Ho preso questo libro perché amo le terre nordiche e un titolo che includeva la parola Lapponia non poteva lasciarmi indifferente. Non avevo quindi la minima idea del contenuto, ma dato che amo moltissimo Arto Paasilinna e la sua capacità di scrivere storie surreali e irresistibili, mi sono lasciato tentare, pensando di trovare un suo degno erede. In realtà in questo libro di Karila, c’è tanto di surreale, ma rispetto a Paasilinna quello che mi resta alla fine è più una sensazione di malinconia che di voglia di ridere. Inoltre, il senso di surreale di Karila è molto amplificato dalla presenza di personaggi fantastici e semi-dei mentre quello di Paasilinna si basa tutto sulla strambezza dell’Umanità. Comunque, ci si trova dopo poche pagine in un mondo irreale, popolato da questi personaggi stranissimi (il balorso, lo sconquasso, il dio Nakki, Olli Nocimbocca, forsenne che entrano ed escono dai corpi eccetera) e da persone “normali”, che poi normali non sono, dato che trovano normale vivere assieme a balorsi e sconquassi… Tutta la storia parte da una ragazza che, non si sa perché, deve assolutamente pescare un luccio da un putrido stagno. Elina è infatti la protagonista di questa scombussolata trama che mescola e intreccia realtà, fantasia, mitologia e folklore. Altri due personaggi centrali sono Gufo, uno stranissimo amico di Elina, e la poliziotta Janatuinen, che all’inizio sembra normale, ma poi anche lei comincia a portare sul sedile posteriore della sua auto di servizio un balorso come niente fosse… Sono tutti protagonisti ben lontani dall’essere perfetti eroi da romanzo: Elina è irrequieta, non dorme, è un po’ cinica, ma è anche molto vulnerabile, in cerca di qualcosa che non trova, delusa dalla storia d’amore che credeva sarebbe stata eterna, insomma una persona molto tormentata. E anche la poliziotta non è certo quella delle detective stories americane, dato che Janatuinen dopo un attimo di sbigottimento si immerge con naturalezza nei dialoghi con i balorsi e con tutti gli altri strani personaggi del libro e avrà una parte non indifferente nel finale.
La scrittura è scorrevole, in certi punti ironica, ma aleggiano sempre una certa tristezza e una certa malinconia. L’ambiente è quello lappone, ma d’estate, con un caldo fuori dal comune e zanzare e tafani che torturano uomini e animali, quindi un’ambientazione ben fuori dagli schemi stereotipati della Lapponia finlandese innevata. L’autore è molto bravo a descrivere un paesaggio selvaggio e vivo, bello ma crudo, reale al punto che ti sembra di sentire le zanzare e il caldo e di vedere il sole di mezzanotte. Ed è molto bravo anche a mescolare la vita quotidiana con il fantastico e il mitologico, con una naturalezza che all’inizio ti stupisce ma che poi trovi possibile, il tutto immerso in una natura lappone che non è solo un’ambientazione, ma che diventa essa stessa protagonista. Insomma, un libro che mi è piaciuto perché fuori dall’ordinario, originale, nordico ma non stereotipato, surreale ma molto radicato nel folklore nordico, che rattrista, che fa un po’ ridere, ma soprattutto che invita alla riflessione sulla modernità, l’importanza delle tradizioni, la tutela ambientale e la complessità dei rapporti umani.