò che è separato, può creare dei ponti.
A seguito dell’epifania, abbandona la facoltà di Filosofia (ma non gli Ideali di sinistra, per quello c’è tempo) e si iscrive ad Ingegneria. Finalmente, eliminata la variabile umana, Brandani ha un mestiere.
Il mondo del lavoro si rivelerà ancora più mortificante di quello adolescenziale e universitario. Non ci si fa la guerra né con le bombe né con i cazzotti come nel quartiere, ma con mezzi assai più subdoli. Il suo capo De Klerk è un manager di successo, aderisce al mondo così com’è e non come dovrebbe essere, al contario di Ivo ancora ancorato alla chimera dell'idealità. Questo capitolo è un piccolo capolavoro di narrativa: Pecoraro fornisce attraverso il racconto di un viaggio in barca una perfetta allegoria della fortissima pressione che esercita il capitalismo su di noi. De Klerk è tutto ciò che Ivo odia: maschilista, predatore, tirannico, un dominante. Brandani coltiva infatti nei confronti della mentalità borghese e materialista - tutto ciò che De Klerk rappresenta - un retro pensiero infantile: non mi avrete mai. Eppure De Klerk è più forte di lui, il suo modello prima lo affascina, poi lo avvince e infine lo schiaccia. Ivo non può niente.
Di fatto ti collocasti nella grande Catena dei Sì. (...)Ti consegnerai nelle mani del capitale, sarai un ingranaggio del profitto.
La sua blanda riserva mentale - “non mi avrete mai” - è una vana resistenza. Tutto è dentro la logica di mercato, senza scampo. Sembra di leggere le pagine profetiche di Cosmopolis (di Don DeLillo): “non esiste niente fuori dal mercato”.
La Grande Classe Media Uniforme dell'Occidente Democratico, quella che ha divorato e inglobato in sé tutte le altre classi, compresa quella operaia, dedita alla ragione passiva. I nativi del capitalismo mediatico non conoscono la nozione di opposizione, di alternativa.

Ha ragione Cortellessa quando parla di Pecoraro come scrittore di guerra. La guerra dei “sessant’anni di pace, nei tanti inferni del fare umano”. è questa la grande forza del romanzo: la sua potenza demistificatrice, il pessimismo lucido, la coscienza della complicità e della colpa. Ma anche la rassegnazione al caos dell'esistenza, alla non forma delle cose. Come pretendiamo che ci sia ordine se viviamo, anzi, siamo ciò che resta di un'esplosione?

Il delirio lucido di Brandani sgorga fuori con aggressività, una lingua corrosiva, senza tabù. Seguendo gli stilemi del modernismo, Pecoraro redige un romanzo verboso - come gli anziani Brandani è puntiglioso, si ripete senza sensi di colpa - contaminato da nozioni scientifiche, architettoniche, storiche, biologiche. Il suo è un epos rovesciato, senza eroismi né imprese. Può darsi che La vita in tempo di pace sia la perfetta anti-epica, l’uomo senza qualità del nostro Tempo.
Indubbio è che questo romanzo per gli scrittori italiani rappresenti - già - una tappa obbligata.


“Niente tornerà più, nessuna promessa è stata mantenuta: Dio non c'era, il mondo non ti stava aspettando, nessuno ti cercava, di là dal mare ci sono solo altri ristoranti di fritto misto e il mestiere, che prometteva, alla fine si è negato. O forse tu eri negato per farlo bene, Ivo...”.
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March 6, 2020
Capisco chi si è entusiasmato. E' un libro scritto molto bene, non minimale, ricco di storia e di storie, interessante e affascinante. Però, però... da un certo punto in poi non mi è più stato chiaro se a parlare era Brandani o Pecoraro e le ubbie del protagonista mi si son confuse con quelle dello scrittore. E' il punto in cui inizi a intravedere la morale, il come eravamo, il rimpianto dei tempi andati e la rabbia perchè le cose sono andate proprio come sono andate.

In aggiunta, ma questa è proprio tutta personale, il fatto di delocalizzare i luoghi assegnandogli dei nomi-simbolo pur nella loro totale riconoscibilità non mi è andata giù. Così come la negazione al nome di alcuni, specifici, familiari. Padre e Città di Dio, non lo capisco, mi urta. Avrei amato Parapagal e Pastrufazio, ma così no, mi ha infastidito per tuta la lettura.

Le pagine migliori, quelle in cui il rapporto natura-uomo si fa ambigua fusione, in cui crescita e disfacimento convivono, sono esaltanti. O quelle in cui il protagonista ha l'intuito per anticipare certe dinamiche umane, ma non ha la forza di contrastarle. Affogano in momenti in cui il monologo si fa, per dirle con Montale, "lamentosa letteratura".

Forse, semplicemente, un libro che è il bilancio di una esistenza, vera o presunta, non fa per me, non per il me di oggi, grazie, no. Dunque, a metà.
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293 reviews265 followers
January 29, 2014
Per chi è cresciuto in Italia occupando con i suoi anni tutta o quasi la seconda metà del Novecento questo è un libro importante. Un romanzo che sembra scritto proprio da uno di quegli uomini-spugna, che assorbono la realtà e hanno l’abilità e la generosità dl restituire, in questo caso con la parola scritta, quel che hanno assorbito
(sul tipo-Spugna e suoi contraltari qui ho messo qualcosa:
http://scarabooks.blogspot.it/2014/01...)
Chi ha chiamato in causa la coscienza ipertrofica, apocalittica e ossessionata da mille paure del Gadda dei Taccuini o della Cognizione ha visto il filone giusto. Di sicuro, niente a che vedere con le "sanguinose infanzie" e le elegie del bel tempo cheffù. Ivo Brandani, il protagonista, sulla soglia della vecchiaia, non va certo in cerca consolazioni. Il romanzo racconta il suo ritorno da Sharm dove sta sostituendo con la plastica la barriera corallina uccisa dall'inquinamento. Fa l'ingegnere e nell'essere “un uomo che costruisce ponti” per unire ciò che la natura vorrebbe tener separato, aveva visto il tentativo di opporre l'ordine matematico e parziale dell'omo faber al caos indifferente e infinito della natura. In questo, aveva cercato di trovare un senso del suo esistere. Una scelta fatta by-passando con fatica le filosofie, le fedi e le militanze che ci sono scoppiate tra i piedi a tutti, come le bombe, mentre crescevamo.
Aspettando l’aereo e poi viaggiando, tira le somme della sua vita. Davanti alla Fine che incombe, davanti al Senso che non c'è, ripercorrendo i nostri anni, nell’Italia di questi giorni (le ultime pagine sono bellissime e spietate) resta ad occhi aperti e schiena dritta. Con voce ferma, nel più assoluto disincanto, a tratti imprecando, con una smorfia amara, rende l'idea di una rabbia e di una sofferenza autentiche. Non fa sconti al modo e al mondo in cui è diventato uomo. Smonta e svela con un anticonformismo coraggioso e intollerante, con irritazione, tutti i luoghi fisici e mentali e i "valori" malimposti e malvissuti che hanno tormentato la nostra "vita in tempo di pace". Sono loro, dice, ad aver svolto nella nostra vita il ruolo devastatore che svolse nelle generazioni passate la guerra di Gadda, quella che non abbiamo conosciuto. Si salvano poche cose: la madre, l'acqua, il mare, l'estate, le dita dei piedi di certe donne. Ognuno ci veda i simbolismi e le metafore che vuole, se vuole. Per me, per altri, saranno state altre cose (magari le mani). Ma cambia poco. Il senso della nostra “tragedia generazionale”, senza nobiltà e senza eroi, lo coglie in pieno.
Alterna il racconto della sua giornata di viaggio e i passaggi della sua vita con una grande efficacia ed omogeneità espressiva, con uno "sguardo" letterario ad occhi stretti e senza sorrisi di circostanza, senza "gesti" stilistici ad effetto, con la stessa prosa monologante nel tono da antipatico, preciso e arrabbiato. La cura del dettaglio nelle annotazioni e nelle descrizioni, è da grande scrittura. Certi vezzi con cui nomina cose, posti e persone non li svelo, ma aggiungono sorpresa e originalità. Anche dal punto di vista stilistico il libro ha un taglio convincente.
Insomma, per le tante le cose della nostra vita vissute e sentite nello stesso modo, per il coinvolgimento emotivo che dà, per come è scritto, non è un romanzo qualsiasi. I critici che lo hanno messo nelle classifiche dei migliori romanzi italiani del 2013 (è così che l'ho scoperto) non hanno sbagliato. Una volta tanto.
Profile Image for Tyrone_Slothrop (ex-MB).
848 reviews114 followers
July 15, 2019
Le confessioni di un italiano (alla fine del millennio)

Sono parecchi i punti interessanti di questo romanzo di un autore scopertosi tale in tarda età (se 60 anni ancora così si possono definire):
- la struttura ben pensata e costruita, fatta di capitoli alternati a scansione temporale opposta (progressivi verso la morte del protagonista la prima serie, regressivi verso il suo concepimento la seconda)
- uno stile di scrittura avvolgente ed efficace, basato su un flusso di coscienza molto intelligibile ma sempre ben ritmato e stimolante il lettore, nella sua capacità di accumulare ellissi narrative e particolari curiosi
- abili inserimenti di elementi fantastici-allegorici in un contesto a prima vista realistico, ma che assume valenza quasi epica (dai toponimi "Città di Dio" ai nomi dei famigliari "Padre", "Madre")

Ne risulta una lettura ricca e multiforme, nella quale convivono analisi psicologiche e quasi psicoanalitiche, simbolismi socio-politici a volte molto potenti, flussi di ricordi e associazioni mentali coinvolgenti.

Tutto questo nonostante (e sottolineo, nonostante) la materia prima del libro sia (almeno per me) poco interessante e per nulla originale: una sorta di bilancio esistenziale in un ex-sessantottino venduto al Capitalismo che riflette la sconfitta e lo sfascio dell'intera società italiana. Ripeto, Ivo Brandani non ha nulla di davvero nuovo o sorprendente da dirci: un cinico amareggiato dalla vita che ci racconta la sua biografia (ben poco diversa dalla nostra) in una specie di immensa nostalgia del Tempo Perduto (il quale, d'altra parte, forse non merita neppure di essere ricercato).

Ancora più notevole, quindi, la capacità dello scrittore di produrre un libro stimolante e di elevata qualità partendo da una sostanza (per me) alquanto trita e già sentita e vista...
L'attesa per la prossima prova letteraria diviene dunque alta...
Profile Image for marco renzi.
299 reviews101 followers
August 29, 2017

Il bello di un libro come questo è che ci sarebbe moltissimo da dire e tanti aspetti di cui discutere; e già questo mi sembra un elemento importante: se un libro stimola anche solo un piccolo dibattito, allora ha già fatto buona parte del suo lavoro.

"La vita in tempo di pace" è un romanzo denso e qua e là discontinuo, ma senza dubbio è uno di quei pochi che consiglierei se dovessi consigliarne uno italiano e contemporaneo (e devo dire che ultimamente ce ne sono di parecchio bravi, in mezzo a tanti bischeri).

La storia dell'ingegner Ivo Brandani è quella che comincia nel 1946 con la sua nascita e arriva al 2015, data nella quale il racconto ha inizio: un viaggio in areo, di ritorno dall'Egitto. Da lì, questo particolare momento del protagonista è alternato a frammenti del suo passato, che arrivano infine a ricoprire tutta la sua vita, nonché una parte della storia italiana degli ultimi sessant'anni.

Pecoraro scrive davvero bene, a tratti maledettamente bene. Ivo Brandani può ricordare un Gonzalo Pirobutirro 2.0, un personaggio gaddiano, un ingegnere che ha rinunciato alla filosofia per una concretezza che nella sua esistenza faticherà a trovare. Il romanzo è intriso di monologhi e flussi di coscienza cinici, talvolta anche depressivi, spietati ma veri; intervallati da quei puntini di sospensioni che non possono far tornare alla mente certe cose di Celine: non solo per la prosa, quanto per l'idea di letteratura e di mondo.

E' un libro che va letto, anche se non è per tutti. Può disturbare e angosciare, e forse è per questo che l'universo di Ivo Brandani può far discutere. Però è questo che la letteratura deve continuare a fare: far pensare, far discutere e riflettere. Cose che ultimamente sono spesso lasciate da parte; e che invece andrebbero rispolverate un pochino.

Ah... è tra i dodici dello Strega.
Per quanto me ne possa fregare del premio, posso dire di avere già il mio vincitore.

(commento dell'aprile 2014 - poi lo Strega lo vinse Piccolo, bah)
Profile Image for Gabril.
1,050 reviews260 followers
April 8, 2023
"Fluviale, modernista, celiniano" è stato definito, fra l'altro questo romanzo (vogliamo continuare a chiamarlo romanzo?) di Francesco Pecoraro.

Un alter ego, il quasi settantenne Ivo Brandani, un tema: come sono veramente le cose in questo nostro tempo, contrassegnato dalla "pace", o meglio dalla "non guerra"; paesaggi, luoghi e tempi simbolici: Città di Dio, Estate, Padre e Madre, Penisola...archetipi delle nostre configurazioni immaginarie, ma anche, purtroppo, sintomi di una malattia radicale che imprime un fatale (perché irreversibile) movimento a ciò che denominiamo realtà. Realtà in cui i rapporti tra maschi e femmine, ad esempio, sono ab origine separati da una cesura essenziale che nessuna relazione amorosa potrà mai sopprimere.
E così la vita scivola inesorabilmente verso la cancellazione e non c'è alcuna plausibile giustificazione al fatto che ciò che era vivo, ridente, appassionato, caldo, debba morire. E invece quel che era vitale appassisce, ciò che accendeva passione si spegne, ciò che appariva fondamentale trascolora nella smemoratezza.

Schietto, disincantato, cinico perché è necessario esserlo, "La vita in tempo di pace" testimonia una visione radicalmente amara e sconsolata, dove pace significa in realtà "guerra silenziosissima di tutti contro tutti". Ed ecco a voi lo spettacolo dei nostri tempi, signore e signori. Altro che Strega.
Profile Image for Chiara187.
118 reviews15 followers
August 6, 2019
A parte l’inizio, che ho trovato promettente, a me invece questo romanzo non è piaciuto per niente. Le descrizioni di ponti e aerei mi hanno annoiato terribilmente, così come tutte le parti ambientate in aeroporto. Ho provato simpatia all’inizio per Ivo Brandani, deluso e disilluso, che scopre da anziano che le cose non sono andate come sperava e recrimina sugli errori fatti e le scelte sbagliate. Uno di noi, ho pensato, uno come tanti. Ma le tirate infinite, le lamentele continue, in un linguaggio piatto e monotono, senza alcuna ironia o ipotesi di speranza, me l’hanno reso sempre più irritante. Un vecchio brontolone antipatico.
Il capitolo che mi è piaciuto di più è Monsone, una descrizione tra l’ironico e il rassegnato del sistema Paese. Da lì in avanti secondo me ha esagerato: troppo discontinuo, troppo prolisso, troppo lungo, fallocentrico e morbosamente ossessionato dalla zona ano-genitale di cui descrive con dovizia di particolari quello che ne entra e ne esce. Decisamente sopravvalutato, a mio parere. Non mi incuriosisce leggere altro di questo autore.
Profile Image for Domen1ko.
30 reviews2 followers
May 23, 2014

Grandissimo! Travolgente, impetuoso, sempre avvincente! Le incontenibili parole dell'autore erompono senza sosta in una eccezionale tecnica stilistica che alterna monologo interiore, narrazione in terza persona e profonde riflessioni (che fanno di alcuni capitoli dei piccoli saggi-capolavoro) senza mai che il tutto scada nel monotono o nel banale.
Nella storia del protagonista, il settantenne Brandani, c'è la storia di settant'anni d'Italia. I vizi e le contraddizioni di una classe, la borghesia, con le sue debolezze, aspirazioni, fallimenti, disillusioni. E il nevrtotico e pessimista Brandani, il perdente consapevole di esserlo, è l'incarnazione stessa di questi fallimenti, di questa disperazione, di tutte le illusioni perdute.
Sicuramente uno dei migliori libri pubblicati ultimamente.
Profile Image for Jaap.
353 reviews9 followers
October 1, 2018
Het valt niet mee om deze 500-pagina lange woordenbrij door te komen. De observaties van de 65 jarige babyboomer Ivo Brandani, terugkijkend op zijn leven, zijn soms wel interessant en mooi beschreven, maar na 100 pagina's besloot ik van de rest alleen de linker pagina te lezen en ik merkte dat ik vrijwel niets miste ...
Profile Image for flaminia.
454 reviews129 followers
April 21, 2019
saltuariamente avvincente (grazie a tom gauld e ai suoi bollini promozionali per romanzi che mi hanno risparmiato la fatica)
Profile Image for Roberta.
1,412 reviews129 followers
October 12, 2014
Ivo Brandani sta tornando dall'Egitto, dove ha condotto un sopralluogo, a Roma (anzi, Città di Dio, uno dei vezzi che l'autore si concede), ma il suo aereo è in ritardo. L'aeroporto è però uno dei luoghi-non luoghi in cui ama rilassarsi, osservare e riflettere, e la sua giornata viene così articolata in diversi frammenti, alternati ad altrettanti frammenti che, partendo dal passato più recente e procedendo al contrario, ricostruiscono una vita e, insieme, un segmento di storia del nostro paese (anzi, della Penisola). Sono gli ultimi settant'anni di storia, dato che l''adesso' di Ivo è un vicinissimo 2015.

Questo periodo viene definito di pace in modo ironico, ovviamente, non solo perché le guerre ci sono sempre state, anche se altrove, ma anche perché in realtà questa pace è fittizia: la Pace è guerra di tutti contro tutti: poca la violenza fisica, ma la lotta è maligna e crudele, nel doversi fare spazio, nel lottare per ottenere una parte anche piccola delle risorse disponibili, o un po' di potere, per quelli a cui interessa... Una guerra senza eroi, combattuta a botte di cocaina, di alcol, di anti-depressivi, di ansiolitici, di sigarette strafumate...

La vita di Ivo, che l'incipit ci rivela essere perseguitato dal senso della catastrofe, sembra perseguitata anche dalla catastrofe vera e propria: dall'assunzione della Direzione di un Distretto di Roma proprio nei giorni della recente gravissima alluvione, al lavoro in una multinazionale in cui il capo lo prende in simpatia, salvo incastrarlo poi in una vacanza in barca a vela pericolosamente somigliante nelle atmosfere se non altro, al film "Ore 10: calma piatta" e rivelarsi un vero e proprio psicopatico, la vita di Ivo sembra essere davvero una guerra continua, che egli affronta a suon di Tavor, di calcoli matematici e di ossessioni in coppie di opposti: il rapporto difficile con un Padre dittatoriale, violento e inarrivabile, i cui lineamenti osserva con orrore affiorare nella sua stessa faccia con il passare degli anni, vs l'adorazione per una madre morbida accogliente profumata e protettrice; l'amore per l'ordine architettonico rigoroso del suo quartiere romano vs il disordine barocco del resto di Roma, costellata di inutili polveri e sporchi reperti archeologici; l'amore per le parole e la filosofia, traditi per una carriera di facitore di ponti, di tecnico; la non vita dell'Inverno, stagione di imposizioni e ritiro, vs la vera vita che accade solo in estate e al mare.

Una vita di fallimenti, caratterizzata anche da un rapporto con le donne molto vacuo (non che il protagonista abbia degli amici maschi, a parte un inverosimile Franco che si pronuncia nelle più strabilianti delle affermazioni). Le donne, in generale, a parte Madre, se la passano molto male nell'universo di Ivo: il suo più che amore sembra sempre pura attrazione fisica, ogni atto di corteggiamento finalizzato sempre e solo alla soddisfazione di un organo che, lui stesso ammette, fin dall'inizio ha vissuto una vita separata.

Romanzo sicuramente interessante, che sono contenta di aver letto, ma che ho trovato anche a tratti stancante, lento, ripetitivo, non del tutto convincente e occasionalmente anche sconcertante.
Profile Image for dv.
1,401 reviews60 followers
June 6, 2019
Un potente affresco del secondo novecento italiano, la vita in tempo di pace, appunto. Pecoraro costruisce con Ivo Brandani un antieroe frammentato, metà filosofo e metà ingegnere, che guarda scorrere davanti, non senza autocompiacimento, il fallimento suo e del mondo che abita. Grande romanzo, forse il vincitore mancato dello Strega 2014.
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