Nel cortile di una scuola media della periferia barese uno studente viene massacrato di botte da un compagno e ricoverato in prognosi riservata. A distanza di pochi metri, inerme, un altro ragazzo osserva la scena. Passano quasi vent’anni. Nel frattempo, dopo quel momento tragico, Plinio (la vittima) e Libero (il testimone defilato del pestaggio) sono diventati amici. Un’amicizia basata sulla protezione reciproca. Ma quando Libero, professore in un carcere, incontra Letizia, una psicologa originaria della Valle d’Itria, il rapporto con Plinio si trasforma. Sullo sfondo di una città, Bari, ormai ridotta cinicamente alla sua anima scheletrica e post-industriale, tormentata da scandali locali e da losche manovre politiche, non c’è dramma che le tre giovani figure urbane non possano esorcizzare. Non importa quanto dolore vi sia in gioco.
Questo libro parla del raporto tra Plinio e Libero, che nasce quando loro hanno 11 anni. Questa amicizia nasce da un senzo di colpa, perché Plinio ha conusciuto la violenza e Libero non ha fatto niente per aiutarlo. Dopo che questo è sucesso, Libero, a 29 anni, è il professore di letteratura in un carcere a Bari e si innamora di una psicologa che viene da un piccolo paese - Letizia. Il libro parla di questo amore, di un conflito tra paese e città, della letteratura e della cultura in Baria, e anche del raporto di Libero con il suo padre. Dunque, non possiamo dire che c'è una vera storia - vediamo invece i pensieri e reflessione di Libero e ogni volta loro sono interessante o noiose - dipende del soggetto. Ogni volta Libero si sente superiore, ogni volta si sente culpevole e, forse, indifeso. Lo scrittore, Elvio Carrieri, ha 20 anni - è giovannissimo, e, a 20 anni, ha già un stilo buono. Elvio sa scrivere, ma penso che deve lavorare un po di più sulla construzione della storia. È stata una buona sperienza di lettura, ma non molto sorprendente.
Se un incipit è una promessa, immaginate verso quali lidi ci possa condurre un romanzo che pone nella stessa pagina - a collidere con grande botto e a distanza di poche righe - due parole, due mondi che sembrano lontani mille miglia: Plinio il Vecchio dalla classicità già un po' in decadenza dell'età Flavia e trémon, dal cuore grasso della baresità triviale.
E dunque, non abbiamo risposto, dove ci porta Poveri a noi di Elvio Carrieri? Si fa presto a dire a Bari.
➡️Poveri a noi racconta la Bari metropolitana e ingrigita dei palazzoni anni Settanta ( ben lontana dalle rotte turistiche) percorsa dalle nevrotiche deambulazioni di un professore giovane ma vecchio dentro e del suo amico Felice, Plinio il Vecchio per gli amici, con tic, alitosi e lordosi e un approccio al mondo da perfetta vittima sacrificale. ➡️La Bari corrotta, la "cozzala", la spocchiosa, la Bari del murattiano e quella che si perde verso le tangenziali. Una Bari-labirinto, notturna e inclemente in cui i protagonisti discutono del Satyricon di Petronio in un pastiche che mescola dialetto e citazioni colte.
Dalla voce corrosiva del narratore emergono, capitolo dopo capitolo, le tessere di un mosaico malinconico che è la vita del protagonista a trent'anni non ancora compiuti: l'insegnamento in carcere, l'amore con una giovane psicologa di paese, il conflitto città/provincia (che tanto piace a questa pagina😆), il rapporto con il padre e soprattutto l'amicizia con un detenuto e con Plinio che nasce da un senso di colpa e si chiude, in un cerchio, nel finale liberatorio (poetico? violento?) L'autore ha VENT'ANNI (forse non ancora compiuti) e una maturità nello sguardo, nell'analisi, nelle illuminazioni improvvise di certi passaggi che mi sembrano davvero incredibili. E questo romanzo è un po' davvero un neo-Satyricon in chiave barese.
Libro imperfettissimo e pieno di ego dell'autore, che va perdonato solo perché questo è il suo primo romanzo - e lo ha scritto a 19 anni - e perché c'è tantissima Bari in queste duecento pagine. Ci sono però anche un sacco di cliché, ma proprio tanti tanti, che faranno piacere a chi cerca conferme ai propri stereotipi e a chi ama certe dicotomie (città/provincia, legale/illegale, uomo/donna, cultura/ignoranza) ormai per me insostenibili.
questo libro mi ha lasciata piacevolmente sorpresa, tutt’altro che indifferente alla storia dei personaggi che riescono a colmare al meglio le poche pagine in cui sono racchiusi. tra particolari descrizioni (geografiche e sociali) di una bari odierna, e il leggero contorno nei quali si muove il protagonista con le sue relazioni interpersonali e intrapersonali, ho trovato la storia di una freschezza non scontata per un autore così giovane, il tutto coronato da un linguaggio ambiguo e divertente, tra qualche termine dialettale prettamente barese e pochi ma non indifferenti flussi di coscienza su ciò che lo circonda. questi elementi quindi donano al lettore una prospettiva alternativa, dalla quale è possibile affacciarsi alla finestra della vita del protagonista che conduce apparentemente una vita ordinaria, anche se...
romanzo da non sottovalutare! ps.: ho amato il bestiario barese delle personalità, che altrimenti non avrebbe reso possibile spiegare certi concetti esplicati.
Altalena di ritmo narrativo, emozioni di chi legge e scelte lessicali. “Poveri a noi” è una giostra che diversifica l’esperienza del lettore a ogni singolo capitolo.
Libero, voce narrante, ha ventinove anni ed è professore di letteratura in un carcere di Bari. È amico di Felice, detto Plinio - gli fa coraggio il soprannome, cosa potrebbe spaventare Plinio il Vecchio che ha sfidato il Vesuvio? - ancora studente.
Alle scuole medie Plinio viene massacrato di botte dai compagni di classe e Libero assiste impietrito alla scena. Libero vivrà col trauma dell’immagine di un ragazzino boccheggiante e “sventrato”, Felice vivrà con forti impedimenti fisici. I due amici trovano un modo per sopravvivere al trauma e anche alla violenza della loro città: si elevano intellettualmente con lo studio delle materie umanistiche.
La coppia di amici lotta contro una Bari distrutta da corruzione e criminalità intellettualizzando tutto ciò che vivono e tutto ciò che osservano. Un’arma a doppio taglio: in qualche modo li protegge, ma li isola, anche, li rende alieni nella loro stessa città, inavvicinabili.
Parlo di altalena di ritmo perché se nei primi tre quarti del libro c’è spazio per la riflessione e l’analisi millimetrica di reazioni, azioni ed espressioni, nell’ultimo quarto c’è azione. Un’azione che stravolge la trama, un’azione tragica e dolorosa che però è anche una perfetta giuntura tra passato e presente.
Di Poveri a noi si è scritto e detto tantissimo . Recensioni importanti ed estremamente positive con le quali concordo completamente. Signori miei, Elvio Carrieri sa scrivere! E , per quanto mi riguarda, non è affatto scontato. La sua penna si muove ferma e sicura anche quando si addentra in considerazioni e pensieri che potrebbero creare intoppi ad autori ben più blasonati. Lo consiglio? Assolutamente si anche solo per regalare un po’ di ottimismo a chi, come me, ha sempre la sensazione che la letteratura italiana si sia appiattita su un certo tipo di narrazione da scuola di scrittura.
Per essere stato scritto da un ventenne, nel giro di una settimana, in questo libro c'è veramente tanto, tutto ben racchiuso in una storia senza fronzoli o sbavature. C'è il professore che insegna in un carcere, la sua ragazza innamorata di una Bari malinconica che ha sacrificato al dio denaro gran parte della sua storia, il suo rapporto con un padre che non esiste ma ingombra, c'è un'amicizia nata da un senso di colpa ma vera, sincera e tenera. E c'è ... vabbè, leggetelo!
Da barese è stato magico ritrovare i luoghi, i modi di fare, la lingua di tutti i giorni raccontati con uno stile impressionante per un ragazzo di soli vent’anni. Che bello ritrovare il dialetto utilizzato in modo così sapiente, che bello ritrovarsi in delle pagine che non hanno chissà quale trama, ma che ti trascinano e ti coinvolgono.
Un pretenzioso sfoggio di erudizione senza contenuti. La trama, fragile ed evanescente, è un mero pretesto per ammorbare il lettore con le saccenti e autoreferenziali opinioni sul mondo e sulla vita di un provinciale pieno di sè. Guadagna una stella in più del minimo per l'ultimo capitolo e l'inattesa circolarità. Detto ciò, se questo è un degno candidato allo Strega....POVERI A NOI!!!
19/2025 Libro candidato nella dozzina del Premio Strega 2025, scritto da un giovane ventenne barese. Se a vent'anni o ora sapessi scrivere come lui.... Mi sono immerso tanto in questo libro da abitante della provincia barese e rivendendo l'arroganza del barese medio nel guardare e interagire con noi provincialotti. Racconta l'amicizia di due ragazzi a partire dalla scuola media. Felice che decide di farsi chiamare Plinio subisce un'aggressione da un gruppetto di ragazzini che gli causerà una serie di problemi fisici, Livio vivrà sempre con il senso di colpa per non averlo protetto e cercherà sempre di vegliare su di lui. Livio diventa professore di italiano a ventinove anni presso il carcere di Bari, Plinio uno studente fuori corso bloccato su un esame. Leggeremo delle loro vite attraverso una scrittura ricercata e inframezzata di dialetto barese in tutta la sua feroce baresità. Bello e coinvolgente.
Bari di oggi, di cemento e anime solitarie. Libero ha 29 anni e fa il professore in un carcere, e ha da poco iniziato una relazione con Letizia, che lui osservare quasi con superiorità a causa del suo accento di provincia, ma poi sarà anche grazie a questa relazione che si ritroverà a pensare ad un altro rapporto importante della sua vita: quello con Felice, soprannominato Plinio il Vecchio, migliore amico da vent'anni.
Primo romanzo di Carrieri che, ventenne, ci accompagna nella sua Bari, che indossa le sue vesti più scure e sporche, con i suoi palazzoni anni '70 che hanno sostituito la parte storica e poetica, lasciando un senso di vuoto e desolazione.
Questa è un po' una storia di formazione, ma anche un po' della ricerca di una redenzione, ma in fondo si potrebbe forse definire anche una condanna: il destino di Libero è stato già deciso, e lui si muove inconsapevole (o meno) nell'unica direzione possibile.
Tra riflessioni sul carcere e la letteratura, la poesia e il post-modernismo, la famiglia e il senso d'abbandono, l'amicizia e l'amore, la città e la provincia, le corruzioni della politica e la violenza della vita quotidiana, Carrieri ci racconta una storia che morde.
Lo stile di Carrieri è buono, scorrevole, e mescola un linguaggio forbito con il dialetto barese in una maniera a tratti divertente e a tratti un po' forzata; la sua scrittura è ancora acerba, ma è ben visibile una buona base.
Una storia particolare dal sapore universale, perché è capitato a tutti di osservare il mondo che ci circonda e pensare "poveri a noi!", di trovare un'inadeguatezza dove vorremmo una certezza, un qualcosa di storto che sembra allontanarci dalla retta via.
Come posso iniziare? Ero molto scettica all'inizio, non capivo come un libro scritto in una settimana potesse lasciarmi qualcosa. Nelle pagine iniziali ho trovato della saccenza, un pavoneggiamento constante della figura di Libero, ipotetico alter ego dell'autore. Poi continui a leggere, e inizi a capire. Non mi ha lasciato con il fiato sospeso, a tratti l'ho trovato superficiale. Una critica sociale nei confronti della città di Bari, della corruzione messa in contrapposizione con la bellezza della letteratura. È stato una mera dispersione di conoscenza, che non ho trovato necessaria. Un alternarsi di aulicità e mediocrità per quanto riguarda il linguaggio. Libero non l'ho inquadrato, una figura vaga e ambigua, scontata e presuntuosa. Plinio è un povero a lui.
Non ho trovato l'aurea mediocritas, nonostante si accenni alla letteratura latina. Una via di mezzo non c'è, l'equilibrio tra le vicende viene meno.
Commovente in alcune scene, vuoto in altre. La denuncia sociale è l'unica cosa che rimane. Ho voluto bene ai personaggi, ma vivrò tranquillamente anche senza. Non mi ha deluso, ma non mi ha affascinato. È stata una lettura leggera, che mi ha fatto compagnia, proprio come tanti altri libri.
Opera prima di un concittadino. Non è proprio vero, anche io sono una paesana. È un libro che riconosco, nel senso più profondo del termine. In alcuni passaggi inutilmente verboso e ricco di termini anche un po’ desueti, a contrasto con le inflessioni dialettali. A volte ho riso, a volte non ho capito dove mi stava portando. Menomale che c’era Niko, che ha fatto tutto il libro.
Devo ammettere che ho trovato la lettura di questo libro un po’ difficoltosa. Non apprezzo molto le scritture che sembrano più uno sfoggio di conoscenze e abilità linguistiche che un mezzo per dare importanza alla storia. Il finale, invece, mi è piaciuto: l’ho trovato coerente e ben chiuso. Tuttavia, nel complesso, è un libro che mi ha lasciato poco.
Si può mettere meno di una stella? Un libro delirante, involontariamente comico, con una trama banale sorretta, per modo di dire, da una scrittura che mette insieme in inutili “virtuosismi” lessicali e frasi fatte di un vecchiume incredibile.
Un libro davvero bello e scorrevole, che si legge con grande piacere! Mi ha fatto sorridere più di una volta e lo stile, insieme al finale, mi ha conquistata completamente. Il mio capitolo preferito resta il secondo — pieno di frasi da sottolineare! Consigliatissimo ❤️
“Nascono spesso uomini che hanno il compulsivo bisogno di utilizzare le mastodontiche opere del bene collettivo come contraltare alla loro piccola, insulsa individualità.” (Citazione)