Simon Reynolds, che ho conosciuto e letto per la prima volta adesso grazie al consiglio di un utente di Facebook, è un esperto e informato musicologo inglese che presta particolare attenzione alla musica odierna di ambito, per capirci, non-accademico (quindi tutto quello che ha luogo fuori da conservatori e auditorium, per quanto il confine sia ormai piuttosto sfumato). Fin dalle prime pagine di questa lunghissima cavalcata di ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni mi ha piacevolmente sorpreso la sua visione ampia, accogliente, priva di pregiudizi, e per certi versi, se significa qualcosa, anti-adorniana (lo dico io, non lui) nel senso che non sente il bisogno di dare giudizi morali sul valore degli eventi musicali in funzione del loro ipotetico avvicinamento o allontanamento dall’obbligo di veicolare il disagio (ovviamente politico ed economico) del mondo in cui viviamo.
Il tema è quello della musica elettronica, nella sua accezione più ampia, peraltro al di fuori delle esperienze di autori accademici come Stockhausen, Messiaen e simili; le direttrici sono quelle che partono dal cosiddetto Kraut-Rock (come veniva chiamato in ambito anglosassone, in Italia si preferiva la denominazione di “corrieri cosmici”, e comunque col rock vero e proprio aveva poco a che fare) per arrivare alle più ampie ramificazioni che l’elettronica prima e poi l’uso del computer per fare musica hanno avuto dei decenni successivi. Le danze vengono aperte addirittura parlando di Giorgio Moroder e di Donna Summer, e per di più parlandone bene (roba che nella cultura musicopolitica di quegli anni era pressappoco un’eresia: musica narcotica, priva di consapevolezza sociopolitica, eccetera…). Poi nei ramificati cammini che seguono si incontra letteralmente di tutto, ambient, techno, house, new age… Non si parla invece molto, invece, di progressive (in Italia chiamato anche rock sinfonico), e il perché viene anche spiegato: i “progressivisti” - Genesis, EL&P eccetera - facevano un uso degli strumenti elettronici assolutamente tradizionale e per niente sperimentale, non spingevano sintetizzatori e simili al limite delle loro possibilità espressive come invece facevano appunto i kraut-rockisti e quelli che ne hanno seguito le tracce.
Leggendo questo esaurientissimo libro, che di fatto è una collazione di articoli apparsi su svariati giornali di area anglosassone (The Guardian, Wired, Vice e molti altri) colpisce, oltre alla totale mancanza della velleità di separare il grano dal loglio, classico vizio di tanta critica (l’unico autore che viene giudicato causticamente è uno che non la musica non c’entra nulla, Quentin Tarantino), e più ancora la mancanza di moralismi verso l’uso di sostanze stupefacenti in ambito dance (per l’autore non è cosa buona né cattiva; è, e basta), colpisce, dicevo, l’incredibile classificazione di generi, sottogeneri e sotto-sottogeneri, roba che Linneo può tranquillamente andarsi a nascondere. Dopo aver letto di synthpop, technorave, eurodisco, hip-hop, elettropop, trip-hop, drum’n’bass, lo-fi, hipster-house, gangsta, indie, trap e infiniti altri, viene il dubbio che l’atteggiamento dell’autore nell’infilare queste sequenze di etichette sia vagamente ironico. Invece no, fa sul serio; anche se a me questa smania classificatoria muoverebbe un sorriso, mi viene subito in mente che forse fuori di qui potrebbe esserci qualcuno, non necessariamente lo stesso Reynolds, che potrebbe dirmi “cazzo ridi, ignorante”, un po’ come sarebbe da ignoranti ridere di Dante perché scrive in modo strano. In realtà i motivi di questa smania classificatoria sono svelati a un certo punto nello stesso libro: dato che nelle produzioni degli ultimi anni il concetto di autorialità è, se non proprio perso, almeno finito sottotraccia, con autori che non si mostrano pubblicamente, si danno pseudonimi e poi li cambiano più volte, e contenuti che vengono sistematicamente citati, ricampionati, clonati, l’unico modo di capire che cosa si ha di fronte è quello appunto di ricorrere alle categorie. Ok, ho capito e chiedo scusa.
Poi si parla di esperienze di cui non sapevo assolutamente niente; il BBC Radiophonic Workshop, praticamente un laboratorio di musica elettronica nato presso la BBC verso metà del secolo scorso che però, a differenza di quelli coevi di Parigi, Milano e Colonia, non era dedito alla sperimentazione pura, bensì a creare effetti sonori e musicali per le trasmissioni radiotelevisive, col risultato anche di fomentare un certo tipo di creatività (e anche, per il tipo di attività pratica che vi si svolgeva, di accogliere donne interessate all’argomento, che generalmente venivano rimbalzate da qualsiasi laboratorio un po’ in tutta Europa, dato che in quanto donne di elettronica non avrebbero potuto capirci niente - vedi l’interessante documentario “Girls with transistors”); di Jean-Jacques Perrey, un musicista francese che già negli anni Sessanta proponeva l’idea di una musica elettronica che non fosse solo facile, ma anche divertente (a sentire i suoi pezzi in effetti è difficile non mettersi a ridere, ma per lui, non di lui); e molto altro. Senza cercare polarizzazioni emerge comunque una diade tra coloro per cui la musica (nella fattispecie elettronica) è un modo di esprimere un disagio sociale o personale e quelli per cui è un modo per stare meglio e guardare a un futuro migliore; oppure quelli per i quali il meglio deve ancora venire e quelli per i quali il meglio sta dietro le spalle, e allora vai di revival. A questo proposito è curioso, e divertente, il caso di una musicista elettronica degli anni Settanta o Ottanta, di cui si sono ritrovati vecchi nastri, documentazioni, foto, e ne è stata ricostruita una biografia. Tutto finto; l’equivalente musicale di scrivere un libro fingendo il ritrovamento di un antico manoscritto. Solo che non sono secoli, ma pochi decenni, e sembrano ere geologiche.
Comunque sia, grazie a questo libro ho scoperto un sacco di musica di cui non sapevo nemmeno dell’esistenza, e che ho potuto esplorare con Amazon Prime Music dove, se non tutto, c’è comunque molto (probabilmente anche servizi come Spotify offrono la stessa scelta).
Per finire, non posso non rilevare che la traduzione in italiano del libro mi è parsa, più che buona, eccellente (traduttore Michele Piumini); buona anche la scelta di lasciare in lingua originale molte espressioni che non avrebbe avuto senso tradurre.