Periodo complicato di cui risentono anche le letture, fortunatamente solo in termini quantitativi: qualitativamente, mi sono davvero goduto il viaggio – non solo calcistico – di “Balkan Football Club”, recentissima fatica letteraria di Gianni Galleri che ci racconta dieci anni di visite in Bulgaria, Romania, Albania e nei paesi dell’ex Jugoslavia, attraversati alla ricerca di storie, incontri, nuove amicizie nel segno della storia calcistica e del tifo.
Completata la lettura di un libro di cui rimpiango solo – comprendondola – la mancanza di un apparato iconografico (e quanti passaggi su Google Immagini per dare una occhiata ai luoghi descritti!), mi rendo conto di avere nella mente una frase che più banale non si può, ma che è davvero universalmente vera: persino in questi anni di show business, regolamenti cambiati a uso televisivo, orari di gioco improbabili, ci sono pochi aspetti dell’umano vivere in grado di unire più del calcio. E’ vero nelle conversazioni con uno sconosciuto al bar, è vero nel determinare la nscita di una nuova amicizia ed è ancor più fortemente vero quando a dialogare sono due supporter di una “minoranza calcistica”: quelle realtà galleggianti fra professionismo e pantani sportivi, magari con un passato glorioso alle spalle e come unica ambizione riaffacciarsi – per un periodo di tempo che sai già non sarà eterno – nel calcio che conta. Accomuna questi strani esseri una tendenza nostalgica, il ricordo di imprese titaniche su campi di provincia, l’epica di un gol al 94esimo quando tutto sembrava perduto (sono i gol migliori, quelli della sopravvivenza, più di quelli della promozione). Galleri li racconta perfettamente, inseguendo uno stadio che ha visto tempi migliori o tracciando, attraverso le scritte sui muri e gli adesivi sui pali, una mappa culturale di una nazione divisa fra i clun che la rappresentano.
La copertina verde di “Balkan Football Club” ha catturato la mia pupilla alla Ubik di Trieste, e non poteva essere altrimenti.