Proprio come il tè al gelsomino, le strade più semplici possono diventare amare a lungo termine, mentre quelle fatte di ostacoli, incroci e scali si rivelano a volte le più straordinarie
Questa bevanda e la sua storia, segnata dalle strade, ci invitano a prendere il largo, a seguire una traiettoria più o meno definita. Eppure, per quanto riguarda le già citate “vie del tè”, si tratta in realtà di un insieme di tappe: non un cammino lineare, ma un fascio di luoghi, di oasi culturali e umane. Perché il tè, che custodisce l’ebbrezza dell’avventura, si consuma paradossalmente nei momenti di sedentarietà, di sospensione del tempo, di ritorno a sé. Grazie all’intimità e agli incontri che provoca, il tè apre una finestra sul momento presente permettendo di ricongiungerci con noi stessi e con gli altri. È così che, cambiando continuamente e adottando le specificità dei luoghi che attraversa, il tè è diventato parte di numerose culture. Grazie a questo suo dualismo, tra nomadismo e sedentarietà, il tè ci invita ad abbracciare le nostre peregrinazioni e i nostri attracchi, ad avvicinarci a una concezione del viaggio fatto di tappe, a navigare seguendo le casualità dei cammini e degli incontri, a imboccare strade sia fisiche che immaginarie. E, in questo modo, ad amare gli scali, che essi siano voluti o meno. In altre parole, è la tensione tra una ricerca d’orizzonti lontani e un’intimità radicata che permette, in qualsiasi viaggio, in qualsiasi esplorazione, di appropriarsi di nuovi territori, di rendere il mondo non solo un immenso corridoio di luce attraverso il quale si procede alla ricerca di novità, ma uno spazio infinito d’incroci, di sensazioni fatte di ripetizioni e ricordi, di luoghi ai quali si ritorna. Non un’esistenza caratterizzata dall’ostinazione in un movimento lineare, ma piuttosto da cicli e interruzioni: un’esistenza nel corso della quale si impara ad andare in frantumi, a spezzarsi, ma nel modo giusto.