La prima parola che mi viene in mente dopo aver letto il romanzo d'esordio di Trisha è: s-e-r-e-n-i-t-à.
Prima di comprare l'intero pacchetto della trilogia 𝘖𝘯𝘦 𝘔𝘰𝘳𝘦 (e so che uscirà anche un quarto libro, che ovviamente prenderò, visto che una saga non riesco a non concluderla per principio 🧘🏻♀️), mi ero sempre chiesta che significato avessero i titoli.
Sin dalla prima pagina ho ricevuto la mia spiegazione: 𝘔𝘢𝘬𝘦 𝘢 𝘋𝘪𝘧𝘧𝘦𝘳𝘦𝘯𝘤𝘦 (o anche: 𝘔𝘢𝘋) è il nome della redazione del giornalino presso cui la liceale Kimberly Thompson ne è il capo. Tra l'altro ho trovato molto, molto carina la scelta del nome, vista l'idea di base su cui si imprime la loro 𝘮𝘪𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯: ossia, fare la differenza, dare voce alla verità e alla giustizia tra i corridoi della scuola. E Kimberly, caparbia come solo lei sa essere, perseguita il suo più grande sogno di diventare una giornalista, un giorno, con questa filosofia, senza permettere alla menzogna di macchiare il suo cammino. Costi quel che costi. Anche se ciò vuol dire attirarsi le ire del preside e della squadra di hockey, l'Arlington, un mondo da cui si tiene costantemente alla larga.
Peccato che, dopo l'ultimo articolo diffamatorio, fa male i conti: viene costretta dal preside Clemmons a compiere una specie di “lavori socialmente utili”, che consiste nel seguire le partite dell'Arlington e pubblicare articoli in merito al loro percorso nella Middlesex League.
Sebbene per far uscire la recensione ci abbia impiegato più del dovuto (il lavoro mi rallenta i ritmi sia di lettura che di scrittura, abbiate pazienza 🙏🏻), ho trovato la storia di una fluidità unica; non mi sono mai incappata in pezzi che reputo noiosi o inutili ai fini della trama. Tutto, al suo interno, ha la sua utilità, persino quei piccoli pezzi in cui si dà voce ai personaggi secondari; apprezzata tantissimo la scelta di dare uno sguardo in più alle amicizie che circondano la protagonista, gli intrighi amorosi che legano X e Y, insomma, hai saputo dosare gli ingredienti giusti di una tipica storia adolescenziale.
Veniamo a Kimberly.
Lei è un personaggio 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 da quelli che di solito son presenti nei young adult, ed è la personificazione di un vulcano, nel vero senso della parola: per il carattere peperino e sfrontato, il fuoco dell'ambizione le scorre nelle vene non appena si impunta di raggiungere un obiettivo, e state pur certi che niente e nessuno è in grado di farle fare marcia indietro. Pignola, testarda, permalosa, intelligente, determinata, golosa (sì, dico a te, lettore che stai seguendo una dieta ferrea: non leggere questo romanzo se non vuoi cadere in tentazione; per me è stato arduo non dovermi alzare dal letto e ricorrere agli zuccheri ogni volta che leggevo le leccornie).
Mannaggia a te, autrice.
L'unica persona in tutta l'high school in grado di tenerle testa (e di farla 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘳𝘦 fuori di testa) è proprio Dexter Evans, capitano della squadra di hockey. Sfrontato quanto lei, orgoglioso fino al midollo, ma incredibilmente più razionale (lato che ho apprezzato quando Kimberly lasciava parlare il suo istinto). Qualcuno ha per caso nominato 𝘦𝘯𝘦𝘮𝘪𝘦𝘴 𝘵𝘰 𝘭𝘰𝘷𝘦𝘳𝘴? Eccovi serviti: ogni volta che le strade dei due si incrociano, è guerra aperta.
Penso che una delle caratteristiche del loro rapporto che mi è piaciuta di più, per quanto bizzarra, è stata la loro evoluzione a suon di... baci. Altro interrogativo che non riuscivo a spiegarmi prima della lettura, infatti, era la dicitura “Ancora un bacio”. Ma lentamente, pagina dopo pagina e battibecco dopo battibecco, ha iniziato a farsi tutto più limpido; a ogni bacio rubato alla “povera” Kimberly equivale un mattoncino che contribuisce alla realizzazione dei sentimenti della protagonista (perché sì, è de coccio), ma che va anche a solidificare il loro rapporto; a distanza dall'uno all'altro avvengono scambi interessanti, approfondiscono se stessi, pezzo dopo pezzo buttano giù le rispettive “armature”, per ritrovarsi col cuore nudo e i pensieri esposti.
L'ho trovata una crescita lenta ma graduale, giusta, sensata, ma soprattutto umana. Ed era necessario fosse così, anche per il carattere complicato della protagonista.
Altra cosa che va ad aggiungere punti alla storia è il trattamento della tematica delicata che fa da sfondo. Non è il tema principale, ma fa da cornice al background di Kimberly e va a spiegare certi suoi atteggiamenti e scelte di vita. Sto parlando del “problema” inerente alla madre.
Mi è piaciuta tantissimo sia come hai narrato la tematica (attraverso il suo comportamento non i suoi confronti, i diverbi, i pensieri, etc), sia per come hai inserito l'assonanza di due cose in particolare: il linguaggio forbito della protagonista (e a cui si collega la questione della “spelling bee” — PS fuoricampo: nei film americani ho sempre amato questo genere di competizioni!) e la paura di parlare di una questione tanto spinosa. Insomma, in maniera molto sottile, hai lasciato intendere che anche chi non ha problemi di linguaggio, o che conosce tutte le parole del mondo, avrà sempre delle difficoltà a confessare a chiare lettere ciò che trattiene nel cuore. Ed emerge bene ogni volta che vorrebbe parlarne con Dexter ma non ci riesce, sebbene lui cerchi di invogliarla a farlo, a liberarsi da questo peso, poiché anche lui ha dovuto sopportare una situazione molto simile.
Che poi è carinissimo il messaggio in codice del “Ancora una parola” che si son creati proprio a seguito di questo piccolo ostacolo, e che oltretutto va a spiegare come Kimberly si trovi in una 𝘤𝘰𝘮𝘧𝘰𝘳𝘵 𝘻𝘰𝘯𝘦 nel momento in cui deve sguazzare tra le parole più complesse, poiché le permettono di nascondersi, e di distrarsi.
Una delle scene che mi è 𝘢𝘳𝘳𝘪𝘷𝘢𝘵𝘢 è quella che si colloca durante la disputa finale della gara di spelling. A seguito di una certa rivelazione (perché ovviamente Wes non sa tenere la bocca chiusa quando è il caso, eh) sbaglia uno dei termini più semplici.
Secondo me è una delle scene meglio descritte, proprio per la bolla di confusione in cui si ritrova intrappolata la stessa Kimberly, la tensione alle stelle mentre il pubblico attende che faccia lo spelling, la rivelazione, gli occhi fissi su Dexter.
In sintesi: Dolore, dolore, d-o-l-o-r-e.
Sebbene alcune frasi le avrei un filo semplificate in modo tale da alleggerire alcune metafore e i periodi introspettivi (uno dei lati della storia che ho adorato riguarda, appunto, l'angolo delle ruminazioni mentali che vorticano di continuo nella testa di Kimberly, angolo in cui si ha modo di entrare in empatia con le sue fragilità), ho trovato la storia di una semplicità unica, una boccata d'aria fresca per chi cerca un romanzo leggero e senza pretese, per chi non è alla ricerca di storie troppo articolate, e per chi, una volta tanto, sogna di trovarsi fra i corridoi di un liceo americano dove i balli di primavera e bizzarri eventi extrascolastici ne caratterizzano l'atmosfera.
Nota finale: sarà un'opinione unpopular, ma sono stracuriosa di leggere il romanzo che riguarda Blake. Nella mia scala di gradimento personale è stato il mio preferito nel gruppo di amici di Dexter, nonostante abbia fatto poche apparizioni e quasi tutte fossero dettate dai suoi inseparabili silenzi (silenzi parlanti, oserei dire). Il confronto finale con Kimberly gli ha aggiudicato il primo posto. ❤️