È difficile iniziare una recensione di questo saggio, perché molteplici sono i punti che tocca e le prospettive che, a mio avviso, meritano di essere indagate. A unificarle tutte v’è una prosa a dir poco deliziosa: scorrevole e mai banale, riesce a rendere eleganti anche i concetti più complessi, cui l’autore – uno dei fisici più importanti del panorama italiano – ci guida gradualmente.
Il tempo è un concetto, una dimensione, una grandezza, un’invenzione (sì, arriviamo a definirlo anche così) su cui si medita dall’alba dei tempi. Linguisticamente, i Greci avevano reso la multiformità del tempo con tre vocaboli distinti (“aiòn”, “eternità” ma anche “vita”, “chrònos”, “tempo che scorre”, il “tempo segmento” che ha un inizio e una fine, “kairòs”, “attimo fuggente”, che può essere afferrato solo al momento opportuno – ovvero, quando ci passa davanti). A livello filosofico, è presente una letteratura sterminata sul tempo sulla quale discutere, per cui non basterebbe nemmeno la misura di “aiòn”, ammesso che sia misurabile: la riflessione parte dai presocratici, arriva a Seneca – che aveva reso il tempo con immagini diverse e al contempo efficaci: fiume, punto, abisso –, ad Agostino e si materializza all’interno dei sistemi fisici con Newton, il più grande sostenitore di un tempo assoluto, misurabile, che può essere messo in gabbia (al contrario di ciò che sosteneva il suo avversario del tempo, Leibniz, che, proprio per opporsi alla grandezza “t”, l’avrebbe rimossa dal suo cognome, alternativamente “Leibnitz”).
La nostra società si è adattata a una misura sempre più “asfissiante” del tempo, in un imprigionamento che è partito dai Babilonesi, che ne determinarono la misurazione sessagesimale, e che, ai giorni nostri, ha portato alla costruzione di orologi a mano a mano più precisi e singolari. Le vere domande del saggio sono proprio queste: si può ingabbiare il tempo? Si può fermare il tempo, cambiandone il corso? Si può “uccidere” il tempo, anche solo ammettendo, come i sostenitori della teoria della gravità quantistica a loop, che esso è un’illusione e che non esiste? È a questi interrogativi che Tonelli guarda costantemente nel corso della narrazione, la quale combina tre elementi fondamentali: la disquisizione filosofica, l’astrofisica – quella che richiede padronanza di tutte le discipline fisiche e che studia quello che semplicisticamente, da profana, definirò “infinitamente grande” – e la meccanica quantistica – quella che descrive il comportamento della materia, delle radiazioni e le reciproche interazioni o, come mi permetto semplicisticamente di definirla io, quella che studia l’”infinitamente piccolo”. È in questa “trialità” che si rivelano i punti di forza, e, soprattutto, i punti di debolezza del saggio di Tonelli: da un lato, il fatto che la combinazione di più prospettive permette un orientamento più semplice e sicuro per il lettore profano; dall’altro, uno sbilanciamento tra nozioni semplici e affermazioni anche banali – come la riflessione finale sull’ossessione odierna per l’”eterna giovinezza” e i riferimenti all’antichità classica (ma forse parlo così perché ho a che fare spesso con questi argomenti) – e la trattazione di nozioni molto complesse, non tanto per quanto riguarda l’astrofisica (a mio avviso, la parte meglio riuscita dell’opera), bensì per la descrizione delle particelle e delle loro interazioni, che va seguita con molta più attenzione. Ho molto apprezzato, di contro, l’epilogo, apparentemente “diverso” rispetto al tono del saggio, ma con una suggestione musicale, filosofica e anche biblica molto interessante.
Come spesso mi accade quando leggo libri di divulgazione scientifica che trattano tematiche di interesse comune (quali il tempo, per l’appunto), anche questo mi ha lasciato non poche volte la pelle d’oca: non soltanto perché ci mette di fronte a una realtà complessa e ancora, per certi aspetti, inesplorata, ma anche perché ci pone in relazione con noi stessi e la materia circostante al punto da mandarci in confusione. Noi, come esseri umani, e il mondo macroscopico facilmente osservabile, siamo giganteschi nei confronti di un “quark” e insignificanti rispetto alla realtà celeste: è un’osservazione senz’altro banalissima, ma che porta a un’autoriflessione profonda, che ci rinvia a una domanda primordiale: “Che senso abbiamo nell’universo e come ci collochiamo nel difficile ordine – adesso possiamo dirlo – dello spazio-tempo?” Da questo punto di vista, il saggio funziona poiché, oltre a rispondere agli interrogativi iniziali, ne ripropone altri, facendoci intendere come la ricerca debba ancora fare tantissimi passi in avanti e come sia compito dei fisici sperimentali vagliare tutti i modelli teorici, per confermarli o, più comunemente, smentirli.
E soprattutto – cosa più importante – mentre leggevo non mi è mai venuto da chiedermi: “Perché lo sto leggendo? Perché la conoscenza del macro e del microcosmo è così importante?”, non perché mi sia sfuggita la domanda principale – vi sono moltissime ragioni per cui studiare macro e microcosmo è fondamentale per ogni ambito del sapere –, ma poiché non ho visto questo libro – e, secondo me, non bisogna assolutamente vederlo – con una finalità utilitaristica. Più che suggerire una categoria di lettori ai quali lo consiglierei, suggerirò un “tempo” (ora è opportuno dirlo) nel quale, secondo me, bisognerebbe leggerlo: quando si sente l’ansia di vivere, quando si vive nel rimorso e nel rimpianto, dal momento che – Tonelli lo spiega molto bene – invertirne il corso è impossibile. Soprattutto – e concludo a effetto – quando sentiamo che l’entropia nella nostra vita è in crescita esponenziale e sentiamo la necessità di riportare un ordine.