Raccontare una vita è un gesto romanzesco. Perché solo nella finzione di un romanzo si può tentare di comporre quasi senza ombre e silenzi il ritratto di un uomo o di una donna, e chiamare a raccolta i testimoni dei fatti come in un’inchiesta, mettendo insieme frammenti e ricordi, pareri e illazioni. Questa è la sfida del romanzo di Fabio Stassi: narrare la vita intera di una donna radunando le prove, gli sguardi e le parole di chi l’ha conosciuta, di chi l’ha amata, di quelli che hanno lavorato o sognato con lei, oppure di chi l’ha vista anche per un momento, ma quel momento l’ha serbato nella memoria. Sole, Soledad, è la donna di questa storia, un’artista, una bambina silenziosa, una ragazza che fa emozionare, una signora che molto ha vissuto, e soprattutto, almeno agli occhi del mondo, una cantante. E Sole non ha mai inciso un disco, perché niente di lei poteva essere registrato. All’inizio degli anni Sessanta è ancora una bambina che abita a Roma. Sulla terrazza del suo palazzo a Trastevere ascolta con lo zio una radio a transistor, e scopre le voci del mondo. Nel 2011 Sole è sparita, è andata in spiaggia e nessuno l’ha vista più. Ha lasciato spartiti, un quaderno, libri e il numero di un vecchio amico. Il suo diario racconta che in prima media un anziano insegnante di musica, dopo aver ascoltato la sua voce, le aveva imposto il silenzio per tre anni. E fu allora, per reazione, che aveva iniziato a cantare. Anni dopo, ce lo riferisce Matteo, il suo contrabbassista e l’amico più caro, l’amore forse mancato, Sole è al funerale di Nino, un compagno della lotta politica, del movimento che ha infiammato e travolto la sua generazione. Canta il suo elogio funebre: «Se a chi era presente quel giorno avessero chiesto cosa si vedeva nella sua voce, tutti avrebbero risposto che si vedeva Nino, il corpo storto di Nino, il suo sorriso esagerato». Sole e la sua famiglia, lo zio ciabattino, la madre altruista, il padre orgoglioso, il rumore di una casa simile a «un alveare pieno di lingue e di colpi di mar tello», il crescere disordinato della felici tà e del dolore. Attorno a lei emerge man mano anche il ritratto di un gruppo di amici che si trova e si smarrisce, e per un momento ha la convinzione di poter fare qualsiasi cosa. Amare, tradirsi, suonare la migliore musica al mondo, magari cambiarlo, il mondo, esibendo il proprio talento, urlando la propria rabbia, scendendo in piazza pronti allo scontro, pronti a tutto. Questa è una storia senza sconfitti e vincitori, in cui brillano le scintille luminose degli istanti di passione e di rivelazione, il vibrare basso della paura, il fragore vigoroso di una melodia. Come può accadere solo nei romanzi, ci sembra di conoscere i personaggi più di noi stessi. E nessuno di loro è perfetto ma tutti ci sembrano veri, perché nel loro volto appare, per intero, la vita.
Un libro speciale, che non avrei pensato, conoscendomi, che avrebbe potuto piacermi così tanto. Se rifletto sui motivi per cui l’ho amato, mi viene subito in mente un pensiero: come si può non amare un tramonto sul mare, una bellezza di colori indefiniti, a volte delicati e sfuggenti quali i colori dei quadri di Renoir, altre volte accesi come gli ori e i rossi dei quadri di Giotto. Il romanzo di Fabio Stassi ha la stessa bellezza evanescente di un tramonto, che ti lascia senza fiato, ti emoziona ma non sai il perché, ti rapisce e poi ti lascia nel buio della notte all’improvviso. Il libro non ha una trama, è un coro di voci che raccontano di Sole, Soledad, una donna dalla voce magnifica, una cantante che con la sua voce potrebbe conquistare il mondo ma il suo nome racchiude il senso della sua esistenza: Soledad solitudine. Amici musicisti, come Matteo, l’unico uomo che avrebbe potuto essere il suo amore, la famiglia fatta da emigranti dalla Sicilia a Roma, composta di nonni tunisini, nonne spagnole, zii e un fratello, Tommaso, la stessa Sole che parla in prima persona: voci diverse che si alternano e si mescolano, come si mescolano il presente e il passato, l’amicizia e l’amore, il talento ed i sogni con la disillusione. Probabilmente la storia di Soledad è un escamotage per lo scrittore per ricordare gli anni ’70, anni di ribellione e di lotta, alla quale partecipano anche Sole ed i musicisti che con lei dividono sogni e speranze; non saprei dirlo, anche perché il finale rimane in bilico, in sospeso, così come indefinito e malinconico è tutto il libro. Ciò che so è che Fabio Stassi scrive in un modo incantevole, con stile lirico e con frasi che sono pennellate di pensieri, con similitudini emozionanti e coinvolgenti che senza rendermene conto mi hanno conquistato pian piano.
Il mondo ha un ritmo in battere e noi in levare ( Perchè il 6 non è il 9? )
Nella vita di Soledad c'è sempre stata tanta musica fin da bambina la musica delle parole miste di nonna Lupe ,una cantilena veloce e dura come il suo carattere la musica della radio a transistor di zio Pepe ,sulla terrazza di Trastevere la musica dei colpi di martello dello Zapatero ,sempre ad aggiustare scarpe la musica delle storie di famiglia , che erano respiro e racconto insieme e poi crescendo la sua musica , con quella voce che incanta , che sa essere un soffio ,come il suono che fa la neve quando inizia a sciogliersi o un grido di rabbia e quella dei ragazzi del gruppo e soprattutto delle corde del contrabbasso di Matteo ,l'unico con cui si poteva suonare senza neanche bisogno di uno sguardo Il senso dell'esistenza di Soledad, per tutti Sole, è già nel suo nome ... una ragazza luminosa e solitaria , appassionata e innocente , impulsiva e inafferrabile , con un misto di ritrosia e generosità ed è tutto in una canzone di Jimi Hendrix If 6 was 9 If the sun refused to shine I don't mind, I don't mind If the mountains ah, fell in the sea Let it be, it ain't me. Got my own world to live through and I ain't gonna copy you. ... I'm the one that's gonna die when it's time for me to die So let me live my life the way I want to
E nella struggente "Alfonsina y el mar"
Sulla morbida sabbia lambita dal mare la sua piccola orma non torna più un sentiero solo di pena e silenzio giunse all’acqua profonda un sentiero solodi pena e silenzio giunse all’acqua profonda un sentiero solo di mute pene giunse fino alla spuma. Sa Dio che angoscia ti accompagnò quali antichi dolori la tua voce fece tacere per giacere cullata dal canto delle conchiglie marine la canzone che la conchiglia canta nel fondo oscuro del mare Te ne vai con la tua solitudine, Alfonsina che poesie nuove andasti a cercare? Una voce antica di vento e di sale ti blandisce l’anima e la guida e tu vai fin là come in un sogno addormentata, Alfonsina vestita di mare
Un romanzo che in alcuni momenti ti spezza il respiro :)
Soledad è una ragazza della quale è impossibile non innamorarsi. Difficile non rimanere incantati dal suo talento, dalla sua voce capace di divenire sia un grido sia un sussurro, in grado di trasmettere al contempo forza e fragilità. Una donna che interpreterà sia Ofelia sia Amleto, che sarà amata ma che non riuscirà mai ad amare del tutto.
Fabio Stassi, in Come un respiro interrotto, costruisce un percorso che ha in sé tutti gli elementi della miglior letteratura: si tratta di un romanzo musicale, fatto di suoni, di canzoni, nel quale la storia di una donna si interseca con una saga familiare e cammina assieme alla Storia del nostro paese.
Una struttura corale e una narrazione cronologicamente frammentata ci fanno entrare in contatto con Soledad, che conosciamo attraverso gli sguardi di chi l'ha conosciuta, di chi l'ha sentita cantare, di chi l'ha amata. Ma il racconto passa anche dalle sue stesse parole: parole che testimoniano un'infanzia passata con una famiglia costellata di incredibili personaggi e che ha al suo interno i geni e la lingua della Sicilia e del Sud America.
La sua è una vita a stretto contatto con la musica, la cultura, la lotta politica; con amori più o meno effimeri e studi mai terminati; un percorso fatto di salite e discese, non solo da un palco.
Sarà proprio il palco il luogo in cui, assieme ai suoi compagni d'avventura, riuscirà sempre a stupire e a mettersi in gioco, a farsi applaudire: sarà arduo il decollo, mentre spesso troppo facile sarà la caduta. Il libro sembra avere un incedere lento, ma allo stesso tempo non si riesce a non rimanerne emotivamente coinvolti.
La prosa di Stassi è ricca e raffinata; talvolta va alla ricerca di aforismi mai banali o gratuiti: una scrittura che predilige il periodo lungo ma che non ama mettere il lettore in trappola. Al contrario: lo culla e lo avvolge, come solo il suono delle dita che scorrono sulla chitarra e sul contrabbasso sanno fare.
(recensione apparsa sul Mucchio di maggio 2014)
A questo link, la versione integrale della mia intervista a Fabio Stassi uscita sul Mucchio n. 718 (maggio 2014):
Un libro più che mai intimo, che intreccia tanti elementi che possono essere condivisi anche da chi legge. La forza delle parole conquista anche in questa lettura e trasporta il lettore dalla prima all'ultima pagina.
Come un respiro interrotto è un romanzo corale, con una narrazione complessa tanto che mi è difficile fare un commento. Il libro incomincia con un racconto di Matteo, probabilmente per me la parte più bella del libro, che introduce la protagonista Sole, cantante che con la sua voce incanterà chi l’ascolta e farà innamorare quelli che incontrerà sul suo cammino. Ascoltandola cantare ognuno sente quello di cui ha bisogno di sentire in quel momento, ed è impossibile non rimanere affascinati, perché come dice il libro “la sua voce è sia grido che sussurro in grado di trasmettere allo stesso tempo forza e fragilità”. Matteo si trova in un periodo molto difficile della propria vita e ascoltare la voce di questa ragazza, accompagnarla con il suo strumento, gli salverà la vita. Sole non è solo cantante è anche la bambina silenziosa, la ragazza impegnata politicamente, l’amorevole figlia, in alcuni casi l’amica e altri l’amante. Ma c’è un’altra protagonista in questo libro: la musica, intesa nel senso più ampio del termine. Sicuramente la voce ammaliante di Sole, ma anche quella di nonna Lupe, la musica del martello dello Zapatero, i racconti della sua famiglia composta da emigrati siciliani a Roma, con discendenze tunisine e spagnole. Le voci dei racconti dei disordini e della lotta degli anni Settanta da parte di amici del gruppo e dei compagni, e la musica di Matteo e il suo contrappasso che accompagnano Sole nei vari concerti. Ma anche la musica della casa, la casa con gli alberi diapason, in cui lei è cresciuta e che Sole sente, ormai donna, l’ultimo giorno che vi trascorre dopo che è stata svuotata per lo sfratto, con le chiavi in mano sul punto di uscire, con nostalgia i suoni, le voci delle persone che ci hanno abitato e che per la maggior parte non ci sono più e rivede i ricordi, le scene di vita quotidiana attaccando alle pareti dei foglietti adesivi con i nomi dei mobili e delle cose che la arredavano. Oppure questo romanzo è anche l’espediente per parlare degli anni Settanta, delle speranze e delle disillusioni dei giovani di quel periodo. Sinceramente non lo so. So soltanto che Fabio Stassi scrive in modo sublime e io quando leggo i suoi libri e ascolto la sua voce ne rimango incantata.
"Chi ti aveva sentito cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto. Una nota eri terra, e quella dopo spaesamento".
Ennesimo romanzo affetto da metaforite[1] e pieno di immagini fastidiosamente retoriche messe in fila indiana a costruire il santino ammuffito di una generazione. Un racconto che vorrebbe essere polifonico ma dove tutte le voci sono ugualmente forzate, letterarie, inautentiche. Raramente ho letto un tale concentrato di luoghi comuni, per giunta appesantito da artifici stilistici (come l’assenza di virgolette nel discorso diretto o il non andare a capo) che trovo sommamente irritanti quando sono del tutto immotivati, come in questo caso. Per tacere, infine, della insopportabile civetteria con cui l’autore dissemina il racconto di riferimenti a momenti tragici della storia italica che però, vezzosamente, si limita a suggerire senza mai citarli espressamente (come l’assassinio di Giorgiana Masi, quello di Peppino Impastato o la strage di via D’Amelio).
[1] Morbo che affligge molti scrittori e che si manifesta con la produzione continua di metafore ad minchiam.
Niente mi disturba di più di un libro che delude le mie aspettative. Dopo il bellissimo L’ultimo ballo di Charlot, non vedevo l’ora di leggere questo libro, con un titolo così bello, perfetto oserei dire. L’ho iniziato con entusiasmo, ma da subito ho capito che qualcosa non andava e infatti ho impiegato tanto, troppo tempo, per finirlo. Fabio Stassi scrive bene, molto bene. Ma la struttura del romanzo mi ha disorientata. Questa storia raccontata avanti e indietro, prima da un personaggio, poi dall’altro, nomi, luoghi e tempi che si accavallano. Soledad, la figura femminile di questa storia, è un personaggio molto complesso e affascinante, ma la trama…trovo difficile anche riassumerla. Tutto ruota intorno a Soledad, raccontandoci la sua storia Stassi ci racconta anche le storie delle persone che hanno fatto parte della sua vita, ci racconta di Roma e della Sicilia degli anni 60 e 70, dei movimenti studenteschi, delle Brigate Rosse però tutto appare collegato e scollegato allo stesso tempo…interrotto, come il respiro di Soledad quando canta. L’ultimo capitolo è il più bello di tutto il libro, però non appaga, alla fine quasi non riuscivo a capire che storia avessi letto e se mi fosse piaciuta……peccato!
"Come un respiro interrotto" is such a complex narration which makes it quite impossible to tell you thoroughly what it is about. It is a choral narration, with numerous voices and many points of view. It is the story a woman, Soledad, Sole, an extraordinary singer and a fascinating woman, told by so many different characters who knew/met her and who contribute details to her portrayal. "All those who heard her singing said they felt as if they had stepped into the void". But it is also the story of Matteo, a musician, in love with Sole, and one of her best friends. Music, nostalgia, melancholy, Italy's recent history, the shattered dreams of my own generation are among the themes I mostly appreciated in this book, together with its layout, the complex net of threads which interwining form a captivating picture.
La mia conoscenza di Stassi termina a pagina 53: "[...]Le magre volute di fumo che si alzavano nella penombra, qualche metro più avanti, le ricordarono senza motivo il sedimento filamentoso che lascia l'aceto in fondo alle bottiglie[...]". Un periodo terribile (anche per la narrativa italiana), impossibile andare oltre.
Fabio Stassi ci racconta la vita di Soledad, chiamata Sole, una cantante, una figlia, un'amica, una donna. Io che ho partecipato alla presentazione di un altro suo libro, posso affermare che in questo c'è tanto della sua vita. I nonni di Sole sono gli stessi di Fabio e persino qualche piccolo anedotto che mi aveva fatto morire dalle risate durante l'incontro a Sassari. La penna di Stassi è magica e non smetterò mai di elogiarlo perchè ha un modo di rapresentare i sentimenti rendendoli intensi e unici.
"La nostalgia, quando aveva a che fare solo col passato, non era per lei che uno sciroppo dolciastro e velenoso che gli uomini tenevano in bocca finchè non gli si paralizzavano definitivamente le gambe, e gli occhi, e i sogni. La mancanza, invece, apparteneva al presente, era il sentimento di una menomazione." Un libro fatto di vite, sofferenze, amori, sensazioni, speranze; un libro forte nel suo richiamo alle emozioni; un libro che non si riesce a recensire come si vuole perchè la sua intensità la percepisci solo leggendolo.
Mi dispiace molto dare solo tre stelline a un libro così: ben scritto, con una protagonista affascinante e una storia che... ecco, la storia, parliamone. Devo essermi persa qualcosa, perché questi salti avanti e indietro nel tempo, anziché affascinarmi come è accaduto con altri libri, mi hanno lasciata disorientata e un po' confusa. Anche i personaggi di "contorno", a parte i familiari di Sole, mi sembravano lasciati e ripresi un po' a casaccio, senza che si capisse bene cosa fosse a legarli così tanto a Sole, dato che l'avevano vista solo in una o due scene. Inoltre il libro ha delle pecche di editing che venendo dalla Sellerio mi stupiscono molto: virgola tra soggetto e verbo, concordanza di tempi a casaccio, persino un "le" al posto di "gli" (oltre all'uso costante di "gli" al posto di "loro", che continua a turbarmi nonostante sia ormai sdoganato). Bene, esaurita la nota polemica, veniamo agli aspetti positivi. Sole è una ragazza misteriosa, affascinante, forse fin troppo per essere reale. Ma ho apprezzato il fatto che parecchi capitoli dessero voce proprio a lei, in modo da "umanizzarla" un po'. Non saprei riassumere la trama del libro: si parla di una cantante dalla voce straordinaria, che cresce negli anni '60 e '70 fra lotte, speranze e disillusioni. Nel 2011 sparisce, dopo essere stata in spiaggia, e forse il capitolo finale è stato quello che ho preferito. Però non so, speravo che mi coinvolgesse di più, invece mi sono persa e annoiata in più di un punto. Stassi scrive bene, ma la poeticità delle sue frasi mi è sembrata quasi forzata, un po' eccessiva. Mi rendo conto che quest'ultima critica lasci un po' il tempo che trova... Semplicemente, non è scattata la scintilla. Stassi è bravo ma non fa per me. Capita, e un po' mi dispiace.
“Come un respiro interrotto” di Fabio Stassi racconta la storia di Soledad, una cantante che inizia la sua carriera durante gli anni ’70. La storia è tutta qui: potrebbe non sembrare granché, e in effetti non lo è giacché la bellezza di questo libro, secondo la mia modesta opinione, risiede altrove. La si trova nei sentimenti, nelle emozioni, nelle immagini che Stassi ci regala. Risiede, soprattutto, nella qualità della scrittura. Stassi utilizza, di volta in volta, un io narrante in prima persona, in terza persona, perfino nella difficilissima seconda persona. Utilizza un io narrante a volte onnisciente, a volte coinvolto nella storia, a volte fa parlare protagonisti diversi da Soledad. Con questo approccio, si comprende che il romanzo è una vera e propria prova d’autore, di un autore capace di sfidarsi nella scrittura, uscendone vincente, e di sfidare il lettore nel seguire il dipanare del romanzo. E ora la domanda che chiude sempre le mie riflessioni: lo consiglierei? Si, ma al lettore “giusto”, ossia a chi cerchi qualcosa di diverso da una trama coinvolgente e sia più interessato alla descrizione di sentimenti e ricordi e abbia un interesse spiccato anche per l’aspetto stilistico dei libri.
Matteo scrive di Sole, scrive di incontri sospesi, di attese e mancanze. E come lui, altri, con i loro respiri, soffiano sui contorni della ragazza che cantava invisibile.