Cosa ci rende umani? Cosa distingue l’homo sapiens sapiens dagli altri primati? Nel plasmare la nostra esistenza individuale e collettiva, noi esseri umani abbiamo un margine di scelta o siamo solamente pedine sulla scala dell’evoluzione? In contrasto con le scienze che vedono la natura umana come un risultato dell’adattamento evoluzionistico, l’autore sostiene che la specificità dell’essere umano dipende in larga parte da quella grande innovazione che è stata la rappresentazione simbolica, dall’idea cioè che tutto – un suono, un gesto, un oggetto – possa essere usato per rappresentare qualunque altra cosa. È proprio da essa che dipendono l’immaginazione, il linguaggio, la coscienza, il dubbio, un certo grado di libertà, il senso del futuro, la comprensione di sé e degli altri, credenze, miti e fedi religiose. Se insomma la natura dell’uomo non è riducibile deterministicamente alla biologia, alla chimica e alla fisica, come possiamo concepire una scienza nuova, che descriva e spieghi accuratamente cosa vuol dire essere umani? È fattibile? E, se sì, a cosa dovrebbe servire? Potrebbe davvero contribuire a rendere il mondo un posto migliore, più umano, più giusto, più libero per tutti?
Quando Amleto disse "Essere o no essere, questo è il problema" sapeva quello che diceva? Questo libro merita le cinque stelle anche se alla fine del libro l'autore si lascia andare a questa conclusione: "Se la nostra condizione di esseri umani umani è quella di una specie simbolica intersoggettiva, precaria e potenziale, non siamo neppure dei burattini manovrati da forze estrinseche, qualunque nome vogliamo dare ai fili che secondo alcuni ci muoverebbero: mutazioni fortuite, leggi fisiche gravitazionali e quantistiche, un certo dio piuttosto che un altro. Quantomeno ci è dato uno spiraglio di libertà, uno spazio per decidere in prima persona come condurre la nostra vita e quale senso dare all’esistenza, a partire dalla nostra. Spetta a noi fare buon uso di quel margine di scelta e autonomia."
La conclusione di Larsson si colloca al cuore di uno dei dibattiti più antichi e persistenti della filosofia occidentale: il problema del libero arbitrio e della dignità umana di fronte ai determinismi scientifici contemporanei. L'autore delinea una posizione filosofica sofisticata che cerca di sfuggire tanto al riduzionismo scientista quanto al determinismo teologico. La definizione dell'uomo come "specie simbolica intersoggettiva, precaria e potenziale" è particolarmente densa: il simbolico richiama la capacità linguistica e culturale che ci distingue; l'intersoggettività sottolinea la dimensione relazionale costitutiva dell'umano; la precarietà riconosce la nostra vulnerabilità esistenziale; la potenzialità indica l'incompiutezza che ci caratterizza.
La metafora dei "burattini manovrati da forze estrinseche" evoca una critica implicita tanto al determinismo genetico-evoluzionistico quanto a quello fisico-quantistico, passando per quello teologico. È una posizione che ricorda il personalismo novecentesco e certi sviluppi dell'esistenzialismo, ma anche - nella tradizione nordica - il pensiero di Kierkegaard sulla libertà come possibilità angosciante.
L'espressione "spiraglio di libertà" è filosoficamente prudente: non rivendica una libertà assoluta, ma uno spazio genuino di autodeterminazione. Questo richiama la distinzione sartriana tra libertà di situazione e libertà assoluta, ma anche la nozione aristotelica di prohairesis come scelta deliberata. Il passaggio finale - "fare buon uso di quel margine di scelta" - introduce una dimensione etica che trasforma l'antropologia filosofica in imperativo morale, riecheggiando l'imperativo kantiano del trattare l'umanità sempre come fine. È una conclusione che, pur nella sua brevità, tenta una sintesi ambiziosa tra scienze contemporanee e tradizione umanistica europea. Devo aggiungere altro?
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Questa non è una recensione è soltanto la condivisione della introduzione che l'autore fa al suo libro e che condivido con un mio personale commento alla fine.
"In uno dei suoi apologhi filosofici Voltaire porta in scena due personaggi, due pensatori di professione. Li vediamo passeggiare in campagna, discettando sul senso della vita. Discordano su quasi tutto, tranne che su un punto: non conoscere lo scopo dell’esistenza è motivo di frustrazione, addirittura di infelicità. A un certo punto si imbattono in una contadina che lavora un campicello sul ciglio della strada. Uno dei due propone di interrogare lei. Trovatisi d’accordo, una volta tanto, si avvicinano alla donna e le si rivolgono con ogni cortesia: quale poteva essere, a suo giudizio, il senso dell’esistenza? Quella li fissa, esterrefatta. Non ha neppure capito la domanda.
“Eccoci serviti...” commenta l’autore di quella trovata (in pratica lo stesso Voltaire, mentre l’interlocutore, a quanto pare, era Rousseau): “Sarà meglio capire il problema e non trovare la risposta o non capire neppure la domanda?”. Ci hanno provato in molti a dare una risposta. Una delle più stimolanti è quella di Wittgenstein: il senso della vita è vivere in modo tale da non doversi mai porre il problema. Non si può dire che nel privato lui ci sia riuscito molto bene, ma probabilmente avrebbe dato ragione alla contadina di Voltaire.
Quanto a me, avrei tanto voluto attenermi a quel consiglio! E invece ho passato buona parte della mia esistenza adulta a interrogarmi sull’esistenza umana e sul suo significato, alla ricerca di risposte, nella mia triplice veste di uomo, narratore e studioso. In particolare, nella vita come nell’opera, ho cercato di mostrare che la libertà e il libero arbitrio non sono illusioni, che non sono “soltanto” sentimenti o desideri soggettivi, meri epifenomeni, come hanno sostenuto in molti, filosofi e scienziati, bensì caratteristiche e possibilità reali della vita umana. In ciascuno dei libri e degli articoli che ho scritto ho tenuto a ribadire, prove alla mano, che il margine di autonomia concesso agli esseri umani nel pensiero e nella condotta trascende i determinismi e i vincoli di ordine naturale e sociale.
In un primo tempo, se devo essere sincero, mi interessavano soprattutto la mia libertà personale e quella dei miei amici più stretti. La libertà degli altri, individuale o collettiva che fosse, veniva dopo. Poi, con il passare degli anni, lavorando al mio trattato di semantica, Le bon sens commun, e quindi mettendo mano al saggio in cui parlo del mio personale percorso biografico, Bisogno di libertà, ho finito per capire che il mio margine di iniziativa individuale dipendeva in modo ineludibile dall’autonomia altrui; anzi, che invocare i concetti di libertà o di libero arbitrio non aveva senso se non in relazione ad altri esseri umani, nell’orizzonte della coesistenza interpersonale. Oggi, peraltro, mi è molto più chiaro che il nostro quantum di libertà potenziale non si manifesta in astratto, non è sospeso nel vuoto, ma è necessariamente intrecciato ad altre facoltà umane come la coscienza, l’immaginazione, la significazione e la conoscenza, con le quali ha molto a che vedere. In Essere o non essere umani cercherò di chiarire come funzionano questi rapporti e queste interdipendenze per tentare di rispondere a tre quesiti: in che cosa consiste l’umanità dell’uomo, che cosa significa essere umani e che cosa l’umanità dovrebbe significare, insomma come “ci” converrebbe vivere in quanto esseri propriamente umani – la domanda in assoluto più difficile."
Trascorsi, quando ero giovane, due anni in un ospedale per handicappati fisici e mentali. Fui studente infermiere e fu una esperienza che, ora che sono un dinosauro, mi accompagna nel mio essere umano. La domanda che mi faccio, dopo di aver letto alcuni estratti del libro, quelli erano o non erano esseri umani? Uomini e donne, bambini, adulti e vecchi, capaci, semi incapaci, totali incapaci di intendere di volere, sia nel fisico che nella mente, erano esseri umani?
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Il libro di Björn Larsson, "Essere o non essere umani. Ripensare l'uomo tra scienza e altri saperi", affronta un tema complesso e affascinante: la natura dell'essere umano. L'autore mette in discussione la visione riduttiva che vede l'uomo come un semplice prodotto dell'evoluzione biologica, e sostiene che la nostra unicità risieda nella capacità di creare e utilizzare simboli.
La specificità dell'essere umano
Larsson sostiene che la capacità di utilizzare simboli, di dare un significato a oggetti, gesti e suoni, è ciò che ci rende davvero umani. Questa capacità ci permette di comunicare, di trasmettere informazioni e di creare cultura. Ci permette anche di immaginare mondi possibili e di progettare il nostro futuro.
La scienza e gli altri saperi
L'autore invita a un approccio interdisciplinare per comprendere l'essere umano. La scienza, con le sue diverse discipline, può fornire una conoscenza preziosa del nostro corpo, del nostro cervello e del nostro comportamento. Tuttavia, per comprendere appieno la natura umana, è necessario attingere anche ad altri saperi, come la filosofia, l'arte e la letteratura.
Le implicazioni
La riflessione di Larsson ha implicazioni profonde per la nostra concezione di noi stessi e del nostro posto nel mondo. Ci invita a ripensare il rapporto tra natura e cultura, tra individuo e società, tra mente e corpo. Ci sfida a immaginare un futuro in cui la tecnologia e l'intelligenza artificiale non siano una minaccia per la nostra umanità, ma un'occasione per ampliarla.
Critiche e spunti di riflessione
Il libro di Larsson ha ricevuto elogi per la sua originalità e per la sua capacità di stimolare la riflessione. Tuttavia, alcuni critici hanno contestato la sua visione troppo idealistica dell'essere umano. Altri hanno sottolineato la necessità di approfondire l'analisi delle implicazioni etiche e sociali della sua proposta.
Conclusione
"Essere o non essere umani" è un libro importante che ci invita a ripensare a noi stessi e al nostro posto nel mondo. Un libro che ci fa riflettere su ciò che significa essere umani e su ciò che ci rende unici. Un libro che ci sfida a immaginare un futuro migliore per l'umanità.
Domande per la discussione
Quali sono le implicazioni della visione di Larsson per la nostra concezione di noi stessi? Come possiamo conciliare la scienza con gli altri saperi per comprendere appieno l'essere umano? Quali sono le sfide e le opportunità che ci attendono in un futuro in cui la tecnologia e l'intelligenza artificiale saranno sempre più pervasive?
Sono stato a lungo indeciso se recensire questo libro o meno. È lungo, composto da numerossisimi temi, a tratti risulta dispersivo ma propone comunque idee affascinanti.
La pietra angolare è l’idea dell’umanità come specie simbolica. Da qui, Larsson parla di intersoggettività, interpretazione simbolica arbitraria e coscienza per arrivare a dare una definizione di uomo e umano che tenga conto sia dell’aspetto biologico sia dell’aspetto “umano umano” che ogni individuo porta con sè.
Lo fa spaziando in ogni campo, confrontando la sua teoria con ogni scienza “dura” e non. Proprio questi passaggi appaiono ogni tanto forzati o liquidati troppo velocemente.
In altri campi, ho la sensazione che Larsson faccia un po’ di cherry picking o non risponda nel merito delle questioni sollevate dagli studiosi che cita. Malgrado questo, le intuizioni presentate all’inizio del saggio sono davvero fertili e aprono scenari interessantissimi.
Malgrado non sia d’accordo con Larsson sulla sia visione di uomo, almeno non completamente, non si può negare che il suo impianto teorico sia intrigante, solido, estremamente affascinante per le sue implicazioni nella quotidianità. Soprattutto gli ultimi capitoli, che trattano delle ricadute concrete della sua idea, sono forse troppo ottimistici ma sicuramente motivati dalle pagine precedenti, e contengono spunti di riflessione quanto mai attuali.