Cari lettori, oggi parleremo, o quantomeno proverò a farlo, del nuovo libro di Sara Purpura, Ladro di origami pubblicato con la Mondadori. Dico proverò perché devo ancora riprendermi, anzi per scrivere questa recensione ho deciso che avevo bisogno di tempo, cosa che solitamente non faccio, lo faccio sempre a caldo, ma questa storia mi ha destabilizzata.
Il giorno zero ha prospettive diverse a seconda di chi lo vive. Non sempre positive o negative; nel caso di Sofia dovrebbe rappresentare il punto di svolta, il momento in cui la sua vita potrà ripartire
“Il giorno zero è il momento in cui si decide di non avere più paura. È l’attimo che si individua per ripartire, molto diverso rispetto a tanti altri attimi. Un momento, che dura un minuto o un giorno, più intenso e cruciale; è l’istante in cui si trova la forza per rialzarsi dopo essere rimasti a terra a lungo, in cui si rinasce con consapevolezze nuove dopo aver provato una discreta dose di dolore e patimenti.”
Mentre per Marco vuol dire dover cominciare un’esistenza più complicata di quella attuale, vuol dire il terrore di aprire una porta e scoprire che tutto si è fermato.
“Il giorno zero è un giorno come oggi, quando la vita ti presenta un conto salatissimo e tu sai che non sai che cazzo fare. È il momento in cui non puoi ripartire da niente, perché stai perdendo tutto quanto.”
Due visioni, due vite che conoscono bene le sfaccettature del dolore, anche se diverse.
Sofia ha bloccato la sua a due anni prima, quando il mondo le si è chiuso addosso, sommergendola di vergogna, disperazione, decurtandola della propria dignità, umiliandola, ferendola, distruggendola fino a farla rimanere prigioniera. Capisce che per riuscire a mettere un punto a tutto e avere anche solo una possibilità di andare avanti, così decide di tornare nella sua città di origine, Palermo, lasciando quella che l’ha adottata, nascosta e protetta per farle leccare le ferite e permetterle di farle richiudere almeno un po’. Ma quelle ferite non vanno via, affondano gli artigli così tanto in profondità che lasceranno sempre un segno della loro esistenza e del passaggio. Per Sofia anche solo sfiorarsi riporta a galla tutto, l’amore è lontano da lei, perso insieme al suo essere.
Lei che ora si sente sbagliata, rotta, ma che un tempo, che sembra ormai lontano, era piena di vita, pronta ad aprire il proprio cuore a un amore adolescenziale che sapeva di futuro e profumava di “per sempre”.
“Forse ci si innamora per davvero una volta sola e, a prescindere da come la vita poi li disordina, mente e cuore restano ancorati a quel primo momento di strabiliante emozione.”
Marco è bloccato in un limbo, un presente che gli nega un futuro e un passato che ha cancellato la possibilità di vivere felice un presente diverso. Tutto ha il sapore della perdita, i colori persi quando Sofia ha chiuso per sempre e lui ha dovuto mettere toppe continue a una vita distrutta da una madre che ha preferito sbagliare e ferirsi piuttosto che crescere i propri figli donando loro amore incondizionato.
È sempre una questione di ciò che la ruota del destino ha scelto per te quando sei nato, ed è un attimo nascere nella parte sbagliata, nella famiglia sbagliata. È un attimo dover crescere cercando di essere migliore dei propri genitori, combattere la famiglia, o anche solo dare spazio al proprio essere.
Mentre leggevo la storia di Sofia e Marco ho spesso pensato agli origami a cui i protagonisti ogni tanto si riferiscono, un momento che nel passato ha rappresentato qualcosa tutta loro, qualcosa che parlava di loro. Quando ho chiuso il libro ho pensato che loro erano quegli origami: pezzi di carta piegati dai fatti che hanno dato vita a qualcosa di migliore, più elaborato, più complicato, pieno di spigoli nuovi e piegature ma, senza ombra di dubbio, più belli e fragili.
L’autrice parla di una storia vera, come tante, troppe, che potremmo sentire ogni giorno leggendo un giornale o accendendo la TV, una storia di ragazzi che nella sofferenza si sono dovuti rimboccare le maniche per trarsi fuori dalla melma che la vita gli ha fatto scivolare addosso. Una storia di riscatto verso se stessi e verso quelle difficoltà che hanno tentato di abbatterli. Marco e Sofia sono sopravvissuti a loro stessi e a tutto ciò che gli è stato fatto.
La loro storia si incastra con quella di una terra splendida, ricca di storia, ma anche di morte e degrado, dove si respira un’aria che sa di mare e calore, ma anche e soprattutto di espedienti per sbarcare il lunario e omertà. La stessa omertà che è stata servita in razione doppia alla Sofia ragazzina.
“Vorrei confessargli tutte le mie paure.
Vorrei dirgli che ciò che è accaduto ha raffreddato la mia anima, che sono gelida come un iceberg e che quella maledetta sera mi ha reso sterile di fronte all’amore… ma non è del tutto così. È stato anche il suo ricordo che mi ha impedito di innamorarmi ancora. Non l’ho più cercato, perché lui mi ha voltato le spalle. Mi ha messo all’angolo come gli altri, eppure ho nascosto lo stesso quel sentimento in una piccola parte di me, e adesso sta venendo fuori dirompente, facendomi dimenticare tutto il resto.”
Nella parte dietro della cover si trova una frase: “Certi ritorni fanno più male di alcune partenze”, è indubbiamente vero, alcune partenze sono libertà, rappresentano la possibilità di ricominciare, com’è vero che alcuni ritorni spaventano, l’ignoto terrorizza, non sapere (a volte sapere per certo) ciò che si potrebbe trovare ad aspettarci fa paura, ma quei ritorni cicatrizzano, mentre le partenze anestetizzano quel dolore che aspetta di essere affrontato fino in fondo per poterlo sconfiggere.
Senza quei ritorni dolenti è difficile trovare un futuro, ritrovare se stessi dandoci la possibilità di consegnare agli altri la versione migliore di noi stessi.
Ringrazio la casa editrice, l’autrice e l’agenzia Brassotti per avermi dato la possibilità di leggerlo in anteprima.